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Scienza e (im)moralità: bioetica e rischio tecnologico
Enzo Ferrara, Lo straniero, 12.06.2006
www.lostraniero.net
“Ricordate: Ubik vi salva in pochi secondi. Evitare l’uso prolungato”
(Philip K. Dick Ubik 1969)

L’uomo non si ferma sul dolore altrui se non può essere d’aiuto, osservava Bertolt Brecht, e solo in questo caso, aggiungeva, è lecito guardare gli altri dall'alto al basso: per aiutarli ad alzarsi. Dovrebbe essere sconveniente, allora, sedere ai tavoli dei comitati di bioetica, che invece vanno tanto di moda. Su quegli scranni ci si accomoda per decidere di protocolli che tengano assieme, sanità, scienza e dignità, ma si finisce anche per guardare il mondo intero dall’alto al basso. Si affrontano i tabù che riguardano la procreazione, la morte, la maternità e la fede, compiacendosi o scandalizzandosi per la rincorsa delle conquiste tecnologiche, preoccupandosi però soprattutto del loro controllo, disinteressandosi che costi e benefici siano ripartiti in modo equo.

Fuori dei comitati, intanto, gli scenari si complicano. Un secolo fa, obiettivi delle cure mediche erano esclusivamente la guarigione dalle malattie e il sollievo dalle sofferenze. Oggi le nazioni tecnologicamente avanzate fronteggiano una mutazione dei concetti di cura e salute pubblica, conseguenza delle nuove conoscenze nei meccanismi biologici molecolari che tutti gli organismi viventi condividono, e della possibilità per le moderne tecnologie di intervenire su questi processi, manipolandoli. Nel computo degli interessi medici, oltre alle patologie del corpo e della mente, rientra ormai anche il superamento dei limiti imposti dal Dna. Ma non si creda che questo vada solo a vantaggio delle cure prenatali o della lotta alle malformazioni genetiche e alle malattie neuro-degenerative. Nella schiera dei pazienti, moltissimi chiedono aiuto alla scienza senza essere malati nel senso comune; sono persone che vorrebbero vivere meglio di quanto non sia per loro normale, e neanche meglio potrebbe essere abbastanza. Le prescrizioni di somatotropina, l’ormone della crescita, sono più numerose per le prestazioni sportive o contro la calvizie che per compensare, quando necessario, una mancanza genetica. Oltre che a bisogni e carenze derivanti da malformazioni e traumi, chirurgia plastica, protesi di silicone, iniezioni di botulino e ormoni offrono risposte, proporzionali alle disponibilità economiche, soprattutto a quanti non sono interamente soddisfatti di se stessi. Questo dovrebbe essere tenuto presente nel discutere di bioetica, mentre le definizioni stesse di esistenza, sofferenza e infermità cambiano di significato. Non solo gli opposti integralismi scientifico e religioso (miseramente espostisi nel referendum sulla fecondazione assistita del giugno 2005), quindi, ma anche e soprattutto gli interessi economici e finanziari guidano il tentativo di intromissione nel campo della sofferenza con pessime intenzioni, cercando di farne una questione non intima e soggettiva fra paziente e medico, ma di consenso, di controllo e di mercato, instaurando una prassi che già duemila anni fa Plinio il Vecchio chiedeva di scongiurare: la presenza di estranei e di discorsi ignobili al capezzale del malato. Non s’intende disconoscere ruoli, compiti, successi e avanzamenti della medicina e della ricerca scientifica – a inizio anni sessanta accedere ai trattamenti di dialisi era, letteralmente, una lotteria – ma è importante fare chiarezza. Interessi che dovrebbero restare esterni alla medicina mettono a rischio la percezione corretta dei problemi sanitari, sovente presentando uno stereotipo di ricerca legato al sollevamento dalla sofferenza per legittimare investimenti più ingenti in settori limitrofi più remunerativi. Come per il millantato impiego degli Ogm contro la fame in Africa, o per gli studi sui processi di invecchiamento che portano allo sviluppo dei farmaci da prestazione (fisica, mentale o sessuale), pubblicizzati ovunque e proposti addirittura agli adolescenti.

Più o meno consapevolmente, intanto, gli esperti si mobilitano e forniscono dall’alto al basso le loro indicazioni. Un esempio: Biblioetica: Dizionario per l’uso, a cura di Gilberto Corbellini, Pino Donghi e Armando Massarenti (Einaudi 2006), un elenco di vocaboli pertinenti (clonazione, dolore, donazione, embrione, eutanasia, vita, …) con a margine alcuni dialoghi edificanti sulle implicazioni morali, sociali e legali della ricerca in biologia e medicina, commissionato per il teatro Stabile di Torino, quinto atto del “Progetto domani: Olimpiadi della cultura 2006”. I limiti di operazioni come questa emergono quando si osserva che la questione è spostata sul versante filosofico, più che su quello sociale e democratico, e si avverte perfino che l’evento ha una funzione celebrativa del “dogma” che l’esperto rappresenta. Si dichiara l’intento di sostenere il pensiero laico, ma si finisce solo per specchiarsi in un’ottica tutta interna al sistema accademico e professionale che ha commissionato il testo. Si vorrebbe scongiurarla, ma è vigente l’idea secondo cui tutto può essere acquistato e venduto; si denuncia l’uso ambiguo di parole che nascondono il vero senso delle operazioni, ma non si trova un lessico diverso, anche solo più semplice di quello specialistico.

Manca oggi un discorso etico libero, all’altezza della sfida contemporanea, non ossessionato da contrapposizioni con le gerarchie religiose, utili solo a far prosperare le guerre culturali che gettano discredito sull’intera tradizione critica della modernità. In una società che esalta i meccanismi della de-responsabilizzazione, una selezione dei percorsi di ricostruzione della moralità è affare non da poco. Nessuno può supporre, però, di possedere l’unica chiave di lettura disponibile: creare l’etica non è un processo che può imporsi da sé, attraverso l’uso non corrotto della razionalità. Un tale tentativo correrebbe pericolosamente sugli stessi binari di quelle certezze di pensiero incivili e antidemocratiche che vorrebbero esportare civiltà e democrazia, insistendo – va da sé – sul bene comune prossimo venturo.

A voler guardare la realtà per intero, si osserva che le questioni etiche in campo sanitario vengono travalicate con leggerezza. Per i trattamenti somministrati, fra tutti i criteri possibili i meno difendibili eticamente sono quelli più frequentemente applicati, con al primo posto la disponibilità economica in relazione alla possibilità di ricevere trattamenti specialistici, farmaci o trapianti. I reparti di neonatologia sono fra i luoghi dove maggiormente si concentra l’attenzione bioetica occidentale. Negli ultimi decenni, il peso dei neonati prematuri sottoposti a cure intensive è sceso drasticamente: da 1500 grammi negli anni settanta, si è passati a 900 grammi negli anni ottanta, poi a 600 grammi, fino all’ipotesi attuale che non esista un limite per le possibilità di sopravvivenza dei neonati, anche se le emorragie cerebrali sono ricorrenti, assieme al sottosviluppo degli organi vitali più importanti. In questi reparti, quando si passa a considerazioni di bioetica il discorso sembra fondarsi esclusivamente sulla fiducia, o meno, nell’intervento medico. Tuttavia, negli Stati Uniti, è stato osservato che per la selezione dei trattamenti gli esiti a lungo termine e l’analisi dei danni permanenti subiti dei piccoli prematuri sembrano essere aspetti secondari. Le terapie variano, invece, maggiormente secondo la volontà e gli interessi nella sperimentazione, la necessità di riempire i posti-letto, il timore di essere accusati di scarsa attenzione verso i pazienti e il cinismo dimostrato dallo staff medico verso i genitori. Inoltre, mentre l’efficacia del trattamento diventa il perno del dibattito bioetico e le struttura sanitarie si barcamenano fra carenze di risorse, attenzione dei media e possibilità di recuperare fondi, ci si dimentica che è la povertà la causa principale delle malformazioni neonatali e dei problemi di salute nella prima infanzia. La scarsa nutrizione, la mancanza di un’abitazione confortevole, l’impossibilità di accesso all’assistenza medica durante la gravidanza sono fattori sempre fortemente associati con le nascite premature. I paesi industrializzati investono sempre più per le terapie intensive neonatali - il che è molto bioetico - mentre tagliano i programmi di sanità pubblica, nutrizione e assistenza familiare che più direttamente risponderebbero a molte situazioni di disagio, non contemplate nelle guide per benpensanti. Non è credibile, insomma, una moralità, parcellizzata e spiegata a fascicoli, mentre gli esperti fanno grossi sforzi per concentrarsi sul particolare e dimenticare l’insieme del problema.

La capacità di pensare e proporre una morale settoriale e utilitaristica non vale solo per la bioetica. Anche per la gestione dei rischi associati allo sviluppo delle tecnologie, dal nucleare, agli inceneritori, agli ogm, alle grandi opere, sono praticati criteri analoghi, utilizzando un’ottica miope e superata. Lo spiega bene Giancarlo Sturloni, responsabile del master di “Comunicazione della scienza” a Trieste, che ha raccolto un testo guida, Le mele di Chernobyl sono buone (Sironi 2006), per riflettere sugli ultimi cinquant’anni di rischio tecnologico. Affrontando l’evoluzione della presa di coscienza collettiva di fronte alle catastrofi e agli insuccessi della tecnica del Novecento, da Hiroshima, Bhopal, Chernobyl, alla sindrome della mucca pazza, fino all’influenza aviaria, Sturloni rileva che la delega delle risposte per l’individuazione, la comprensione e il governo del rischio a un gruppo sociale ristretto e non meglio definito di esperti è una soluzione ingiusta e inefficace. La tecnologia ha portato a problemi ambientali e sociali di grandezza tale che la politica tradizionale non è più in grado di gestire, mentre nel passato i tentativi di controllo per delega e la sottostima sistematica dei rischi tecnologici hanno finito per aumentare gli effetti negativi. La prospettiva è che, col crescere dell'intrusione della tecnologia nella quotidianità, i nodi da sciogliere diventeranno sempre più complessi e richiederanno conoscenze sempre più aggiornate e partecipate. È importante che ogni volta di fronte a una prospettiva di rischio si abbia chiaro quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi e i problemi tecnici che potrebbero insorgere, invece di reagire secondo passioni, pregiudizi ed emozioni su questioni in cui le ipotesi morali possono essere molteplici. “Indagare il rischio tecnologico è una sfida che non si può rifiutare”, spiega Sturloni “[ma] senza un dialogo aperto a tutte le parti coinvolte, le controversie tecnico-scientifiche possono degenerare in conflitti sociali”. Che si tratti di impianti nucleari, trapianti, grandi opere, ricerca genetica, inceneritori o farmaci anti-aids le questioni economiche e politiche si intrecciano e impongono un’etica della responsabilità che gran parte della società ha cessato di fare proprie.

Nel gennaio 1947 Albert Einstein in una lettera a Linus Pauling, Leo Szilard e Hans Bethe scriveva: “Con la scoperta dell’energia nucleare, la nostra generazione ha portato sulla Terra la forza più rivoluzionaria dopo la scoperta del fuoco. Non ci può più essere segreto né difesa: non c’è possibilità di controllo, se non attraverso una consapevole conoscenza e la continua partecipazione di tutte le genti del mondo”. Sessant’anni dopo sembra cambiato poco, siamo chiamati a partecipare a un dibattito di etica che mette in crisi le idee moderne di scienza e di progresso, nel quale il diritto-dovere della conoscenza e della consapevolezza continua ad essere un tema dominante. Non è più il tempo dei comitati di esperti da isolare attorno a un tavolo, strumenti e informazioni dovrebbero essere disponibili per tutti e i rischi e i benefici degli sviluppi tecnologici dovrebbero esser resi noti e conteggiati fino all’ultimo centesimo. In caso contrario, le istituzioni e le risorse messi assieme per offrire risposte scientifiche e democratiche ai complessi problemi dell’umanità rischiano di rivelarsi, invece, simulacri oscurantisti, artefici della rimozione dei concetti stessi di cultura, scienza e democrazia dalle nostre esistenze.
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