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Papą Giorgio, il mio eroe senza paura
Mario Consani, Quotidiano Nazionale (Giorno, Nazione, Resto del Carlino), 25.05.2009
Il figlio Umberto ripercorre la vita dell'avvocato fatto uccidere da Michele Sindona

L'ultima immagine che ha del suo papà da vivo, è un bacio allegro alla stazione ferroviaria di Sarzana. Quattro giorni più tardi, il killer assoldato da Michele Sindona avrebbe portato a termine il suo infame lavoro, sparando quattro colpi nel buio della notte. L'avvocato Giorgio Ambrosoli morì a quel modo, sul marciapiede davanti al portone di casa, l'11 luglio del 1979. Il figlio Umberto, che all'epoca aveva solo sette anni e adesso è pure lui avvocato, manda ora in libreria Qualunque cosa succeda, Sironi editore, che ripercorre la storia del papà raccontata già vent'anni fa splendidamente da Corrado Stajano nel suo Un eroe borghese, ma aggiungendovi naturalmente frammenti di ricordi personali, flash di memoria e le sue impressioni d bambino. Liquidatore dell'impero finanziario dai piedi di argilla creato dal banchiere siciliano con l'appoggio di una buona fetta del mondo politico italiano, Ambrosoli pagò con la vita la sua ferma opposizione a qualunque compromesso che avrebbe dovuto salvare le banche di Sindona facendo pagare il conto allo Stato.

«Il libro di Stajano mi piacque subito moltissimo – spiega Umberto Ambrosoli – anche perché, pur non avendo conosciuto papà, lui seppe cogliere certi aspetti della sua personalità che altri non erano riusciti a rappresentare».

Raccogliendo il materiale per il libro ha scoperto qualcosa di nuovo sul modo di essere di suo padre?

 «Ho compreso meglio alcuni aspetti del faticoso lavoro che portò a termine in quegli anni: non solo la sua preparazione e competenza, ma anche una certa audacia nell'utilizzare gli strumenti normativi che aveva a disposizione».

E come padre?

«Mi ha colpito la sua capacità, nonostante la mole dell'impegno professionale, di partecipare comunque alla vita della famiglia. Nelle sue agende, in mezzo a certe pagine fitte di appunti su incontri e complicate questioni finanziarie, si trovano brevi frasi sulle riunioni del consiglio dell'asilo che frequentavo io...».

Non le è mai pesato, in questi anni, dover fare i conti con un'eredità morale così tanto apprezzata?

«Ho sempre vissuto come una grande fortuna l’avere dalla storia di mio padre e mia madre l’esempio positivo di cosa voglia dire essere genitore, cittadino, professionista. Una fortuna che supera, ovviamente non eliminandoli, il dolore e la rabbia per la consapevolezza di un fatto ingiusto. Spesso mi confronto con il timore di far qualcosa che possa svalutare la figura di papà».

Oltre ai ricordi personali, nel libro c’è la ricostruzione dei percorsi paralleli di suo padre e di Sindona, poi condannato come mandante dell’omicidio e alla fine suicida in carcere. Crede ci sia ancora qualcosa di non chiarito in quella storia?

«No, c’è anzi la peculiarità che è stata definita in sede giudiziaria nel giro di pochi anni. E quello che si scoprì è stato più che sufficiente per fornire spunti di riflessione sul nostro Paese».

Il libro si intitola Qualunque cosa succeda, come l’accenno quasi presago che suopadre inserì in una lettera destinata alla moglie, quando ancora nessuno tranne lui, evidentemente, poteva immaginare quello che sarebbe successo.

«La lettera, scritta quattro anni prima di essere ucciso, è una sorta di testamento spirituale. Credo che quell’accenno sia frutto di un percorso di razionalizzazione venuto parola dopo parola. Una progressione quasi impensabile, leggendo le prima righe. Forse fu davvero un presagio».

Lei che lo conosce bene, cosa penserebbe oggi Giorgio Ambrosoli della società che ci circonda?

«Non potrebbe che constatare che i valori fondamentali in cui credeva – l’integrità, la responsabilità, il senso critico, la capacità di non farsi omologare – oggi come allora non sono certo tra i più condivisi».

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