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Fare la cosa giusta
Laura Russo, Il primo amore, 14.10.2008
http://www.ilprimoamore.com
 
Dopo aver letto il diario di Riccio ho avuto l'impressione di avere davanti un libro necessario. Non solo perché riporta in primo piano temi, parole e ragioni che hanno accompagnato una storia passata nel preciso momento in cui, stando all'attualità della vicenda Englaro, questo va fatto. E neanche perché dà spazio a una voce concreta e particolare invece che alle solite parole astratte e piene di sé. Se fosse solo per questo, il libro di Riccio non sarebbe l'unico a farlo. Il motivo per cui ritengo importante che questo libro ci sia è che Storia di una morte opportuna è un libro razionale.
A eccezione delle pagine centrali, che raccontano il fulcro della vicenda, quello di Riccio non è il resoconto, intimo ed emotivamente coinvolgente, della storia di Piergiorgio Welby. Prima di tutto perché un libro di questo tipo, oggi, non avrebbe ragione di essere pubblicato: la vicenda di Welby e del medico che gli ha interrotto la respirazione artificiale si è conclusa quasi due anni fa ed è nota a tutti. In secondo luogo perché il punto di vista della narrazione è incentrato su una persona che non ha nessun legame affettivo con il malato. A differenza del libro di Beppino Englaro – dove si parla sì di un caso medico, giuridico e morale complesso, ma surrettiziamente (e principalmente, dal punto di vista di molti) della vicenda umana di un padre – nel caso di Riccio la narrazione è portata avanti da un medico. Questi, sebbene sia nientemeno che il medico anestesista che ha aiutato Welby a morire, è pur sempre una persona che non è né padre, né moglie, né migliore amico del paziente.
Procedendo nella lettura, ciò che incuriosisce e appassiona non è dunque il caso umano, ma la ricerca e il rinvenimento di un escamotage deontologico e legale che consenta di mettere in pratica il diritto del paziente all'autodeterminazione.
All'inizio del libro Riccio è un uomo che sta per aiutare un altro uomo a smettere di vivere. Questa consapevolezza però emerge solo a tratti nel corso della narrazione. Quello che invece viene ripetuto, in modo martellante e meticoloso, è il ragionamento grazie al quale Riccio sente di poter dire di avere le spalle coperte. Che poi quello che sta per fare sia anche ciò che egli ritiene una cosa giusta lo si capisce senz'altro dal fatto che lui, medico di Cremona, decida di mettersi in contatto con un politico di Roma e di recarsi fino a lì per aiutare Welby.
L'unica preoccupazione di natura morale che l'autore del diario si pone, l'unico stralcio di vita genuina che ci viene offerto dalla narrazione è rappresentato dal pensiero della figlia: è giusto renderla partecipe della vicenda? Come proteggerla dall'esposizione mediatica del caso? Quali parole usare per renderla conscia dell'importanza di quello che sta succedendo, senza però allarmarla? E quando sarà grande, capirà?
Ecco, il problema fondamentale di Mario Riccio è la comprensione. Parlare con la moglie e sentirsi compreso. Incontrare i colleghi in corsia e decifrare i loro silenzi. Rilasciare un'intervista e non tralasciare di chiarire i termini fondamentali del problema. Andare in televisione e non lasciarsi sopraffare dalla tendenza a confondere le carte. Non si tratta di un dilemma morale, ma dello sforzo di bucare il velo dell'incomprensione, il brusio caotico e furioso di opinioni, pregiudizi, dichiarazioni sentenziose, idee preconcette, dogmi, rabbia, arroganza e senso di impotenza che si affaccendano intorno a un caso di ordinaria amministrazione ospedaliera.
Non c'è eutanasia, né accanimento terapeutico. Non c'è raggiro, né omicidio del consenziente. Ci sono il consenso informato di un paziente e il suo diritto a interrompere un trattamento (che tra l'altro non ha richiesto), così come generalmente si ha il diritto di accettarlo. E allo stesso modo in cui il medico, nel secondo caso, obbedisce all'imperativo di seguire la volontà del paziente dopo averlo adeguatamente informato, anche nel caso dell'interruzione volontaria il medico non dovrebbe sottrarsi al dovere di assecondare il diritto di questi all'autodeterminazione.
Fin qui le differenze giuridiche tra diritto e dovere, e tra omicidio e realizzazione di un mandato professionale. Ma Riccio introduce anche delle distinzioni di carattere medico illuminanti. Per chi si occupa di bioetica la differenza tra cura e terapia è probabilmente lampante; nel libro, viene ribadita e spiegata con rassicurante chiarezza anche al lettore meno preparato. Ciò che infatti rendeva spinosa la questione di Welby era che il suo desiderio di interrompere la respirazione artificiale non potesse essere considerato a tutti gli effetti il rifiuto di una terapia.
Alimentazione e respirazione forzate non rispondono direttamente alla necessità di combattere la malattia, ma sono atte a curare gli effetti della stessa sul paziente. La distrofia di cui era affetto Welby comporta, in uno stadio avanzato, l'incapacità dei muscoli preposti di assicurare la respirazione naturale. La tracheotomia, cui Welby era stato sottoposto, non intendeva tuttavia bloccare la degenerazione delle fibre muscolari che sta alla base della malattia, ma evitare che egli morisse per asfissia, in seguito all'inevitabile crisi respiratoria. Per questo nel caso di Welby era fuorviante parlare di accanimento terapeutico.
D'altra parte, come si è detto, la stessa distinzione tra cura e terapia rendeva difficile l'applicazione del diritto all'interruzione della terapia, proprio perché in questo caso si parlava di cura. Ma perché il paziente non dovrebbe avere lo stesso diritto a interrompere una cura, così come può rifiutare una terapia? Di certo, conclude Riccio, sarebbe meglio accettare la fusione – ormai adottata in ambito medico – dei due concetti in quello generico di trattamento.
L'ultima precisazione lessicale e concettuale proposta dall'autore del diario è quella che identifica la missione del medico con la sua capacità di curare i malati. Non un dovere, né un diritto, ma una facoltà. Questa distinzione, a mio parere, libera molti discorsi sulla medicina e in generale sulla scienza da alcune illecite pretese che proiettiamo su di esse. Sono le aspettative di questo tipo a condurre filosofi come Umberto Galimberti ad affermare che la scienza rappresenta il naturale prolungamento in chiave laica della pretesa pseudocristiana di diventare immortali.
L'uomo moderno, a differenza di quello della Grecia classica, rifiuterebbe la morte: sarebbe questo il motivo per cui egli si sforza di penetrare i segreti della natura e di svelare il mistero del corpo umano. La ragione per cui lo scienziato affronta le sue mille fatiche non starebbe nel desiderio – intimamente umano – di conoscere, ma in quello deviante e malato di non morire.
Penso che questa sia una mera rappresentazione di alcuni di noi nei confronti di un'attività che noi stessi non pratichiamo; che sia un'immagine molto potente della scienza (in questo caso della medicina) che però ha poco a che fare con il concreto lavoro del medico, dalla formazione universitaria fino all'attività in corsia.
E per quanto siano importanti le rappresentazioni che ci formiamo del mondo, perché sono queste a disegnare la società in cui vorremmo vivere, nondimeno è sacrosanto e necessario il compito, che alcuni libri si prefiggono, di coglierle e correggerle, per proporne di nuove.

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