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Garlini: piccoli santi a Pordenone
Pietro Spirito, Il piccolo, 14.03.2003
Il suo romanzo d'esordio è già un mini caso letterario.
Di fronte al suo primo romanzo, “Una timida santità” (Sironi, pagg. 156, euro 11,80), la critica ha gridato al miracolo, e ne ha fatto il portabandiera di una narrativa in controtendenza, scevra da sperimentalismi e “cattivismi” di maniera. Con la storia minimalista di sua nonna Tina, Alberto Garlini, classe 1969, originario di Parma ma da molti anni trapiantato in Friuli (vive a Pordenone) ha fatto breccia nel cuore di critici e lettori soprattutto di area cattolica, è stato definiito il nuovo Pratolini e si è guadagnato il plauso delle Librerie Feltrinelli, che hanno proclamato il suo romanzo “libro del mese” offrendogli un tour gratuito di presentazioni in giro per l'Italia.
Sul mensile “Letture”, Roberto Carnero ha definito Una timida santità “una riflessione sulla morte o meglio sul sentimento della perdita, che è al tempo stesso una riflessione sulla vita”, mentre il critico gesuita Antonio Spadaro parla di “un apprendistato poetico che prelude a una nuova prosa italiana”. E così il romanzo, che inizia con la cruda cronaca della malattia e della morte della nonna a Collecchio, in provincia di Parma, e procede con un viaggio a ritroso nel tempo e nei ricordi, come ha notato Sergio Pent “riesce a parlare della morte con serenità e senza efumemismi”.
Insomma: un successo. Anche questo targato Pordenone, come per i libri di Covacich e Avoledo.

Che sta succedendo nella Destra Tagliamento?
“Diciamo che c'è una buona congiuntura. Viviamo tutti nella stessa strada, in viale Grigoletti, ci incontriamo e scambiamo idee. A differenza di quanto avviene nel resto d'Italia, dove gli scrittori camminano ciascuno per proprio conto, noi ci incontriamo e ci confrontiamo. E poi siamo uniti da un'iniziativa come Pordenonelegge, che è diventato un vero centro di aggregazione letteraria”.

Allora è vero, come dice Pressburger, che a Trieste la cultura langue?
“Ma no. In realtà tutti e tre abbiano studiato a Trieste, Covacich poi ci è nato. Trieste fa parte della nostra esperienza, ci ha formato, e resta un punto privilegiato per tutti e tre”.

Parliamo di Una timida santità.
“In origine si doveva intitolare Tina, che è il nome di mia nonna, la protagonista del racconto. Poi il titolo è diventato La morte che si può dire, ma l'editore, Giulio Mozzi, non era convinto. Alla fine è stata scelta un'epressione tratta dalla scheda riassuntiva che avevo preparato”.

E che rimanda espressamente alla religiosità.
“Volevo raccontare la vita di una persona normale come fosse la vita di un santo, nei modi e nelle forme dell'agiografia. Anzi, il modello strutturale del racconto È preso dalla Vita feconda di Tommaso da Celano, che era il biografo di San Francesco. E come stile mi sono ispirato proprio ai Fioretti di San Francesco. Mi interessava quel raccontare immaginoso, le perifrasi per definire una cosa, i giri di parole che avvicinano la parola all'oggetto. In fondo il Cristianesimo è una fonte inesauribile di immagini, storie, punti di vista. Il senso di colpa, la colpa di essere nati è un tema enorme”.

E tutto questo a partire dalla morte di sua nonna.
“Elaborare questo lutto mi ha aiutato a capire una persona buona, una persona che ha saputo rinunciare, attuando a suo modo una specie di mistica. Una vita di estrema povertà le ha permesso di vedere cose che altri non vedono”.

Il libro è un testo intimista, una cronaca familiare decisamente in controtendenza rispetto alle mode imperanti.
"E' una cronaca familiare, ma ho cercato di raccontarla in modo condivisibile, vuole essere il modello per tante esperienze analoghe. Molti lettori si sono riconosciuti in questa storia. Ma, soprattutto, è un testo più vicono alla poesia che alla prosa”.

Vale a dire?
“L'idea del togliere, della rinuncia come via alla conoscenza è vicina a molta poesia contemporanea. Penso a poeti come Claudio Damiani, Marco Benedetti, Stefano Del Bianco, Gian Mario Villalta: è una poesia che affronta i grandi temi della letteratura in termini di spoliazione, con un'attitudine frontale ad ad affrontare la realtà. Però vorrei precisare una cosa...”.

Quale?
“Che la mia è una visione prettamente laica della realtà. Il pensiero cristiano è affascinante, ma non credo nella trascendenza. Ha presente le virtù teologali? Bene, non mi interessa tanto la fede quanto piuttosto la carità. La carità e la speranza, merce sempre più rara”.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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