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La mia storia comincia con un padre malato
Roberto Carnero, l'Unitą, 18.12.2007
"Lo sconosciuto" di Nicola Gardini, una narrazione di grande intensità emotiva
E' un libro di un'intensità emotiva e di una tensione di scrittura notevolissime questo romanzo di Nicola Gardini Lo sconosciuto (pp. 192, euro 14, Sironi Editore). Romanzo autobiografìco, come avverte subito l'autore nelle pagine introduttive. Che ha come punto di partenza l'aggressione del padre da parte di quella terribile malattia che si chiama Alzheimer: a 39 anni Nicola si trova a dover fare i conti con un padre che perde la memoria, che confonde passato e presente, che mette in croce lui e la madre con i suoi comportamenti bizzarri e aggressivi. Una patologia che esaspera il temperamento dell'uomo, Bruno, un temperamento già prima «angosciato, difficile, rabbioso». «E quella malattia», scrive Gardini, «esaspera i tratti essenziali del carattere, come una punizione dantesca». Una malattia, leggiamo più avanti, «difficile da identificare o da descrivere, perché assomiglia moltissimo alla vita della persona» che ne è colpita. Una situazione che mette a dura prova la serenità psicologica del figlio: «Vedevo mio padre dall'alto, come se fossi Dio, vedevo la sua impotenza! L'impotenza dei padri! L'inferiorità dei padri! C'è altro che abbia la capacità di avvilirci tanto, di toglierci con altrettanta perfidia l'amore della vita, il coraggio di andare avanti?».

Ma la malattia patema, al cui decorso saranno dedicate molte pagine dense di impietoso e commovente realismo, è il punto di partenza per un'analisi del passato, alla ricerca di una ricomposizione coerente di eventi frammentari. L'io-narrante, il figlio, una volta che vede suo padre perdere inesorabilmente il senno, prova a guardarlo da un'altra angolazione. Per tutta una vita non ha fatto altro che cercare di liberarsi di lui, poiché non si è mai sentito amato da quell'uomo burbero e distante. Ora. però, è possibile, anzi necessario provare a ripercorrere gli anni della propria fanciullezza e della propria adolescenza, per capire le ragioni di quella profonda infelicità familiare, che coinvolge anche la figura della madre. Ed è proprio quest'ultima, Maria, a fornire a Nicola le informazioni di cui egli è alla ricerca: dagli anni dell'emigrazione in Germania, dove i due si conoscono, alla decisione di sposarsi; dal lutto per un primo figlio nato morto, fino alla nascita di Nicola e al trasferimento dei tre a Milano, in un appartamento popolare di pochi metri quadri, dove la ristrettezza degli spazi ha facilitato l'insorgere della reciproca insofferenza.

Ma c'è dell'altro: un segreto a lungo tenuto nascosto. Si tratta dell'esistenza di Jonas, un bambino avuto da Bruno e da una donna tedesca, prima della relazione con Maria. Un figlio di cui l'uomo non ha mai parlato ma che, proprio ora, si fa vivo. Troppo tardi per sapere dal padre la verità, perché l'Alzheimer ne ha ormai devastato la memoria. Nicola, che ora sa di avere realmente quel fratello che da piccolo aveva tanto desiderato, è combattuto tra il desiderio di conoscerlo (Jonas vive in Germania) e il timore per ciò che questo potrebbe coniportare. In uno sprazzo di lucidità, il padre gli svela qualcosa di molto importante: era scappato da Else, la madre di Jonas, e si era messo con Maria, perun motivo alquanto banale: voleva tornare in Italia. Ma poi, negli anni, ha sempre vissuto la sua famiglia con un senso di fastidio per aver dovuto rinunciare alla propria libertà. E Jonas vuole incontrare Bruno solo per disubbidire alla madre, autoritaria e repressiva, alla quale ha giurato, sul letto di morte, che non avrebbe mai incontrato Bruno. C'è qualcosa di psicanalitico anche nella motivazione per cui Maria ci tiene a vedere Jonas: ritrovare in lui un sostituto di quel primo figlio che non aveva avuto.

La realtà, si dice, spesso supera la fantasia. E Nicola Gardini scrive nella prima pagina del libro: «Dopo che Jonas si era fatto vivo in quel modo così incredibile, così romanzesco, sentivo di avere tra le mani una bella storia, un racconto che non era solo una cosa mia e meritava di mostrarsi in pubblico, di farsi ascoltare dalla gente». Gli siamo grati per averlo voluto fare, perché Gardini ha scritto uno dei romanzi italiani più belli di questi ultimi anni. L'autore afferma che del romanzo non è lui il protagonista e che di lui non si parla, ma che si è ritagliato solo un ruolo di testimone. Eppure nell'indagare la storia e la preistoria della sua famiglia, mette a nudo se stesso e le proprie ossessioni edipiche. Lo fa in maniera mai didascalica anzi sempre con grande capacità di appassionare il lettore a una vicenda che ha molto del thriller psicologico. Spesso i riferimenti letterari disseminati qua e là - l'autore è un noto comparatista - servono da filtro per guardare con lieve ironia anche alle situazioni più tragiche. Come, ad esempio, quando il padre un giorno guardando il proprio volto riflesso nello specchio, esclama: «Che hai da guardare, stronzo?». E il narratore commenta: <,Bell'omaggio al mito di Narciso!,>. Particolarmente intense le pagine dedicate alla dedizione di Maria verso Bruno, un affetto che, di fronte alle terribili difficoltà dell'Alzheimer ha un che di eroico.
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