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Lo Zar di tutti i romanzi
Maria Serena Palieri, L'Unità, 02.12.2005
www.unita.it
Franco Cardini su queste pagine ieri parlava di «ucronia», ovvero della storia «fatta con i se». Se Napoleone avesse vinto a Waterloo... Cui contrapponeva la narrativa che fa fantastoria. La prima ha intenti scientifici, la seconda vuole divertire. È un tipico esempio di questa un romanzo che Sironi manda in queste settimane in libreria: Lo zar non è morto. Premessa: immaginate che Nicola II non sia morto a Ekaterinenburg, nell'eccidio che si consumò tra il 16 e il 17 luglio 1918, e che un uomo con le sue fattezze ricompaia in Cina nel 1931. Da qui, sgomento tra i bolscevichi e, a scacchiera, reazioni in tutte le stanze europee del potere, per un'avventura che si muove tra Pechino e Losanna, Parigi e il Vaticano. Ora, Lo zar non è morto fu pubblicato in prima edizione in Italia nel 1929: chi lo scrisse ebbe il merito di intuire il carico di credenze popolari che, nel corso del Novecento, in Urss, si sarebbe coagulato intorno alla «misteriosa» fine dei Romanov, una panna montatasi all'estremo dopo l'89. Se usiamo l'espressione «chi lo scrisse», anziché il nome dell'autore, è perché poi, dietro questo libro si nascose all'epoca un'operazione, anch'essa piuttosto futuribile, di scrittura collettiva. Guidata, infatti, dal futurista Marinetti. Il «Gruppo dei Dieci» raccoglieva scrittori dalle sensibilità spaiate - con Marinetti, Beltramelli, Bontempelli, D'Ambra, De Stefani, Martini, Milanesi, Varaldo, Viola, Zuccoli - accomunati dall'intento di divertirsi scrivendo a venti mani una storiona di fughe, complotti, amori. Ora, Lo zar non è morto, il Romanzo Scomparso, settantasei anni dopo torna in libreria. E, siccome siamo in epoca post-modern, ci torna con un apparato meta-romanzesco che ci spiega la storia del ritrovamento di questa storia.

Giulio Mozzi narra come gli sia caduto l'occhio su un banco dell'usato dove il volume d'epoca giaceva. È, il suo, un racconto piacevole, emancipato e colto che - ecco il regalo in più per il lettore - comunica il piacere di manovrare questi oggetti, i libri (nostra unica obiezione a Mozzi: definire «noiosi» Proust e Joyce non è una scorciatoia un po' corriva per mettersi su un supposto piano comune col lettore?). Poi si spiegano i quesiti che in redazione ha posto la ripubblicazione: rimettere le mani su termini desueti? usare la copertina originaria di Prampolini? Interrogativi post-moderni: cioè di un'epoca in cui un testo può smettere d'esser filologicamente se stesso e basta. In coda, in riproduzione anastatica, una delizia: il bando del concorso che prometteva 1.000 lire al lettore che indovinasse a chi, dei Dieci, andassero attribuiti i singoli capitoli.
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