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Unione Sovietica, venticinque indirizzi di un altro mondo
Andrea D'Agostino, Avvenire, 27.12.2015

Di Russia non ce n'è una sola. Sono tante, tantissime le Russie che emergono dalla lettura dell'ultimo libro di Gian Piero Piretto Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo (Sironi, pagine 288, euro 22,90). Un caleidoscopio di etnie e culture di cui l'autore, docente di Teatro russo e Cultura visuale all'Università statale di Milano, si occupa da decenni; tra i suoi studi più recenti c'è inoltre il libro che è un po' il "gemello" di quest'ultimo e che si intitola La vita privata degli oggetti sovietici: 25 storie da un altro mondo, pubblicato sempre da Sironi.

Dalle cose agli spazi che caratterizzavano, e in molti casi caratterizzano ancora, la Russia: se nel volume precedente l'indagine partiva da umili oggetti per allargarsi a un fenomeno più vasto e complesso come la propaganda comunista (persino i portabicchieri erano decorati con l'immagine di Lenin), qui l'analisi è differente. La lunga introduzione inizia dalle steppe sconfinate, attraversate da carrozze o treni dove si svolgevano le trame di tanti capolavori della letteratura russa i cui protagonisti, perennemente in viaggio, riflettevano sulla loro vita, come il Dottor Zivago di Pasternak. E compare subito una dicotomia che spiega molto dei luoghi emblematici dei capitoli seguenti: la sedentarietà di un Oblomov viene contrapposta al movimento dell'operaio stacanovista, l'immobilismo delle campagne contro il dinamismo delle città, l'orizzontalità dei paesaggi rurali contro la verticalità dei grattacieli della Mosca staliniana. E soprattutto, la vecchia Russia zarista che la nuova Unione Sovietica tentò di cancellare, a partire dal nome di San Pietroburgo divenuta Leningrado.

Nella seconda parte del libro si entra "nel vivo" di questi luoghi: alcuni caratteristici (la dacia, il mercato colcosiano), altri simili a quelli occidentali, ma solo in apparenza. Unica nel suo genere, ad esempio, è la metropolitana di Mosca: costruita rapidamente nei primi anni Trenta, divenne presto motivo di orgoglio per gli abitanti, abbagliati dalla ricchezza dei materiali impiegati (bronzo, cristalli, marmi), tanto che si parlò di un nuovo "palazzo imperiale" finalmente accessibile alla popolazione. Lo spazio invece più comune, oltre che tappa obbligata per ogni viaggiatore, era l'aeroporto: qui la descrizione assume toni inquietanti, dalle attese kafkiane per i controlli doganali (era proibito portare all'estero i rubli), alle umiliazioni inflitte ai passeggeri ebrei che dalla fine degli anni Settanta lasciavano il Paese per tomare in Israele, e visti perciò come dei traditori della patria russa.

Altri luoghi significativi erano le chiese: nelle poche rimaste aperte in epoca sovietica si incontravano quasi esclusivamente donne anziane, perché il cittadino che osava entrarvi rischiava di andare incontro a pesanti ripercussioni professionali (e non solo) il capitolo dedicato alla strada vede protagoniste le vetrine dei tanti negozi che reclamizzavano prodotti in realtà inesistenti all'interno. Allo stesso modo, i manifesti di mostre e film che tappezzavano muri e facciate annunciavano quel "radioso avvenire" che la propaganda staliniana aveva promesso ad una popolazione poverissima. E le arterie principali ospitavano spesso parate militari destinate a confluire nella Piazza Rossa di Mosca o nella Piazza del Palazzo di Leningrado, veri e propri spazi "sacrali" del potere, ieri come oggi. Proprio una di queste grandi vie ha assistito all'apertura, il 31 gennaio 1990, del primo McDonald's "socialista" a Mosca: questo avamposto del capitalismo a stelle e strisce è durato per ben ventitré anni finché nel 2013, «in clima di controsanzioni putiniane» come ricorda l'autore, è stato chiuso, salvo riaprire poi alcuni mesi dopo. Molti altri fast food, invece, sono ancora chiusi. Un episodio che conferma l'attualità di un volume che non è semplicemente la rievocazione di un mondo lontano, ma un'indagine molto sottile su un Paese oggi più che mai alla ricerca di una sua identità.

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