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Logica dell'antiproibizionista
Roberto Escobar, Il Sole 24 ore - Domenicale, 02.05.2012
In un libro acuto e coraggioso, Persio Tincani discute alla base diverse errate convinzioni sull'uso delle droghe. Ribaltando molti luoghi comuni.

Ci sono questioni su cui è difficile il confronto pubblico. È come se, in relazione a esse, un pudore sociale e un tabù volessero tutelare e quasi nascondere prospettive e scelte di vita che si pretendono come le uniche "vere". Così accade per le droghe. Su di esse e sulla loro proibizione i più opinano di conoscere tutto quanto si debba conoscere, senza nutrire dubbi. A loro si può consigliare la lettura di un libro acuto e coraggioso. Scritto dal filosofo del diritto Persio Tincani,
è trasparente nell'argomentazione quanto già nel titolo: Perché l'antiproibizionismo è logico (e morale).
Che cosa è droga? Nella domanda è già contenuta una risposta, sotto forma di pregiudizio linguistico. È meglio riformularla. Non: che cosa è droga? Ma: che cosa intendiamo per droga? Capita infatti che il termine droga sia culturale e storico come ogni altro. Basti un esempio. Quella che oggi chiamiamo eroina, con la minuscola, a fine Ottocento era detta Eroina, con la maiuscola, essendo un marchio registrato da una grande casa farmaceutica. In quegli anni nello Stato di New York l'Eroina era venduta come rimedio per la tosse e per le coliche dei lattanti, mentre era punito con 6 mesi di carcere e 500 dollari di multa chi fabbricasse, detenesse, comprasse, vendesse o regalasse sigarette. Noi invece riteniamo che l'eroina sia una droga tra le più pericolose, e tra le più capaci di dare dipendenza. In compenso non riteniamo che lo siano - o riteniamo che lo siano solo in minima parte - le sigarette, il vino e l'alcol, dal cui uso vengono ingenti danni individuali e sociali (così come da quelle non-droghe capillarmente diffuse che sono il gioco del lotto e il videopoker).
Della questione "definitoria" di droga si occupa dunque Tincani, e di molte altre di valore culturale e giuridico-politico. E sempre capovolge l'ovvio, mostrandone le origini anche storiche, insieme con l'uso più o meno politico che ne vien fatto. Per esempio, ricorda che, quanto a decessi, l'assunzione delle droghe e la pratica dell'alpinismo sí equivalgono: nel 2009, 484 morti
per le prime e 360 per il secondo, più no dispersi e 1.385 feriti gravi. Eppure nessuno chiederebbe che l'alpinismo fosse proibito. Non c'è in esso niente di riprovevole, e tantomeno di immorale, direbbe qualcuno. E qualcun altro aggiungerebbe che non si conoscono crimini legati allo scalare montagne, come invece accade per l'uso delle droghe. Che cosa potremmo controbattere? Per esempio, che è ragionevole (e anche statistico) supporre che non le droghe siano criminogene, ma proprio la loro proibizione. Si immagini come reagirebbero gli alpinisti se lo Stato vietasse loro d'arrampicarsi. Le vette pullulerebbero di criminali, assistiti da organizzazioni di stampo più o meno mafioso.

Resta però la questione dell'immoralità, e più in generale del danno personale (le droghe indeboliscono il corpo, l'alpinismolo rafforza) e sociale (le droghe spingono a comportamenti antisociali, l'alpinismo induce solidarietà). Ed è qui che Tincani va alla radice del tabù e del pudore sociale che bloccano il confronto pubblico sulle droghe. Dietro parole come immoralità e danno "lavorano" diverse visioni del mondo, dellapolitica, del diritto. Per semplificare, le possiamo dividere fra paternalistiche e liberali. Per le prime il proibizionismo è volto a tutelare la salute fisica e magari morale del singolo. Ebbene, restando saldi nella loro prospettiva, i paternalisti potrebbero valutare se non sia il proibizionismo a rendere tanto pericoloso assumere droghe, e se una loro legalizzazione (non liberalizzazione) non si tradurrebbe in un forte controllo
pubblico della qualità, riducendo il numero dei morti. In ogni caso, i paternalisti morali continuerebbero a pensare che compito dello Stato sia tutelare l'anima dei cittadini, non solo il corpo. Opposta è la prospettiva liberale, per la quale lo Stato può limitare la libertà di un individuo solo se questa rechi danno al diritto di un altro. Per essa non le istituzioni sono legittimate a decidere sulla felicità e sulla salute morale del singolo, ma proprio solo il singolo. Siamo qui di fronte a due visioni del mondo, appunto. Quanto a Tincani (e a noi), la seconda è preferibile, oltre che meno lesiva della libertà individuale. Ma ancora più importante ci sembra che sulla questione generale, come su quella specifica delle droghe, si esprimano molte opinioni,
di qualunque natura siano. La sola inaccettabile sarebbe quella che si presentasse come l'unica legittima e "vera".

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