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Così il comunismo si fece oggettivo
Giorgio Vasta, Il Sole 24 ore - Domenicale, 24.02.2013
Lo slavista Gian Piero Piretto ha usato 25 tipici oggetti della vita quotidiana nell'Unione Sovietica per costruire un saggio che unisce molto bene cultura e storia sociale.

Nelle prime righe di Cose trasparenti, Vladimir Nabokov propone una riflessione sul legame che è possibile instaurare con gli oggetti che ci circondano: «Quando noi ci concentriamo su un oggetto materiale, ovunque esso si trovi, il solo atto di prestare ad esso la nostra attenzione può
farci sprofondare involontariamente nella sua storia». Vale a dire che nel momento in cui si sceglie di non proteggersi attraverso una percezione ordinaria dell'ordinario, ogni oggetto materiale – da una semplice matita (come avviene nel romanzo di Nabokov) a, per esempio, un berretto (come nell'incipit di Madame Bovary) – si trasforma in un cratere in cui è impossibile non sprofondare. L'inabissamento nella storia materiale e culturale delle cose è il metodo di cui si serve Gian Piero Piretto, docente di Cultura russa presso l'Università degli Studi di Milano, nel suo La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo (Sironi Editore). Un inabissamento che parte da una conoscenza profonda storico-sociale tanto quanto sentimentale degli oggetti raccontati, senza mai indulgere né in un motteggio ironico fine a se stesso né alla moda inerziale della ostalgia, vale a dire la nostalgia – via via che passano gli anni sempre più frusta – nei confronti degli stili della ex Ddr. Piretto è consapevole che ogni oggetto è il risultato nonché la scaturigine di una serie di azioni, discende da un contesto, ne genera di ulteriori, descrive chi lo circonda, respira l'aria del tempo, rivelandosi dunque l'epifenomeno di una storia significativa.

Del resto il regime sovietico prestava agli oggetti un'attenzione particolare. Dovevano infatti smarcarsi dalla tendenza esornativa occidentale; al posto della decorazione corruttrice il partito proponeva (invero con una certa intensità) criteri di progettazione, prima, e di scelta, in seguito, quali la funzionalità e la concretezza. Antidoti contro l'ammorbamento delle forme imposte dal design, funzionalità e concretezza erano strumenti di purificazione culturale nonché i presupposti di una nuova fondazione del mondo. Pur mescolandosi alla vita quotidiana dei cittadini, questi oggetti erano – proprio a partire dalla loro estrema essenzialità – «una vera incarnazione (reificazione) dell'essenza dell'oggetto». Idearli, costruirli, produrli erano fasi di un'inconsapevole ma sistematica ricerca dell'eidos. E in effetti se osserviamo il grancak, il bicchiere a faccette prodotto in centinaia di milioni di esemplari – «di vetro spesso e di struttura stabile, difficile da rovesciare, non facile a rompersi» – abbiamo la sensazione di osservare non un bicchiere ma il bicchiere, come se la figura retorica dell'antonomasia si fosse declinata in forma oggettuale. Tutt'altro che indebolirne la percezione, il carattere di prodotto seriale ne enfatizzava l'unicità irriducibile. Al posto dell'aura, dell'hapax, a determinare il valore del grancak contribuivano «la sua natura di massa e la sua diffusione generale, il suo essere unificante, coinvolgente, rassicurante per l'immediata riconoscibilità e per la confidenza istantanea che ispirava, l'idea di comunità e appartenenza che trasmetteva». In fondo un oggetto è la sua forma, la sua funzione ma anche e soprattutto il sentimento che è in grado di sprigionare intorno a sé, nonché il gioco di ruolo che riesce a imporre. In tal senso, il nomerok è emblematico della relazione tra cose, pratiche e politiche. Una piccola piastra numerata – la classica contromarca rilasciata dalla guardarobiera all'ingresso di un locale pubblico – era all'origine di un sistema di comportamenti che nel descrivere quella che Piretto chiama «la semiosfera del guardaroba» produce un'ulteriore descrizione del rapporto che esisteva in Unione Sovietica tra individuo e collettività nonché tra mansioni umili ed esercizio del potere. Alla guardarobiera spettava, come una compensazione, la facoltà di rimproverare se non di mortificare l'inadempiente che si fosse presentato all'uscita avendo smarrito la contromarca o sprovvisto della vegalka, «il laccio di stoffa che permette di appendere paltò e pellicce all'uncino della rastrelliera» (il culmine della scenata – un rituale codificato – era il cosiddetto skandal). Qualcosa di simile riguardava un oggetto d'uso quotidiano come le scale mobili della metropolitana. Ancora una volta la territorializzazione era nodale.Per il regime, ogni cittadino è un secondino, il custode di un frammento di spazio e di comportamento. L'addetta alle scale mobili, imbozzolata nella sua divisa in un gabbiotto posto in fondo alle scale medesime, aveva dunque il compito di censurare ogni infrazione alle regole (sulle scale mobili non si doveva cantare, non si doveva mangiare); nel ribadire l'importanza del suo ruolo simulava una responsabilizzatone che in realtà era utile soltanto a una generale strategia di infantilizzazione.

La raffinatezza e il grande interesse del lavoro di Piretto consiste proprio nel fondare un discorso culturale facendolo scaturire dal racconto degli oggetti e dei fenomeni ad essi correlati. Se dunque si descrive una monumentale lampada da tavolo a fungo – in bronzo, rigorosa nelle linee, impercettibili concessioni all'art déco – a risultare ugualmente significativa è la luce leggendaria che da quella lampada si irradia; una polpetta, il pesce essiccato, un dolce pasquale sono da un lato occasione per recuperare una serie di processi culinari ma sono anche, letteralmente, sapore, così come il «Krasnaja Moskva», il profumo femminile «colonna olfattiva dell'era sovietica: troppo persistente, addirittura leggermente nauseabondo», è un insieme di molecole assorbite da un paio di narici. Dopotutto è naturale che narrare le cose trasparenti significhi sprofondare nell`unico cratere che nel fabbricare e consumare è anche in grado di ragionare su quello che fa: il nostro corpo.

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