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Lo scrittore e il funzionario
Federico Pace, KataWeb Lavoro, 15.04.2003
KataWeb Lavoro
Nell’alacre nord-est un legale di banca si scopre romanziere. Nella finzione si trova nel bel mezzo di una incorporazione aziendale con rischio di licenziamento, nella realtà si alterna tra il lavoro quotidiano e la scrittura notturna. Intervista a Tullio Avoledo, protagonista di una storia singolare e autore di un libro insieme caso letterario e best seller.
Tullio Avoledo è un uomo in mezzo al guado. La scrittura e la letteratura da un lato, l’impegno quotidiano come quadro direttivo legale in banca dall'altro. Non è il primo a misurarsi con una prova del genere. Nella letteratura ci sono esempi illustri di uomini multipli e, forse, non c’è nemmeno bisogno di elencarli. Bastarebbe da solo, insieme ai suoi eteronimi, lo scrittore portoghese Fernanado Pessoa che fu addetto all’import export per un'azienda di Lisbona.
Ma Avoledo, quarantacinquenne autore friulano del fortunato “L’elenco telefonico di Altantide”, non assomiglia a nessuno di loro. Semmai, se a qualcuno deve essere assimilato, richiama di più Primo Levi per l’amore che ha per il suo lavoro e per come alimenta e sfama la sua passione per la letteratura. Lo abbiamo incontrato per capire qualcosa di più sulla sua vita divisa e su come, senza perdere la ragione, si possa costruire un universo narrativo a partire dal lavoro quotidiano .

Quali lavori ha fatto prima di arrivare in banca e all’Elenco telefonico di Atlantide?
Finito il liceo mi sono iscritto all’università alla facoltà di giurisprudenza. Ho seguito il consiglio dei miei (che erano quelli che pagavano le tasse universitarie) mentre io avrei voluto iscrivermi al Dams. Dopo un po’ ho smesso di frequentare l’università. Ho cominciato a fare tutti i lavori saltuari: addetto reparto vernici, copywriter, traduttore dall’inglese, mi inventavo dei lavori con molta faccia tosta.

A proposito di traduzioni, lei deve conoscere un buon inglese se è vera la leggenda che intrattiene rapporti epistolari con grandi narratori di lingua anglo-americana?
So scriverlo, parlarlo meno. Nel tempo mi hanno fatto notare che per certe parole uso un accento di Liverpool e per altre quello di un americano della West Coast.

Come lo ha imparato?
Sono autodidatta. Ho usato il metodo dei galeotti del passato: un manuale e tanto tempo libero.

Torniamo ai mestieri…
Ho collaborato anche con giornali locali con ritorni economici imbarazzanti…

E l’università?
L’ho finita lavorando. Tutto sommato è stata una buona cosa. Ho avuto anche il tempo per “lazzaronare” intellettualmente in vari campi. Probabilmente se mi fossi laureato prima ora sarei un avvocato molto ricco ma infelice.

E poi?
Nel 1990 stavo con una ragazza che mi voleva con un impiego solido. C’era un concorso in una banca per entrare nella divisione del personale. C’erano delle selezioni con 500 candidati. Mi sono presentato al test di selezione di tecnica bancaria ed è andata bene. Ho superato le diverse batterie e i colloqui di gruppo. Nel 1991 ho scoperto che ero stato inserito nell’elenco di riserva come gli astronauti della Nasa. Alla fine l’ho spuntata. Avevo trovato un selezionatore, il mio futuro e attuale capo, che basò il colloquio sulla cultura più che sulle nozioni. Direi che sia per me che per l’azienda è stata una scelta felice.

Le piace il suo lavoro?
Sì, sono abbastanza soddisfatto. Nel 1995 il nostro ufficio legale ha fatto anche un lavoro in qualche modo rivoluzionario da un punto di vista contrattualistico. E da qualche anno faccio parte della Commissione tecnico legale dell’Associazione Bancaria. Non mi lamento.

Lei sembra apprezzare la tecnica del suo lavoro e allo stesso tempo è attratto dalla letteratura. Per questa doppia natura mi viene da avvicinarla a Primo Levi che per lungo tempo ha continuato a lavorare come chimico e poi come dirigente tecnico in un’azienda di vernici. Ci si ritrova?
Anche a me piacciono i linguaggi tecnici. In un certo senso c’è una idea che la narrativa debba essere poetica, mentre a me piace una letteratura che sappia descrivere le cose. Per quanto riguarda il mio lavoro, io ho sempre ragionato per obiettivi. Non mi piace la routine. Il mio è un lavoro molto vario. Ci sono decisioni da prendere da momento in momento e con responsabilità. A me piace che ogni giorno possa succedermi qualcosa di nuovo. Questo mi dà entusiasmo. Vedo attorno a me molti lavoratori dipendenti che si lamentano della perdita di senso o di identità. Nessuno vede il risultato del proprio lavoro. Sono le paure dei miei amici. Anche se a me non capita, mi preoccupa questo scenario. [...]

Nel suo libro, il nord-est efficiente e alacre quasi non c’è. I suoi personaggi sono tutti solitari, nullafacenti, attratti da storie fantastiche. Che fine ha fatto il nord-est che tutti conosciamo?
Il momento magico è finito. Mio padre da operaio ha messo su un’industria e la sua ragione di vita è stata il progredire, andare più in là. Aveva coraggio e fiducia nel futuro. L’imprenditore di adesso spesso è un imprenditore di generazione successiva e il suo momento clou della settimana è il sabato o la domenica al casinò. Manca l’imprenditoria colta, illuminata e responsabile. Si è scollata dalla comunità. Intorno alla Jacuzzi che ha la sede nel paese dove sono nato prima c’era una miriade di imprese minuscole. Ora non c'è più nulla.

Tutto sembra reso ancora più complesso dalla globalizzazione economica...
In questo periodo ascolto molto le canzoni di Billy Bragg, in una dell’ultimo album dice “ho perso il mio lavoro, ho perso la macchina, ho perso la mia casa perché un tizio che non conosco a diecimila chilometri da qui ha fatto un clic con un mouse...

Dall’altro lato si scopre un’idea di comunità un po’ discutibile…
Se pensiamo all’identità celtica e al fatto che ai bambini fin da scuola si chiede di optare per l’insegnamento obbligatorio del friulano. Questo non vuole dire scoprire la comunità ma scoprire un’identità razziale.

Avviciniamoci al mestiere dello scrittore. Come si sente quando si mette alla scrivania a scrivere?
Io mi sento libero. Provo una grande gioia. Amici scrittori mi hanno descritto il mestiere come un mestiere di grande sofferenza. Il che mi ha confermato che non sono uno scrittore. Sono semplicemente uno che scrive. Posso dire che la scrittura è una patologia che ha la cura al suo interno. Da sportivo, dico che l’unica cosa che mi preoccupa ora sono le classifiche: quando vedo che sono sceso di una posizione vado in fibrillazione. Io vengo da una famiglia per metà protestante. Se ero il secondo a scuola dovevo diventare il primo. E’ molto americano come atteggiamento…

Almeno spinge a migliorarsi…
… O a deprimersi! Se chiamo mia madre e le dico che ho venduto ventimila copie risponde con un mugugno. Vorrebbe sempre un copia in più anche se le dicessi che ho appena venduto un milione di copie.

A che ora del giorno scrive?
Dalle nove e mezza di sera fino all’una di notte.

Come si sente al mattino quando torna in ufficio dopo avere scritto qualcosa che l’ha particolarmente coinvolta?
C’è un senso di anti-climax pauroso. Ancora riesco a gestire bene la duplicità alla Jeckill e Hyde. Quando entro al lavoro entro in un’ottica di dovere e di concentrazione. Nei primi tempi mi infastidiva persino ricevere chiamate da colleghi che si congratulavano per il libro. Un sistema di compartimenti stagni che servono. Nel momento che entro in ufficio non ci penso proprio al lavoro di scrivere. Poi il mio è un lavoro di consulenza telefonica e non c’è molto tempo per concentrarsi su altre cose.

Le giornate di lavoro non vengono mai attraversate da improvvise incursioni narrative?
No, dovrei concentrarmi, invece questo tipo di cose mi succedono mentre viaggio. Ormai si è creato un riflesso di tipo pavloviano. Visto che quando scrivo a casa sento musica, quando mi capita di ascoltare un disco mi viene da scrivere. Purtroppo in macchina ascolto musica. E’ pericoloso, ma riesco ad ascoltare quello che non riesco a proporre a casa. Adesso ho comprato due cd del Kronos Quartet, in quei momenti mi vengono delle idee e così prendo appunti su biglietti del parchimetro. Purtroppo la sera si rivelano delle stupidaggini.

L’esplosione dei percorsi narrativi del suo romanzo, anche la teoria di Libonati sulle altre vie possibili così vicina a Borges o Cortazar, fanno pensare quasi al suo romanzo come a un atto di rivolta contro la realtà. Il suo atto di scrivere romanzi è anche un atto di rivolta?
Non ho idea di cosa sia davvero la realtà. Ci sono tante realtà. La mia, la sua, quella di chi ci sta accanto. L’esperienza che amerei fare è vedere per un attimo attraverso gli occhi di mia moglie o di mio figlio. In fondo i mondi paralleli esistono veramente. La sede della Settimana enigmistica a Milano era nello stesso luogo dove si trovava il cuore dei tumulti del ’68. Questo è un solo esempio.

E’ liberatorio scrivere di altri mondi?
E’ divertente. Dare solo qualche piccolo accenno. Dare un’idea di quello che potrebbe esserci dopo. E’ come aprire la porta di una stanza e vedere solo un piccolo angolo di una stanza e pensare che le stanze possono essere infinite…

C’è un racconto di Cortazar dove lo scrittore argentino lascia intendere che esistano specchi che vanno in leggero ritardo rispetto alla realtà…
C’è la vertigine di quello che non si mostra ma si intuisce. E’ un po’ quello che ho cercato di fare nel finale di libro.

Come si mette una parola dietro l’altra per scrivere un romanzo?
In realtà io non bado alle parole, per me le parole sono come il colpo dello scalpello per lo scultore, mentre io sono molto attento al marmo. I colpi hanno un significato per quello che riescono a fare emergere. Mi preoccupo di vedere se attraverso le parole riesco a descrivere quello che voglio descrivere.

Non ha paura della parole abusate?
No, ho paura della parole troppo poetiche. In poesia amo i poeti che fanno poesia con materiale quotidiano. Quelli che usano la lingua degli operai. E’ una cosa che mi viene istintiva. Sto leggendo Ossigeno l’ultimo libro di Andrew Miller. E’ un libro complesso ma fino ad ora non ho trovato una sola parola che non possa emergere da una discussione tra persone normali.

Per chiudere, qual è il suo umore quando il lunedì torna al lavoro?
Rischio di scontentare tutti, mia moglie, l’azienda, i miei figli. Eppure dico la verità: quando torno al lavoro il lunedì sono contento.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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