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La Resistenza del seminarista Luisito Bianchi
Fulvio Panzeri, Avvenire, 18.04.2013

In libreria il romanzo postumo del prete-scrittore. Storia di un giovane che vive la guerra partigiana come via verso il sacerdozi.

Con una scrittura che richiama alla pietà manzoniana, che ha il dono della verità ed è capace di mostrare la trasfigurazione e i tormenti personali della chiamata, illumina la «scoperta del farsi prete per condividere il dolore della gente».

Per Luisito Bianchi, prete, per anni cappellano all'abbazia diViboldone, alle porte di Milano, ma anche straordinario narratore e saggista, la Resistenza assume un carattere non solo storico, ma diventa un "luogo" di rinascita, con la sua esemplarità rispetto al tema della "Gratuità" dell'annuncio evangelico che è sempre stato al centro della sua esistenza, nelle parole e nei fatti.
Nel 1992, nella postilla a una sua raccolta di poesie, aveva scritto: «Se sono prete, e con il desiderio che il mio sacerdozio non sia un'aggiunta o una sovrapposizione al mio essere uomo (posso dire che sia un "tutt'uno"?) lo debbo a quel tempo che ha un nome ben preciso, non di mito o di trasfigurazione, e tanto meno di compiaciuta autoesaltazione, ma di carne viva, con le sue ferite e i suoi trasalimenti di gioia: "Resistenza". Come ebbero un nome preciso mio padre e mia madre che mi hanno generato e l'arciprete che mi ha battezzato (così fu) la Resistenza per la mia terza nascita. La terza nascita che io penso abbia ogni uomo (o donna) se vuole confermare con un atto libero le prime due (che gli sono) imposte».

La Resistenza diventa quindi il nodo centrale della sua esistenza, quello che cementa la sua vocazione e riporta a una diversa vita, alla consapevolezza della vocazione sacerdotale. E questo è anche il tema forte che troviamo nel romanzo inedito che Don Luisito ci ha lasciato, dopo la morte, un anno fa, nel gennaio 2012 e che si affianca a quello che è stato uno dei "veri" casi letterari degli ultimi decenni del secolo scorso, riscoperto in questo inizio degli anni Zero che hanno posto all'attenzione del grande pubblico la figura ieratica e consapevole del bisogno di incidere sul proprio tempo di don Luisito Bianchi, fedele testimone del dettato evangelico che ha voluto vivere sempre nella sua contemporaneità, attraverso la Resistenza, e con l'esperienza del
prete operaio negli anni Settanta. Ci riferiamo al grande romanzo, La Messa dell'uomo disarmato, circolato prima in un'edizione privata e semiclandestina, ottenendo un forte riscontro tra i lettori e poi pubblicato nel 2002 da Sironi editore, scoperto dalla critica italiana che lo ha subito riconosciuto come un autentico capolavoro, un libro attraversato sempre dal tema della "gratuità", tanto che Don Luisito Bianchi aveva rivelato: «All'inizio pensavo di intitolare il romanzo semplicemente "Grazie" perché racchiude tutti gli insegnamenti e le esperienze che ho ricevuto nel corso della mia vita. Non sono conquiste mie, ma un dono, quello del ricordo e della memoria della storia passata, che è giusto che passi agli altri». È proprio in questa prospettiva che si situa anche questo nuovo "piccolo" capolavoro di Luisito Bianchi, rimasto fino a oggi nei suoi cassetti, ma che vive di una grazia, di una purezza, di una profondità narrativa che lo pongono come una sorta di prologo al grande romanzo corale sulla Resistenza, riletta nell'ottica
del pensiero cristiano. Scritto negli anni Settanta, Il seminarista arriva in questi giorni in libreria,
pubblicato da Sironi Editore, con la collaborazione del "Fondo Luisito Bianchi" della Fondazione Dominato Leonense. Il Fondo, rispettando la sua volontà, ha sede presso la sua casa natale di Vescovato, alle porte di Cremona, dove sorgerà anche un centro culturale a lui intitolato e aperto al pubblico. Grazie all'intervento della Fondazione la casa sarà ristrutturata e qui vi saranno raccolte tutte le sue opere e i numerosissimi volumi raccolti durante tutta la sua vita.

Opera meritoria è la pubblicazione del Seminarista che ci racconta la storia di una "vocazione" che passa attraverso la riflessione sul tema della Resistenza, del "farsi prete" e dei dubbi che accompagnano questa scelta, accentuati in questa vicenda nel confronto con la Storia, dalle contraddizioni che la guerra pone e che intaccano anche la quotidiana vita del Seminario, che Luisito Bianchi racconta con una scrittura che richiama alla pietà manzoniana, una scrittura che ha il dono della verità, dove non c'è nulla di costruito, ma troviamo il miracolo della trasfigurazione dell'esperienza personale, del ricordo e della memoria all'interno di una storia che vive di stupori e di scoperte, di letture e di preghiere, di passeggiate nei prati della Bassa, scandita da segni di mirabile forza poetica nei cambiamenti stagionali, in particolare lo stupore per le nevicate. Luisito Bianchi illumina la realtà di un piccolo mondo, attraverso il racconto della
formazione di un bambino che vuole farsi prete e che da ragazzo deve affrontare i dubbi e il senso della Guerra di liberazione, «la scoperta del farsi prete per condividere la sofferenza della
povera gente», riflettendo su "Umiliati e offesi". E mette in scena anche figure di straordinaria intensità morale, come quella dell'Arciprete, con una maestria nel presentarci personaggi come la madre e il padre del ragazzo, ma anche figure secondarie come quelle di una giovane suora che incontra in un soggiorno al mare («Se è vero che gli occhi rivelano l'anima, quella suora la doveva avere blu-mare e anche un po` strabica»).

Questo romanzo ci rivela ancor di più Luisito Bianchi e soprattutto il percorso della sua "terza nascita", raccontandoci la chiamata a una "vocazione", attraverso la scoperta dell'anima del seminarista, che «è piena di segni, rimarginature di ferite o tagli che non si rimargineranno mai»

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