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Lorenzo Tomatis: Il fuoriuscito
Paolo Vineis, Tempo Medico, 02.06.2005
  

La scelta della forma letteraria da parte di Lorenzo Tomatis, per parlare di temi largamente derivati dalla sua esperienza professionale di ricercatore e dei rapporti tra scienza e società, risponde da un lato alla solida vocazione umanistica dell’autore, ma anche a un’esigenza diversa e più originale. Tomatis ha una vasta cultura, ma non è questa che lo spinge a scrivere da molti anni le sue riflessioni sul mondo della ricerca sotto forma di romanzo o (più spesso) di diario. L’intenzione sembra essere un’altra, e cioè quella di incoraggiare il lettore comune a guardare dentro la scatola nera della ricerca rinunciando sia alle costrizioni del linguaggio specialistico sia alle distorsioni operate per motivi commerciali dai mass-media. Il linguaggio specialistico, affidato alle riviste scientifiche, non raggiunge i diretti interessati (i malati di cancro, le persone esposte a rischi ambientali), e d’altra parte è esperienza comune di tutti i ricercatori l’ampio divario che esiste tra la ricerca reale e il resoconto selezionato e spettacolare che viene presentato sulla stampa non specialistica. Nei suoi libri Tomatis ha descritto, in un linguaggio piano ma mai stilisticamente sciatto, almeno due componenti importanti della ricerca scientifica che sfuggono sia alle riviste scientifiche sia alla stampa non specialistica: le motivazioni dei ricercatori (per esempio il ruolo giocato dall’ambizione e dalla personalità) e le (crescenti) pressioni da parte di interessi costituiti. Riguardo al primo punto, Tomatis mi disse anni fa che nei suoi libri si era ispirato alle indagini di un noto sociologo, Kracauer,  dedicate al mondo degli impiegati. Accostare i ricercatori agli impiegati poteva sembrare blasfemo a chi aveva della ricerca scientifica una concezione sacrale, ma probabilmente l’accostamento è diventato progressivamente una realtà, anche considerato l’ormai cospicuo numero di persone che si dedicano alla ricerca scientifica nei paesi occidentali (esclusa l’Italia). E come dagli impiegati di una multinazionale non ci si attende un atteggiamento particolarmente critico verso la direzione dell’impresa, così i ricercatori, nella descrizione di Tomatis, finiscono spesso per dimenticare l’originaria missione del loro lavoro (l’impegno nei confronti della salute pubblica) per acquiescere alle logiche interne dell’organizzazione o peggio a condizionamenti commerciali.

            Che vi sia un crescente condizionamento su una parte della ricerca scientifica (quella volta a difendere la salute del pubblico dai rischi ambientali) è piuttosto evidente. Tomatis ha diretto per anni l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione (IARC), e in particolare ha creato le Monografie IARC per la valutazione dei rischi di cancro per la specie umana. Si tratta indubbiamente del più prestigioso ed efficace tentativo di sistematizzare le nostre conoscenze per la prevenzione dei tumori. Le Monografie hanno un impianto estremamente rigoroso e al tempo stesso trasparente, e per questo sono state largamente usate per le politiche preventive in molti paesi del mondo. La struttura e le procedure originarie, come concepite da Tomatis, restano sostanzialmente valide ancora oggi. In effetti, mentre scrivo queste note sto tornando da una riunione alla IARC in cui un gruppo di esperti esterni è stato consultato per offrire suggerimenti per il miglioramento e l’aggiornamento delle Monografie, e i mutamenti suggeriti sono stati abbastanza pochi, direi soprattutto un rafforzamento dei criteri per garantire l’indipendenza da pressioni esterne (conflitti di interesse), e un aggiornamento delle valutazioni di cancerogenesi che tengano conto degli avanzamenti nella ricerca, attraverso per esempio l’inclusione di test come l’espressione genica o la metilazione del DNA. L’idea principale delle Monografie, che si deve a Tomatis e che non ha perso la sua validità, è che nel definire se un’esposizione costituisce un rischio di cancro per la specie umana non ci si può riferire solamente alle osservazioni nell’uomo, sia perchè queste giungerebbero spesso troppo tardi sia perchè gli studi epidemiologici hanno talvolta debolezze intrinseche. E’ necessario confidare pertanto sui test negli animali e (oggi) su altre forme di conoscenza indiretta, in rapida crescita grazie agli sviluppi della biochimica, della genetica e della biologia molecolare. Per esempio, anche se gli studi epidemiologici sull’ossido di etilene lasciano spazio a qualche dubbio sulla cancerogenicità della sostanza, se valutati insieme agli studi sperimentali negli animali e alle informazioni sui meccanismi d’azione in diverse specie consentono di concludere senz’ombra di dubbio che un rischio di cancro esiste.

            Come Tomatis descrive in questo libro e nei precedenti, gli interessi in gioco sono troppo grandi per pensare che non vengano esercitate pressioni sugli organismi, come la IARC, che valutano la cancerogenicità delle sostanze chimiche o di altre esposizioni. Le pressioni più forti sono attualmente quelle che subiscono le agenzie americane. In quel caso i “conflitti di interesse” vengono per esempio interpretati nel senso di non includere gli scienziati esperti di un certo argomento nei comitati di valutazione, perchè possono avere un pregiudizio a favore della cancerogenicità di un’esposizione (un pò come dire che un giudice che voglia valutare se un’automobile è pericolosa si avvale di ingegneri aeronautici, perchè quelli automobilistici possono essere affetti da pregiudizi). Il risultato è che in un recente Panel di valutazione organizzato dall’Environmental Protection Agency americana 7 membri su 13 sono stati ricusati perchè “troppo  esperti” e dunque affetti da pregiudizi. Questo genere di posizioni, piuttosto ridicole, sono il frutto di pressioni non solo dell’industria, ma nel caso degli Stati Uniti  anche del mondo politico e dei tribunali. Molti scienziati impegnati nella ricerca sulla salute e sull’ambiente negli Stati Uniti (e ora anche in Europa) sono costretti a perdere giorni di lavoro perchè citati in giudizio da imprese private che non approvano le loro procedure: mi chiedo se questo sia un fenomeno accettabile, considerato che sottrae energie preziose a una ricerca già sottofinanziata, e che finisce per presentare il mondo della ricerca scientifica per quello che certamente non è, un “covo” di ambientalisti che cercano a tutti i costi di dimostrare la cancerogenicità delle sostanze chimiche. 

C’è insomma una sistematica opera di dissuasione di chi cerca di operare in modo indipendente a favore della società in senso lato, e non di una sua parte dotata di interessi costituiti. Ci sono poi forme più scientifiche ma non meno pericolose di difesa degli interessi costituiti. La prima consiste nel negare validità ad alcune componenti del ragionamento sotteso al lavoro delle Monografie IARC e di altre agenzie. Per esempio, è in corso una campagna di svalutazione dei test negli animali da esperimento, ignorando il fatto che essi sono al momento insostituibili se non vogliamo fare della specie umana la specie sperimentale d’elezione. Un altro tentativo, più sottile, consiste nel dire che i test negli animali hanno condizioni di applicazioni limitate e la loro estrapolazione alla specie umana è possibile solo occasionalmente. Da almeno dieci anni viene portato l’esempio dei tumori del fegato indotti sperimentalmente nei topi, che sarebbero spiegati da un meccanismo (la proliferazione dei perossisomi) che non esisterebbe o sarebbe quasi irrilevante nella specie umana. Pertanto i saggi basati sull’induzione di tumori epatici nei topi (e, per altri versi, dei tumori del rene nei ratti) dovrebbero essere abbandonati. In realtà a un esame più attento risulta (a) che la proliferazione dei perossisomi nei topi viene indotta a dosi del cancerogeno più alte di quelle che provocano il cancro, e dunque è improbabile che si tratti del solo meccanismo di induzione dei tumori; (b) che esiste verosimilmente una variabilità anche nella specie umana della proliferazione dei perossisomi, ed è dunque possibile che esistano sottogruppi della popolazione che sono suscettibili allo stesso meccanismo.

            Un terzo modo per condizionare le valutazioni di cancerogenesi è quello di suggerire strategie diverse per categorie diverse di cancerogeni, per esempio sottolineando la presunta differenza tra cancerogeni “genotossici” (dotati di un meccanismo d’azione basato su un danno strutturale al DNA) e non-genotossici. Anche in questo caso la proposta è piuttosto grossolana, visto che la ricerca scientifica mostra che i confini tra le due categorie sono molto sfumati, molte sostanze sembrano possedere entrambi i meccanismi, e addirittura si sta oggi dando crescente importanza nelle teorie sulla cancerogenesi ad alcune modalità – come la metilazione dei promotori -  che non consistono in un danno strutturale ma sono ereditabili da una cellula alle cellule figlie. Un ulteriore modo per limitare la regolamentazione dei cancerogeni è stabilire complicati meccanismi per la valutazione delle dosi pericolose (o per l’identificazione di dosi “sicure”), attraverso l’applicazione di modelli matematici controversi e che aumentano anzichè diminuire il grado di incertezza.

Infine, per quanto marginale e curioso il problema possa sembrare c’è una differenza importante tra il modus operandi delle agenzie americane e delle Monografie IARc (come riaffermato nella recente riunione cui mi riferivo sopra): per stabilire se una sostanze è cancerogena gli americani si affidano al voto degli esperti, mentre le Monografie cercano di evitarlo per quanto possibile. Al di là del fatto che al pubblico può sembrare discutibile il fatto che gli scienziati votino per stabilire se una sostanza è cancerogena (mentre non stupisce più che tanto il dissenso o la controversia scientifica), dietro il fatto di votare o meno ci sono a mio avviso due concezioni del consenso e della democrazia. Un conto è trovare un consenso sulla base di una discussione approfondita e preparata dalla stesura di documenti esaurienti e sistematici (le riunioni delle Monografie IARC durano una settimana ma sono precedute da una lunga fase di stesura di documenti preparatori), un conto è un rapido sondaggio delle opinioni di un gruppo di scienziati. L’argomento di chi è a favore delle votazioni è che questa procedura rende trasparenti le differenze: è vero, ma forse è meglio se queste vengono apertamente e approfonditamente documentate, non solo attraverso il voto; e nel caso in cui raggiungere il consenso sia impossibile è forse meglio sospendere temporaneamente il giudizio piuttosto che ottenere una risicata maggioranza. Il Principio di Precauzione, più popolare in Europa che negli Stati Uniti, esprime anche questo modello di democrazia: se gli scienziati non concordano, è meglio comunque adottare un atteggiamento di responsabile prudenza.

                        La lezione di Tomatis continua ad essere utile ed attuale (per esempio, a un mio giovane collega di Londra, che legge l’italiano, questo libro ha aperto una visuale completamente nuova sul mondo della ricerca), e il libro dovrebbe essere tradotto almeno in inglese. 
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