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L'eroica normalitą di Ambrosoli: Italia civile e incivile
Walter Veltroni, La Stampa, 25.06.2009


Walter Veltroni presenta Qualunque cosa succeda. Storia di un uomo libero di Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio Ambrosoli, per cinque anni commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, ucciso a Milano da un killer la notte tra l’11 e il 12 luglio 1979. La vicenda di Giorgio è narrata da Umberto, che ai tempi era bambino, sulla base di ricordi personali, familiari, di amici e collaboratori e attraverso le agende del padre, le carte processuali e alcuni filmati dell’archivio Rai.

 

 Ci sono epoche, ci sono momenti, in cui diventa ancora più prezioso il tentativo di non limitarsi a seguire il flusso della corrente, per provare invece a risalirla, opponendosi ad essa, andandole contro. A volte anche una storia, l’esempio di una persona, un libro che la racconta, possono aiutare a farlo. Soprattutto se si tratta delle bellissime pagine (Qualunque cosa succeda. Storia di un uomo libero, Sironi Editore), dedicate da un figlio, Umberto, ad un padre, Giorgio, che di cognome faceva Ambrosoli. Soprattutto se il momento è quello che oggi, non solo in Italia ma qui da noi in modo particolare, stiamo vivendo, con uno smarrimento diffuso che è individuale e insieme collettivo, con un deserto di valori che avanza e sembra condurre ad una crescente indifferenza verso ogni regola morale, con una fitta coltre di egoismo e di cinismo dalla quale sempre più spesso emergono non solo sentimenti di chiusura ed estraneità verso gli altri, verso il «diverso», ma purtroppo anche concreti atteggiamenti di odio e violenza che fanno temere per il modo di essere e di procedere della nostra società.

Ecco, rispetto a tutto questo Giorgio Ambrosoli è stato l’esatto opposto. «Un eroe borghese», per usare la splendida e ormai nota definizione di Stajano. Un uomo libero, che nella prova più difficile della sua vita, da commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, seppe mantenere «la sua dirittura, la sua passione per la legalità, il suo senso di giustizia». Un uomo che con il suo lavoro, interrotto da quegli spari la sera dell’11 luglio di trent’anni fa, stava dimostrando - sono parole di Umberto - che «è possibile anteporre il bene del Paese, il bene comune, agli interessi di parte e a quelli personali». Perché questo era ciò in cui credeva. Perché sentiva di agire in nome di un’Italia morale, civile, rispettosa della legge. Anche quando si trovò di fronte a un muro fatto di arroganza e di insofferenza ad ogni regola. Anche mentre si rendeva conto di quanto grande e perverso fosse l’intreccio tra affari, corruzione, interessi finanziari e cattiva politica. Giorgio Ambrosoli lo scoprì presto, questo intreccio. E fu immediatamente consapevole delle ostilità che si sarebbe attirato, dei rischi ai quali sarebbe andato incontro. Già dopo pochi mesi di lavoro scrisse quella lettera, che la moglie Annalori ritrovò per caso una mattina, che è un vero e proprio testamento morale. Conclude il racconto di Umberto, contiene le parole che danno il titolo al libro, ed è una delle cose più «alte», dal punto di vista morale e civile, che sia possibile leggere.

Giorgio Ambrosoli fece semplicemente ciò che sentiva di dover fare. Lo fece in modo grande e insieme «normale». Viene davvero da pensare a quanto sarebbe bastato poco per salvarsi. Sarebbe stato sufficiente un piccolo gesto, una firma, un benestare. O anche solo un cassetto lasciato chiuso, o la testa voltata dall’altra parte al momento opportuno. Ma lui seguì la propria coscienza. Rimase fedele alle istituzioni. Rimase fedele a se stesso. Dimostrò concretamente cosa può significare, come ha scritto nella prefazione al libro il Presidente Ciampi, che non a caso volle essere con noi a Villa Paganini quando qualche anno fa intitolammo a Roma un viale ad Ambrosoli, «l’impegno militante per l’affermazione dei valori dell’onestà, dell’assunzione di responsabilità, dell’adempimento del dovere».

 

C'è un filo rosso, che ha attraversato la nostra storia e che non si è mai spezzato, nemmeno nei momenti più bui. Nemmeno in quell’anno, il 1979, che portò con sé anche l’assassinio del giudice Emilio Alessandrini, del capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, dell’operaio Guido Rossa. Ognuno di questi nomi sottolinea, nel modo più doloroso ma al tempo stesso più chiaro, che lo Stato non è un concetto astratto, ma il patto che ci unisce, il vincolo che tiene insieme la nostra comunità nazionale. Quel filo, nonostante tutto, oggi è tenuto in mano da tante donne e tanti uomini che ogni giorno lavorano in nome delle istituzioni, da tanti magistrati, da tanti ragazzi che indossando una divisa garantiscono legalità e sicurezza, e insieme a loro da quelli che animano l’attività delle associazioni del volontariato, da quelli che studiano e che tra mille ostacoli fanno ricerca.

È un tempo difficile, per il nostro Paese. L’esempio che troppo spesso viene dall'alto, dalle sue classi dirigenti, non si può dire sia dello stesso segno di quello lasciato da Ambrosoli. Ma l’Italia c’è, gli italiani perbene e capaci ci sono, il vento e la corrente non sono destinati a restare gli stessi per sempre, possono cambiare. E ognuno di noi porta, di questo, un po’ di responsabilità, con quello che fa o anche per quello che rinuncia a fare. Non potrei dir meglio di Umberto, quando pensando al sorriso di suo padre scrive: «Non è affatto scontato che tutti abbiano un prezzo di scambio. Non bisogna fare l’errore di pensarlo, perché c’è una parte del Paese, come già lui a suo tempo, che senza guerre sante, anche nella solitudine, sa essere libera, consapevole, coerente: qualunque cosa succeda».

 

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