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La formula segreta del cubo. Nella Milano del '500 duello all'ultimo numero
Gian Marco Walch, il Giorno, 14.11.2009
Il meneghino Cardano contro il bresciano Tartaglia

Non arrivarono a minacciarsi di gettarsi l'un l'altro nel fango. Tantomeno sfoderarono le spade. Non si risparmiarono però gli insulti. Certo, non a colpi di «vile meccanico» o di «ribaldo» di futura manzoniana memoria. Niccolò Tartaglia e Gerolamo Cardano, le due menti matematiche più lucide e creative del nostro Cinquecento, erano uomini di cultura. E, per offendersi a distanza, si affidavano a raffinati sarcasmi. L'uno scriveva: «Ve voglio scrivere amorevolmente et trarvi fori di fantasia che voi vi crediati essere sì grande. Vi farò conoscere che seti più appresso alla valle che alla sommità del monte». E l'altro rispondeva: «Voi, con tali vostre ridicolose opposizioni, ve seti dimostrato non voglio dire un grande ignorante, come haveti detto a me, ma un huomo di poco giudizio». Un duello a distanza, che si risolse in un faccia a faccia a Milano. Tumultuoso. Cardano, milanese, si assegnò la vittoria, per abbandono dell'avversario. Tartaglia, bresciano, che dunque giocava fuori casa, denunciò l'invasione di campo, tale era la claque del nemico.

Motivo di sì acceso contendere? La soluzione generale delle equazioni cubiche, dette anche di terzo grado, quelle infilate di segni in cui appaiono misteriose «x» che allietano ancora oggi gli studenti delle superiori. Esisteva? Gli arabi, che di diavolerie se ne intendevano, non l'avevano scoperta. Luca Pacioli, matematico sommo, lo negava. Un giallo scientifico, insomma, che Fabio Toscano, fisico teorico di formazione, scrittore appassionato, ha ora ricostruito in «La formula segreta», quasi un romanzo appena edito da Sironi.

Da romanzo, benché serissimi, sono i protagonisti della disfida. Già matematici e scacchisti nascono baciati da una fortunata vena di follia. Il Tartaglia, poi, non aveva mai goduto di un vero cognome, era uno dei figli di  «Micheletto cavallaro». Quando aveva appena dodici anni, e i francesi stavano riconquistando Brescia, una sciabola nemica gli aveva devastato mascella e favella. A scuola era andato quindici giorni: dalla «a» alla «k», poi i soldi erano finiti...

Il Cadano, dal canto suo, secondo le circostanze, matematico e medico, filosofo e mago, taumaturgo e interprete di sogni. Leggeva anche le stelle: stese l'oroscopo di Gesù Cristo, con conseguente imputazione di eresia. Ah, l'ultima occupazione, spesso la prima: giocatore. Scrisse anche dei libri, sul gioco. Peccato che al tavolo perdesse...

In «La formula segreta» Fabio Toscano fonde abilmente documenti storici e ricostruzioni psicologiche. Come detto, la posta in gioco era la primogenitura sulla scoperta della soluzione delle equazioni cubiche. Una complicata partita a scacchi fra studiosi che, mossi dall'invidia, miravano a rubarsi segreti e fama, che accennavano e non spiegavano, che lasciavano intendere e non rivelavano, come noi non riveleremo l'esito della contesa. Sullo sfondo, una Lombardia inattesa, in cui le dispute pubbliche di filosofia e di scienza attiravano le folle domenicali più di un outlet dei giorni nostri.

 

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di Silvio Garattini
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"L'idea fondamentale. Intervista a Fabio Toscano" di Carlo Silini, Corriere Ticino
"Il cervello geniale che valeva per due" di Giulia Villoresi, Il Venerdģ di Repubblica
"Come funzionava la testa di Leonardo" di Giovanni Caprara, Sette, Corriere della sera

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