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Disincanto in seminario
Roberto Carnero, Il Sole 24 ore - Domenicale, 30.06.2013
II romanzo postumo dell'ex sacerdote Bianchi (1927-2012) è un capolavoro inatteso e trascurato. Eppure narra con le qualità di un Fenoglio.

È un dono inatteso questo romanzo postumo di Luisito Bianchi. Un dono inatteso e prezioso, perché si tratta di un testo di altissimo livello. Un'opera che se la nostra società letteraria non fosse così distratta e dominata da un'assurda forza centrifuga - che spinge gli addetti ai lavori (i critici) a inseguire giovani scrittori incapaci di scrivere alcunché di vero, presunti capolavori immancabilmente lanciati come tali dagli uffici stampa (che, per carità, fanno il loro lavoro), i premi letterari con le loro beghe interne ed esterne in questi tre mesi dalla sua uscita (marzo 2013) sarebbe stata notata non solo da pochissimi recensori, come sinora è accaduto.

Scomparso due anni fa (era nato a Vescovato, in provincia di Cremona, nel 1927), sacerdote cattolico dal 1950, Luisito Bianchi ha cominciato a essere conosciuto dal pubblico dei lettori a partire dal 2003, quando Sironi ripubblicò La messa dell'uomo disarmato, un ampio, suggestivo romanzo sulla Resistenza, uscito per la prima volta nel 1989 in un'edizione autoprodotta. Ora, sempre Sironi, manda in libreria il seminarista, un romanzo fino a un certo punto autobiografico: probabilmente autobiografico fino alla penultima pagina, dove troviamo un epilogo drammatico (alla maniera di un film come Roma città aperta di Roberto Rossellini) che è l'unica cosa a stonare un po' in oltre 200 pagine di grande narrazione.

Protagonista è un giovane seminarista, proveniente da un'umile famiglia di campagna, che nel romanzo viene seguito nel periodo del ginnasio. Siamo negli anni della guerra e la sua vocazione viene messa a dura prova dalla fredda disciplina del seminario, oltre che dall'ipocrisia di certi superiori. Eppure si tratta di una vocazione sincera, che saprà sopportare e superare ingiustizie e umiliazioni. Poi a poco a poco entrano, tra le mura del seminario, la politica, gli eventi bellici con le loro conseguenze, la Resistenza. Temi con i quali il protagonista si confronta tra le mura dell`istituto, ma anche al paese, quando vi tornaper le vacanze o per le frequenti convalescenze,
essendo di salute piuttosto cagionevole. Con un disorientamento che cessa soltanto alla fine del libro (in maniera, come si è detto, non del tutto convincente): «Bisognava pregare per la pace, bisognava pregare per la vittoria. Una preghiera strana. Politicamente bisognava fare la guerra, religiosamente bisognava pregare per la pace».

A un certo punto sarà Radio Londra, ascoltata furtivamente con l'apparecchio di casa, a fargli capire da che parte stare: «Il ragazzo cominciò a pensare che il fascio era una burla. Ne fu contento perché c'era arrivato da solo». Certo, c'è il motivo delle scelte impegnative che questo adolescente è chiamato a compiere in relazione alla particolarità e alla difficoltà del momento storico. Ma c'è soprattutto una sottilissima disamina psicologica del suo animo, che ricorda per certi versi un altro bellissimo romanzo di qualche anno fa, Lacrime impure di Furio Monicelli (Longanesi 1960, poi Mondadori 1999 e 2007 con il sottotitolo Il gesuita perfetto; un bel libro da cui è stato tratto un brutto film, a tratti persino inconsapevolmente grottesco, In memoria di me di Saverio Costanzo). Le pagine più felici sono quelle dedicate al racconto della vita di questi ragazzi chiamati a diventare «ministri del crocifisso» passando attraverso il duro studio, stenti e privazioni: la proposta del seminario da parte di un chierico del suo paese, la decisione di intraprendere questa strada (nonostante la contrarietà del padre, che però rispetta fino in fondo la volontà del bambino), le regole militaresche dell'istituto, i geloni d'inverno e il rimedio del pediluvio caldo (consentito due volte la settimana), la gioia inattesa di una battaglia a palle di neve in cortile sotto lo sguardo una volta tanto clemente del rettore, la novità del cinematografo in una vicina casa salesiana, la sorpresa per un compagno che gli propone un'«amicizia particolare» (respinta prima ancora di essere compresa nelle sue reali implicazioni), il tenero interessamento di una giovane suora in un istituto ligure, al mare, dove il ragazzo è stato inviato perché possa ristabilirsi nel fisico indebolito, i battiti del cuore alla vista delle ragazze del paese, la battaglia spirituale alla fine vittoriosa sulle tentazioni del mondo.

Non pensiamo di esagerare se affermiamo che Il seminarista è un piccolo capolavoro della narrativa del secondo Novecento (stando alle agende che ne contengono la prima stesura, il testo è stato scritto all'inizio degli anni Settanta), che potremmo mettere tranquillamente allo stesso livello di gioielli come La malora di Beppe Fenoglio o Casa d'altri di Silvio D'Arzo. Non abbiamo citato a caso queste due pietre di paragone (che pure sono testi, per molti aspetti, assai diversi tra loro): perché anche qui ritroviamo la stessa precisione stilistica, la stessa asciuttezza di dettato, la stessa efficacia rappresentativa, il medesimo scarno e insieme intenso lirismo. E soprattutto un'analoga autenticità.

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