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Eluana e Welby, dolore e coraggio simili intrecciati in due lbri
Simona Santoni, Panorama on line, 13.10.2008
http://www.panorama.it/
 

I have a dream. Ho sognato che il Parlamento aveva approvato la legge sull’eutanasia. […] I have a nightmare. Ho aperto gli occhi - i sogni finiscono all’alba - e ho maledetto il mio cuore che non perde un colpo, il mio cervello che mi bombarda di ricordi, illusioni, desideri, speranze”. Così scriveva Piergiorgio Welby il 20 luglio 2002 sul forum del sito Radicali.it, ancora lontano da quel 20 dicembre 2006 in cui venne lasciato alla morte tanto desiderata.
La vicenda umana di Welby è stata una sorta di spartiacque, forse una rivoluzione, nella società e nella cultura italiana. Per la prima volta quasi tutti si sono sentiti costretti a riflettere su “accanimento terapeutico” e “rifiuto delle cure”, termini prima avvertiti così distanti, e che oggi tornano così attuali con la storia di Eluana Englaro, ragazza lecchese di 37 anni in coma vegetativo dal 1992.
E proprio in questi giorni, mentre Eluana è stata colpita da una emorragia interna che ha aggravato il suo quadro clinico, escono due libri legati a filo incrociato: Storia di una morte opportuna - Il diario del medico che ha fatto la volontà di Welby, di Gianna Milano e Mario Riccio (Sironi editore, pagg. 256), ed Eluana - La libertà e la vita, di Beppino Englaro con Elena Nave (Rizzoli, pagg. 231).
Storia di una morte opportuna è il diario scritto da Riccio, il medico anestesista di Cremona che si assunse la responsabilità di aiutare Welby a morire, sedandolo e staccando il respiratore. Il racconto va da quando il dottore cominciò ad appassionarsi al caso, nell’autunno 2006, alle vicende legali che ha dovuto subire successivamente alla morte di Welby fino alla sentenza di proscioglimento. La Milano, giornalista scientifica di Panorama, ha realizzato un ricco commentario al testo, che restituisce lo sfondo degli eventi in un percorso parallelo: la cronaca, il dibattito politico, bioetico e culturale, i documenti giudiziari. Riccio sin da subito ebbe l’intuizione che il caso di Welby non dovesse neanche scomodare l’eutanasia: “è il diritto ad accettare o a rifiutare le cure”, scriveva, che “viene esercitato oggi da ogni paziente consapevole attraverso il meccanismo del consenso informato. Eppure, per paradosso, questo stesso diritto non è riconosciuto a chi si trova in stato vegetativo permanente e quindi definitivamente incapace di esprimere le proprie volontà”. Ed ecco che il pensiero va al caso di Eluana Englaro, e al papà Beppino che da anni lotta perché l’idratazione e la nutrizione passiva insieme a tutte le altre terapie vengano sospese, per rispettare le volontà di sua figlia. “Per Beppino, che conosco ed è un amico, è un calvario” scrive Riccio.
Questo calvario dignitoso è tutto in Eluana - La libertà e la vita, che Englaro ha realizzato insieme con Elena Nave, collaboratrice alla cattedra di Bioetica dell’Università di Torino. Con linguaggio semplice e diretto Beppino racconta il suo dramma, da quando perse sua figlia in un incidente stradale, la mattina del 19 gennaio 1992, e la verità lo invase “a cuore scoperto”. Nel libro ci sono le battaglie attuali per porre fine a un attaccamento artificiale a una vita che per lui - e soprattutto per Eluana - non è più tale. Si passa in rassegna l’odissea legale da anni in corso e scorrono i ricordi di Eluana ancora viva, “purosangue della libertà”: di fronte a un suo amico rimasto in coma, l’anno prima del suo incidente, Eluana “ci chiese di essere protetta da una tale, spaventosa, condizione di vita: ‘Se dovesse accadere una cosa del genere a me, voi dovrete intervenire, dovete farlo di corsa. Se non posso essere quello che sono adesso, preferisco essere lasciata morire’”.
Una speranza anima Beppino: “Scrivo queste parole, sempre sperando che siano le ultime, fiducioso che la nostra uscita dalla scena pubblica sia sempre più vicina. Sono stato costretto, finora, a dare voce a mia figlia e non lo vorrei più fare”.
E il dottor Riccio, nel suo diario, mentre si chiede se sua figlia Letizia, da grande, capirà le ragioni della sua decisione, spera che “anche i contenuti della battaglia iniziata da Welby e che noi abbiamo continuato nei modi che potevamo e sapevamo continuino a camminare”.

Mentre le voci di Welby e di Beppino Englaro, tramite le loro sofferenze personali, si sono prese carico di una problematica tutt’altro che individuale, sono tanti i malati che rifiutano il trattamento sanitario e che muoiono però nel silenzio. Una ricerca su 84 reparti di rianimazioni in Italia e 3.800 casi di morte, riportata da Gianna Milano e curata dall’epidemiologo Guido Bertolini, dice che su 100 persone che finiscono in un reparto di terapia intensiva, 80 guariscono, per le altre 20 non c’è cura che le possa salvare. Nel 62% dei casi irreversibili (in altri Paesi questa percentuale è più alta che in Europa, attorno al 70% in Francia e al 90% negli Usa) sono i medici a compiere un gesto di umana solidarietà. O sospendono le pratiche che tengono in vita il paziente o si astengono dall’intervenire quando si verifichi un nuovo evento, come un arresto cardiaco.

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