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Tra fan e cacciatori la durissima vita delle farfalle
Maurizio Ferraris, la Repubblica, 03.07.2010
www.repubblica.it
Le farfalle non sono un’altra vita, sono, casomai, la possibilità di rivedere la stessa vita, il mondo, attraverso un punto di osservazione molto circoscritto, questo insetto che, rispetto alla stragrande maggioranza degli altri, non fa schifo (ai più, ma esiste anche la categoria dei lepidottofobi, oggi ovviamente dotati di siti e di condivisione di esperienze), e anzi appare un simbolo della bellezza e dello spirito: psyché, in greco, è sia “anima” sia “farfalla”.

A un certo punto, stanco di reportages di guerra, il giornalista pacifista americano Peter Laufer risponde alla rituale domanda su cosa sarà il suo prossimo libro dicendo che sarà sulle farfalle, e questo fa sì che nella posta, insieme agli insulti di connazionali guerrafondai, riceva l’invito di una certa Jane Foulds ad andarla a trovare nella sua Nicaragua Butterfly Reserva. Laufer ci va con la moglie, e conosce la vita delle farfalle insieme a quella di Jane e di suo marito Gerry (con la “G”) che hanno deciso di mollare tutto e di vivere alla Laguna de Apoyo, vicino a Granada, vecchia città coloniale nel sud del mondo. Ma ovviamente la fuga non riesce né al reporter né agli espatriati.


Le farfalle non sono un’altra vita, sono, casomai, la possibilità di rivedere la stessa vita, il mondo, attraverso un punto di osservazione molto circoscritto, questo insetto che, rispetto alla stragrande maggioranza degli altri, non fa schifo (ai più, ma esiste anche la categoria dei lepidottofobi, oggi ovviamente dotati di siti e di condivisione di esperienze), e anzi appare un simbolo della bellezza e dello spirito: psyché, in greco, è sia “anima” sia “farfalla”.

Insomma, coloro che vanno per mare, o che per l’ esattezza prendono un volo dalla California al Nicaragua (non troppo lontano dalla Cayenna di Papillon, dunque), cambiano cielo ma non cambiano animo, e il mondo resta tale e quale. Il frigorifero di Jane e di suo marito è pieno di cadaveri, i due congelano le farfalle appena uscite dal bozzolo dove si è compiuta la metamorfosi, cioè, in un certo senso, appena nate, perché il loro corpo è perfetto e i loro colori hanno la massima vivezza, e le rivendono a gente che le colleziona come se fossero francobolli o monete. L’argomento con cui Jane e il marito si giustificano, ricordando che tanto sarebbero morte comunque, non è invincibile, applicandosi a qualunque vivente, uomo compreso.

It’s the economy, stupid! La guerra e le sue motivazioni non cessano di inseguire il reporter senza retino, che prosegue la sua ascesa alle farfalle, o discesa agli inferi, visitando una pletora di Indiana Jones: professori, creazionisti, evoluzionisti, collezionisti, trafficanti, bracconieri, contrabbandieri, spacciatori e poliziotti che li inseguono (a un certo punto interviene anche una specie di romanzo giallo sul massimo contrabbandiere di farfalle, Yoshi, un giapponese, arrestato grazie alle confessioni estorte dal detective di Los Angeles di cui Yoshi si è invaghito). Nella galleria ci sono gli idealisti della North American Butterfly Associaton, che consigliano un equivalente del bird watching, raccomandano di chiamare le farfalle avvistate “individui” e non “esemplari” (quelli sono le farfalle morte e infilzate), e che nella loro attitudine contemplativa disprezzano sia quelli che vendono farfalle morte sia (e forse ancora di più) quelli che le vendono vive, in scatole di varia foggia, per liberarle durante matrimoni, compleanni, feste di laurea, con quella che sembra essere una scena molto spirituale e commovente, ma che di fatto consiste nel buttare in un mondo sconosciuto degli animali di allevamento sbigottiti e intontiti.

Tanto vale cucinarseli. E si entra nel largo mondo del mangiare insetti, attività condivisa da strati enormi di umanità e che rimuoviamo con bravura (magari dimenticando l’origine del miele), tranne quando andiamo, per esempio, in Messico. In effetti io stesso ricordo quando a un banchetto accademico mi offrirono dei gusanos, vermi avvolti nei tacos, rifiutai e mi parve che quelli che li avevano accettati avessero compiuto un sacrilegio. E sì che rispetto agli indios Tarahumara, che si arrostiscono delle specie di favi pieni di venti pupe che trovano appesi agli alberi, erano dilettanti. In questa galleria di tabù da vincere il cuoco che in Louisiana rivisita tutta la cucina del sud a colpi di farfalle, fa un figurone.


Poi ci sono gli artisti, ed è la parte più impressionante del libro. C’è quello che nei dintorni di San Francisco realizza delle composizioni di farfalle e osserva che dopotutto si tratta di un nuova metamorfosi: da bruco a farfalla, e ora da farfalla a opera. Questo alla fine sembra un simpatico allegrone, una specie di Papageno, rispetto alla Regina della Notte, Lori Precious, una signora con atelier a Topanga Canyon, a Los Angeles, che prende delle foto di starlettes vissute e morte lì vicino, a Hollywood, ritratte nel culmine della giovinezza e della bellezza su rotocalchi ora sbiaditi, e le ricrea, a mo’ di mosaico, con le scaglie di colore vivissimo delle farfalle. Una specie di rito funerario dove l’effimero mummifica l’ effimero creando l’apparenza della vita. Un rito pietoso, dopotutto, se confrontato con quello di Damien Hirst, che anni fa ha attaccato dei bozzoli su una tela con pittura fresca: le farfalle uscivano e restavano impaniate per sempre.


Quella intorno alle farfalle è davvero una battaglia, e forse per questo i lepidotteri appassionavano tanto Jünger, l’autore di Tempeste d’acciaio. Dipanare questo bozzolo e seguirne il filo diventa allora per Laufer come per Marlow in Cuore di tenebra risalire il fiume alla ricerca di Kurtz, che si manifesta magari sotto le sembianze di una Testa di Morto.

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