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Alex Saragosa, Il Venerdģ di Repubblica, 17.08.2012
Da Atlantide agli alieni, ecco i miti che hanno fatto la (pseudo)storia. Uno studioso americano confuta le invenzioni spacciate per realtà (spesso rilanciate dal web). Inclusa quella secondo cui il rinascimento a Firenze fu opera dei cinesi.

Votereste una persona che crede che i nativi americani siano i discendenti di una delle Tribù perdute di Israele? Forse no. Molti però lo faranno alle prossime presidenziali degli Stati Uniti d'America, alle quali si presenterà come candidato repubblicano Mitt Romney: appartiene al gruppo religioso dei Mormoni, i quali credono, appunto, a questa bizzarra versione della storia degli Usa. Che è solo uno dei tanti «passati alternativi» a cui prestano fede milioni di persone. Se infatti fare profezie è un buon modo per guadagnare popolarità e denaro (vedi alla voce Maya 2012), è molto diffuso (e proficuo) anche ricostruire la storia in modi più avvincenti di quelli ufficiali, riempiendola di catastrofi, civiltà scomparse, atterraggi alieni e perdute età dell'oro. Una «pseudostoria» a volte solo buffa, altre inquietante e pericolosa.

«Scoperta e popolamento delle Americhe sono uno dei terreni più fertili per le invenzioni» spiega Ronald Fritze, storico dell`Università di Athens, in Alabama, che ha scritto un libro, Falsi miti (appena pubblicato in Italia da Sironi), tutto dedicato alla confutazione scientifica della pseudostoría. «Colombo era appena tornato dalle "Indie", e già, per denigrarlo, si diceva non fosse stato lui il primo ad arrivarci. Nei secoli successivi, ipotesi dopo ipotesi, pare che mezzo mondo lo abbia preceduto: in testa gli abitanti di Atlantide, la madre di tutte le pseudostorie, poi romani, egiziani, fenici, arabi, veneziani, mongoli, mandingo, polinesiani, cinesi, vichinghi. In realtà la scienza ha confermato solo una breve presenza di questi ultimi. Anche l'origine dei nativi americani, una popolazione non menzionata nelle Sacre Scritture, ha scatenato l'immaginazione. Un po' per spiegarli, un po' per mettere il cappello europeo sul continente, gli "indiani" americani, in realtà di origine siberiana, sono stati fatti discendere dai marinai di Ulisse, da mercanti fenici, da naufraghi spagnoli, da gallesi fuggiaschi e, naturalmente, da ebrei perduti».

Ma serve davvero, nell'era in cui storiografia e archeologia usano strumenti come la datazione ai radioisotopi o l'analisi del Dna, impiegare tempo per confutare simili fantasie? Per darsi una risposta basta un giro su internet: persino le più strane e superate ipotesi hanno siti web dedicati e legioni di fan.

Cercando su Google «Astronauta di Palenque», per esempio, appaiono 27 mila siti italiani in cui per lo più si sostiene che una lastra tombale di 1400 anni fa, invece di un principe Maya che ascende al cielo, rappresenti un astronauta in una navetta spaziale. L'idea venne nel 1968 a Erich von Diiniken, ex cameriere svizzero, che ci scrisse sopra decine di libri, in cui spiegava come in passato gli alieni avessero visitato la Terra, avessero combattuto in guerre nucleari, e quando gli uomini si erano ribellati, ci avessero punito con il Diluvio universale. E lo svizzero non è stato neanche il più visionario degli pseudostorici. Poco prima di lui aveva furoreggiato Immanuel Velikovsky, medico russo amico di Einstein: nei suoi libri affermava che la Terra era stata più volte sfiorata da Venere e Marte, con conseguenti terribili cataclismi, che avevano cambiato il corso della storia. Fra il russo e lo svizzero ci fu poi lo storico americano Charles Hapgood, convinto che il peso del ghiaccio ai poli provocasse periodici spostamenti della crosta terrestre e sconvolgimenti tali da aver cancellato civiltà preistoriche avanzatissime. A una di queste, secondo lui, si doveva la cinquecentesca mappa turca di Piri Reis, che sarebbe stata copiata, appunto, da carte preistoriche e rappresenterebbe l'Antartide, allora sconosciuta (ma per i geografi quella è solo la costa della Patagonia). Più vicino a noi il caso editoriale di 1421, un libro del 2002 di Gavin Menzies (edito in Italia da Carocci), che spiega come ì cinesi, in sette spedizioni, abbiano navigato nel XV secolo in tutto il mondo, scoprendo Americhe, Australia, Antartide, Nuova Zelanda, attraversando Capo Horn, Capo di Buona Speranza e i passaggi a NordOvest e a Nord-Est. Stranamente le flotte Ming avrebbero evitato accuratamente l'Europa, dove magari qualcuno le avrebbe notate, mentre in Cina cortigiani invidiosi avrebbero cancellato ogni ricordo dei loro favolosi viaggi.

«Almeno Velikovsky o Hapgood credevano in quello che scrivevano, e operavano in un periodo in cui la scienza doveva spiegare ancora molte cose. Invece 1421 è un bestseller creato a tavolino, in palese contrasto con ciò che oggi sappiamo e con la logica. Pensate che nel seguito, 1434, Mezies spiega che i cinesi hanno anche navigato con gigantesche giunche sull'Arno arrivando a Firenze, dove hanno dato il via al Rinascimento. Voi italiani non lo sapevate?». Il successo della pseudostoria una spiegazione ce l'ha: «Molti preferiscono spiegazioni semplici e sensazionali, alle complesse, a volte noiose, ricostruzioni dei veri storici». Tutto sommato, la pseudostoria appare però solo un gioco innocuo. «Non sempre» obietta Fritze. «È vero che tutti i popoli ne usano un pizzico per nobilitare la propria storia. Ma la libera discussione accademica riesce poi a distinguere fra miti e realtà. Quando però la pseudostoria cade nelle mani di gruppi antidemocratici sono guai. Ci sono pseudostorie alla base di molti culti, sette e gruppi nazionalistici-terroristici. Negli Usa movimenti razzisti bianchi farneticano di tribù di Israele antenate degli anglosassoni, nuovo popolo eletto. Quelli neri, invece, si sono inventati che gli afroamericani siano la nobile razza primigenia, mentre i degenerati bianchi deriverebbero da esperimenti genetici falliti. Per non parlare del negazionismo dell'Olocausto, che pure è uno dei fatti storici più documentati che esistano».

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