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II Gulag, lo Sputnik e lo scarafaggio
Antonio Carioti, Corriere della sera - La lettura, 28.10.2012


Potenza e miseria del regime sovietico. La memoria dei campi siberiani, la piatta mediocrità della vita quotidiana: simboli diversi ma coerenti di un sistema che mortificava l'individuo



Per chi ha avuto l'occasione di visitare il mausoleo dì Lenin, sulla Piazza Rossa di Mosca, le immagini più impressionanti del libro di Gian Piero Piretto La vita privata degli oggetti sovietici (Sironi) sono le foto che ritraggono il cadavere imbalsamato del leader bolscevico, nudo e senza più la maschera di cera che ne copre il volto e riproduce i lineamenti, immerso nella formaldeide per uno dei periodici lavaggi. Una sorta di manichino sventrato e verdastro, quasi la macabra icona della cruda realtà che si celava dietro l`immagine epica e oleografica che il regime dell'Urss cercava di trasmettere all'esterno. Per la verità il lavoro di Piretto, dotato di uno straordinario apparato iconografico, riflette soprattutto i caratteri che la vita quotidiana del cittadino sovietico aveva assunto nella fase di assestamento e stagnazione seguita alla denuncia dei crimini di Stalin, quando il terrore di massa s'interruppe e l'universo concentrazionario del Gulag fu quasi completamente smantellato. Nelle sue pagine, ricche di annotazioni argute e curiose, alla retorica trionfalistica del potere non si contrappone l'atmosfera plumbea della repressione cruenta, ma la piatta mediocrità di una situazione materiale nella quale trovare beni di consumo era un temo al lotto (quindi bisognava tenere sempre con sé una borsa a rete per la spesa, nel caso si presentasse l'occasione propizia), la carta igienica era una preziosa rarità e anche i pantaloni a zampa di elefante o le cravatte troppo sgargianti apparivano un pericoloso segnale di atteggiamento decadente e filocapitalista.

Più rappresentativi del volto sinistro che il comunismo sovietico aveva assunto nella fase di presa del potere e di «costruzione del socialismo» sono altri due volumi. In primo luogo 1917. La Russia verso l'abisso di Ettore Cinnella (Della Porta), che depura gli eventi rivoluzionari da ogni alone romantico per mostrarne la sostanza di una immensa catastrofe sociale, dalla quale il partito di Lenin uscì vittorioso spingendo il Paese «verso l'imbarbarimento economico e politico». E poi l'interessantissimo Diario di un sorvegliante del Gulag di Ivan Cistjakov (Bruno Mondadori), testimonianza pressoché unica di un uomo che vestiva l'uniforme dei carnefici, ma in sostanza
era vittima egli stesso di un contesto intollerabile per qualsiasi persona in grado di provare compassione.
Corredato da un saggio di Marcello Flores e dalla postfazione dì Irina Scerbakova, li Diario raccoglie gli appunti quotidiani vergati tra il 1935 e il 1936 dal capo di un distaccamento armato che sorvegliava i forzati del Bamlag, l'enorme cantiere siberiano per il raddoppio della ferrovia Bajkal-Amur, ai confini con la Cina. Cistjakov venne poi arrestato a sua volta nel 1937 (non c'è da stupirsene, data l'insofferenza per il Gulag che tracima da ogni pagina) e morì al fronte nel 1941, combattendo i tedeschi. Il manoscritto è stato reperito dall'associazione russa Memorial, che si occupa di tener vivo il ricordo delle repressioni sovietiche, tra le carte di una sua lontana parente. Percorso da un disagio crescente per il compito ingrato che l'autore deve svolgere in un contesto di sopraffazione generalizzata e in condizioni ambientali proibitive, con il termometro che arriva a -26 gradi già a metà novembre, il Diario registra i costi umani altissimi inflitti alla popolazione da un regime che si poneva ambiziosi obiettivi geopolitici di potenza, ma pretendeva di raggiungerli non Valorizzando, bensì soffocando sistematicamente la creatività personale e lo spirito d'iniziativa dei suoi cittadini più attivi. Quando scrive che «in un sistema statalizzato, l'uomo non vale niente in quanto individuo», Cistiakov si mostra consapevole dell'effetto distruttivo di un simile programma. Significativamente lo stesso mccanismo perverso si avverte all'opera, sia pure in termini di gran lunga meno tragici, nelle vivaci pagine di Piretto, dove all'orgoglio per le conquiste spaziali dello Sputnik o per la vittoria militare sul Terzo Reich (con il relativo carico di ridondanti decorazioni sul petto dei veterani) corrispondono la qualità scadente dell'industria conserviera o l'onnipresenza degli scarafaggi negli edifici sovietici, in un quadro contrassegnato dall'arte di arrangiarsi, spesso ingegnosa, come regola di vita.
Irina Scerbakova sottolinea giustamente una frase di Varlaam Shalamov: «Il lager è il calco della nostra vita». Il grande scrittore, ex prigioniero del Gulag; aveva intuito quanto la logica coercitiva fosse insita nel sistema dell'economia di comando, anche al di fuori dei lager. L'Urss non è stata solo sangue e terrore. Ma colpisce che il progressivo attenuarsi della repressione abbia coinciso con la decadenza del regime. E che il sincero riformismo di Mikhail Gorbaciov abbia accelerato, se non provocato, il suo sfacelo.

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