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Gli oggetti made in Urss e il socialismo (ir)reale
Matteo Sacchi, il Giornale, 14.11.2012
Scherzando un po' si potrebbe ridurre tutto a «Ostalgia canaglia». Ovvero a quel rimpianto, spesso solo un vezzo radical-chic, verso gli oggetti spartanamente inutili che caratterizzavano la produzione industriale del mondo comunista. Insomma verso quella paccottaglia sovietica che molto diverte gli occidentali ricchi, e invece era l'unico misero conforto delle angariate vittime del regime sovietico.
E l'elenco di tristi sottoprodotti, di cloni del benessere occidentale, viene facilmente alla mente di tutti coloro che almeno una volta hanno avuto la fortuna di varcare quei confini prima degli anni '90: il profumo Krasnaja Moskva, le kotlety (polpette fatte con chissà che cosa), gli introvabili rotoli di carta igienica, le auto Pobeda («Vittoria»), le papirosy, versione autarchica e cartonosa delle sigarette...
Però in questi oggetti si può trovare qualcosa di più del gusto del collezionismo, del rimpianto insensato, o della beffarda risata verso un disastro politico industriale. Per accorgersene basta sfogliare La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un'altro mondo, scritto da Gian Piero Piretto (Sironi, pagg. 206, euro 19,80): una lunga galleria ragionata, e molto ben illustrata, che presenta tutti quei manuffati e quei feticci che hanno caratterizzato un'epoca, svolto un ruolo fondamentale, pratico o simbolico, nella vita di milioni di persone. E Piretto, che insegna Cultura russa e Metodologia della cultura visuale all'Università degli studi di Milano, non indulge mai nello scontato. Ad esempio, fantastiche sono le pagine dedicate alla avos'ka, la tipica borsa a rete prodotta in kapron (versione sovietica del nylon). Ma perché è un oggetto simbolico? Perché data la perenne scarsità di quasi tutti i generi di conforto, ovunque si vedesse una coda bisognava fiondarsi a comprare... Ecco che allora avere una borsa a rete sempre con sé, per sfruttare al meglio la fortuna, era fondamentale. La reticella diventava quindi simbolo di speranza, mentre attorno a lei la lingua russa stava addirittura cambiando. Il verbo comprare (kupit') veniva sostituito dal molto più aleatorio recuperare (dostat'). Esattamente come incomprensibili per noi occidentali, ma assolutamente simboliche per i russi, sono le galosce. Fondamentali per proteggere le scarpe - bene preziosissimo - dalle intemperie e così ineleganti. Ma proprio per quello anche così proletarie e pubblicizzate dal regime. E forse questa è davvero l'unica cosa che il comunismo è riuscito a copiare davvero bene dall'Occidente: la pubblicità ingannevole e martellante. Con in aggiunta una deriva tutta russa: gli znacëk o znacki, ovvero le spillette di regime. La mania delle decorazioni vere o presunte era arrivata addirittura a preoccupare il regime.
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