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Samovar e distintivo, il catalogo dell'Urss
Andrea D'Agostino, Avvenire, 02.11.2012
Gian Piero Piretto passa in rassegna gli oggetti caratteristici della vita quotidiana sovietica, dalle borse per la spesa alle icone rivoluzionari.
È possibile scrivere la storia di un Paese e della sua cultura attraverso alcuni oggetti emblematici? La risposta è affermativa se si parla dell'ex Unione Sovietica, dove per decenni l'ideologia al potere ha dominato su una popolazione povera e in gran parte analfabeta, anche attraverso le immagini: dagli imponenti monumenti a Stalin ad altre più subliminali come gli omaggi dedicati a Stachanov, il minatore che fondò il movimento del super lavoro.
Una microstoria per oggetti è quella proposta da Gian Piero Piretto, docente di Cultura russa e Metodologia della cultura visuale all'Università degli Studi di Milano, con La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo (Sironi, pagine 206, euro 19,80). Il libro narra le "gesta" di quei prodotti che hanno riempito le case del popolo russo, a volte scalzando le suppellettili "borghesi" tipiche dell'ancien régime zarista. Un caso limite è il Samovar, bollitore dell'acqua per il tè a cui è dedicato uno dei primi capitoli: prodotto in serie dalla fine del 1700, citato in tante opere di Cechov, cadde in disuso subito dopo la Rivoluzione d'Ottobre per il suo stretto legame con la cultura ottocentesca di cui i bolscevichi vollero liberarsi con forza. Nonostante ciò, fu "ripescato" negli anni Trenta dal regime stalinista che se ne riappropriò, ma spogliandolo della ritualità e dei significati che potevano rievocare il passato; fino a riprodurlo in versione elettrica, più politicamente corretta. Il libro non nasconde gli anni più bui della Russia di Stalin, rivelando le misere condizioni della gente tramite altri oggetti: dalla carta igienica che scarseggiava ovunque alle borse a rete per la spesa, dato che nei negozi non furono disponibili per parecchio tempo i sacchetti di plastica. Un altro oggetto emblematico, in questo senso, era la dvugka, la monetina che gli stranieri utilizzavano come gettone nei telefoni pubblici, visto che gli apparecchi negli alberghi erano tenuti sotto controllo.
Interessante notare come la propaganda adoperasse ogni mezzo per veicolare i suoi messaggi: persino sui p ortabicchieri - da quelli più preziosi in argento ai più proletari in latta - erano raffigurati Lenin, Stalin, artisti, poeti ed eroi nazionali. Stesso discorso per gli znacki, distintivi (molti ritraevano addirittura Lenin bambino!) «dai più magniloquenti - scrive l'autore - come Ordine di Lenin, Stella d'Oro, Eroe del lavoro socialista, alla semplice patacca per la partecipazione alle competizioni o alle convention di turno, perché ogni cittadino poteva (se non doveva) distinguersi in qualche modo e uscire dal grigio anonimato». E cita apposta una nota canzone dell'epoca: «Se la patria lo chiede / da noi ciascuno può diventare eroe». Uno dei meriti del libro è la chiarezza con cui spiega come la diffusione mirata di questi oggetti sia stata uno degli stratagemmi con cui l'ideologia comunista creò l'illusione di un «radioso avvenire», mentre di fatto sottrasse alle masse le libertà fondamentali come quelle religiose. Nelle case, ad esempio, il cosiddetto «angolo bello» o «angolo rosso» - tradizionalmente riservato alle immagini sacre - diventò il luogo privilegiato dove appendere le «icone della rivoluzione».
In questa rassegna compare anche un animale: il Tarak, lo scarafaggio, inquilino di tantissime case, protagonista di poesie, canzoni e persino di un cartone animato! A testimoniare la dimensione privata e le condizioni di milioni di russi che, per decenni, hanno vissuto davvero in un altro mondo.

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