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Le peripezie di un “caso letterario”
Vittorio Macioce, Il Giornale, 18.02.2003
Lavora in banca a Pordenone, ha una biblioteca “sempre troppo piccola” ed è amico epistolare di Vonnegut, Updike, Kureishi, Le Carré
Il suo romanzo d’esordio è finito sotto i riflettori di critica e pubblico. La storia di Tullio Avoledo, che si scopre grande autore a 45 anni.
È un giorno qualsiasi di qualche mese fa, terzo piano, Banca popolare Friuladria, Pordenone, pausa pranzo. Due impiegati conversano indolenti, curiosi, divertiti. Sul tavolo, davanti a loro, c'è un settimanale, aperto su una pagina centrale. “Leggi”. “Cos'e'?”. “Chi è, dovresti dire. Guarda la foto”. “È l'avvocato, come è finito Avoledo qui”. “L'elenco telefonico d'Atlantide”. “Quale elenco telefonico? Che c'entra Atlantide”. “Il romanzo che stava scrivendo. Finito e, a quanto pare, pubblicato”. “Che dicono qui?”. “È un caso letterario”.
Tullio Avoledo ha 45 anni, lavora appunto a Pordenone, ufficio legale della Friuladria, ha una moglie, due bambini, una biblioteca che gli appare sempre troppo piccola, un editore, Giulio Mozzi, che crede in lui. Tullio Avoledo pensa che essere un “caso letterario” sia forse meno grave di uno strappo all' inguine. Magari passa presto.
“Non vi aspettate - dice - di più di ciò che vi posso dare. Non sono Thomas Mann e nemmeno Calvino. Sono un artigiano scrupoloso, racconto storie, curo molto l’effetto, la parola. Scrivo perché sono un lettore accanito”. La nonna materna era tedesca, di famiglia protestante, nel suo albero genealogico c'è Johann Philipp Kimberger, allievo di Bach, musicista alla corte di Federico il Grande. La sua vita segue tutt’altre rotte. II padre ha un’industria di mobili, lui studia al liceo classico. “Poi - racconta - volevo andare al Dams di Bologna. Finisco a Giurisprudenza, prima Padova, poi Trieste. Lascio quando mi mancano sei esami alla fine. Faccio molti lavori, tra cui l'operaio, scrivo testi per la pubblicità, faccio perfino il giomalista, corrispondente da Pordenone per il Gazzettino di Venezia. Non prenderò mai la tessera da professionista. Riprendo gli studi. Mi laureo, tardi, a 32 anni, nel 1989, università di Urbino. Leggo molto. Finisco in banca. Ho la fortuna di fare il colloquio con il mio attuale capo, un responsabile dell'ufficio legale che vuole intorno a sé persone con una cultura umanistica”.
Avoledo è un lettore forte, uno di quelli per cui viene voglia di scrivere recensioni. Ha fame di libri, di farsi indicare nuovi autori, nuovi romanzi. È curioso, sa valutare, non si beve tutto, sa essere diffidente. Ti parla di George Saunders e Chuck Palahniuk, Douglas Coupland e Joe R. Landsale, Kurt Vonnegut e Marguerite Yourcenar. Leggere, però, non basta. “Nel 1998 mi viene l’idea, un po’ folle, di scrivere una lettera a tutti gli autori anglosassoni che mi avevano colpito”. Chiede gli indirizzi alle case editrici, li cerca su Internet. Il primo a rispondere è John Le Carré. Seguono Saul Bellow, Martin Amis, John Updike, Hanif Kureishi, John Updike, Kurt Vonnegut, Robert Ludlum, David Foster Wallace. La sua casa è un museo contemporaneo di lettere e foto autografate.
Un giorno di due anni fa partecipa a un corso di scrittura creativa tenuto da Mauro Covacich, gli viene in mente una notizia che gli aveva scritto sir Arthur C. Clark, il maestro di 2001: Odissea nello spazio. Il progetto Soul Catcher 2025 della British Telecom: l’idea di inserire un microchip nella mente dell'uomo per catturare i nostri ricordi, archiviarli e passarli ad altri dopo la morte. Spunto. Idea. Risultato:

L'elenco telefonico di Atlantide (Sironi editore, pagg. 527, euro 17). Esaurita la prima tiratura: 18mila copie. La seconda è in libreria. II tam tam dei lettori funziona. Ma non dite che è un caso letterario.
Avoledo ti parla e capisci che ha rimpianti personali, e nostalgia per una terra – il Friuli - il Nord Est, l'intero globo - che non riconosce più. L'epoca in cui vive lo incuriosisce, ma non gli appartiene. “Sciatta”, dice. E aggiunge, precisando: “Mi sembra di vivere in un mondo in cui tutto è approssimativo, c'è una superficialità diffusa che mi fa paura. Mi capita, soprattutto negli ultimi tempi, di pensare di dover morire per l'incuria di qualcun altro. Un pilota che ti porta in volo dopo una notte passata a bere, con poche ore di sonno alle spalle, una commessa di freni difettosa, un tecnico che non si preoccupa di valutare se nel tuo impianto di riscaldamento ci può essere una fuga di gas. Mi spaventa, come se questo fosse il male sottile del nostro tempo”. Queste parole non sono il sintomo di una fobia maniacale. È il modo con cui il suo sguardo si posa sul mondo. Avoledo in fondo è un conservatore. E lo è soprattutto quando si mostra informato e attento su tutto ciò che di nuovo appare all'orizzonte: un romanzo, un progetto tecnologico, una ricerca scientifica o storica, una strada, un palazzo, un amico, una prospettiva, una svolta. È curioso, e per di più pignolo. Vaneggia una certa idea di passato ed è attratto dal futuro. E allora se si vuole trovare l'origine di quel sentimento che avvolge L'elenco telefonico di Atlantide è lì che bisogna scavare. Te lo dice con poche parole: “È un romanzo sul Duemila, la storia di una promessa mancata”.
Avoledo sembra aver lavorato al suo romanzo per anni (e ne ha pronti altri due e sta finendo il quarto). La macchina narrativa tira dritta senza inceppi, una storia complicata, ma limpida, una scrittura precisa, pensata, calibrata. Il protagonista si chiama Giulio Rovedo. Sta passando un brutto momento, problemi con la moglie e la piccola banca in cui lavora come legale di una multinazionale. La piccola e vecchia banca è, secondo i nuovi padroni, caotica e troppo a misura d'uomo. Serve ordine. Il nuovo capo del personale è una donna: brevilinea e assetata di sesso. L'azienda va riorganizzata. Ci sta pensando un consulente di quelli arrivati da lontano, gelido e ambiguo. Sembrano solo normali contrasti di lavoro tra due mondi: il piccolo e il grande. Ma la trama nasconde molte sorprese. La banca è ricattata. Qualcuno ha costruito su internet un sito che la diffama. Rovedo viene invitato - in quanto rappresentante legale - a occuparsi del caso. E da qui I'universo si apre. La misteriosa società di consulenza complotta per arrivare a qualcosa altro, una sorta di Santo Graal, una fonte miracolosa, la vita eterna. La storia, diventa un mosaico dove si ritrovano teorie gnostiche, mondi paralleli miti dell’antico Egitto, un cacciatore di nazisti, l'arca perduta. Pensi che forse per questa “teoria del complotto” si sia ispirato al Pendolo di Foucault di Eco. “No, è un libro che non ho mai amato. Mi sono ispirato a uno scaffale della libreria casa. Uno scaffale di cazzate, storie su Atlantide e sui Rosacroce, saggi improbabili sui Templari e sugli extraterrestri. Ho voluto giocare con queste storie, volevo creare un universo in cui le teorie più assurde cadevano sulla realtà”.
La fine del romanzo è la constatazione che l'uomo si è perso, sommerso da troppa informazione avariata. “Frammenti di spazzatura cosmica che ci arrivano addosso - dice - Sono oppresso dall'informazione. Affogo e continuo a immergermi. Ho calcolato che un decimo delle mie spese è per beni materiali, il resto per prodotti virtuali. Alla fine lavori per acquistare cose che non puoi toccare e forse non ti servono. Penso a mio nonno, morto nel '68: il mondo era ciò che toccava. Mio padre lavorava il legno. I suoi prodotti erano concreti. Io invece che faccio, offro consulenze, consigli legali, vendo informazioni. Non so più cosa sia reale, vittima di una memoria scoordinata. Ciò che ci appare vero è falso e viceversa. Si conserva una memoria del virtuale, ma non di ciò che lo ha ispirato. Un giorno si penserà che Auschwitz è solo il titolo di un musical”.
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