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Mobbing e tresche nella banca mannara
Giovanni Choukhadarian, Stilos, La Sicilia, 15.02.2003
Un libro di un esordiente saltato ai vertici della classifica, scritto dopo aver partecipato a un corso di scrittura. C'è chi ha parlato di capolavoro
Un romanzo di oltre 500 pagine, irrispettoso di qualsivoglia bon ton letterario, e insieme intriso di letterarietà a volte anche sanamente cialtrona; giocato con beffarda coerenza sul registro dell'inverosimiglianza più assoluta, entro territori cui gli antichi Egizi hanno a che fare con arcigne società di brokeraggio, e la sapienza gnostica della Pistis sophia s'intreccia coi fumetti di Martin Mystère e Internet. Tutto questo e molto altro ancora è L'elenco telefonico di Atlantide, fortunato esercizio letterario di Tullio Avoledo. Impossibile rendere conto dell'intreccio di un libro che, d'altronde, mette in seria discussione ogni nozione di realtà e richiede la più completa sospensione dell'incredulità: non certo nel senso di Samuel Taylor Coleridge, ma in quello (peraltro citato) di Steven Spielberg. Costruito con una Babele intertestuale e scritto con le cadenze di una commedia slapstick, L'elenco è uno dei libri più divertenti usciti in Italia negli ultimi anni. Stilos ne ha parlato con l'autore.

Prima di tutto: come succede che un funzionario di banca si metta a scrivere e, dovendo farlo, scriva un romanzo di 600 pagine?
"Prima tutto: non penso mai a me stesso come a un 'funzionario di banca' (definizione peraltro inesatta: in base al nuovo contratto io sono un quadro direttivo). Personalmente, preferisco definire il mio ruolo professionale 'legale d'azienda'. Vale a dire un tecnico del diritto che potrebbe lavorare per una qualsiasi industria o società. Molti ufficiali delle SS erano laureati in legge, tanto per dare un'idea. Non mi sento decisamente un 'bancario', insomma. Oltretutto ho fatto studi classici; di ragioneria non so nulla. Ho cominciato a scrivere il romanzo dopo aver seguito un corso di scrittura, a Pordenone. Un giudizio lusinghiero di uno dei due insegnanti del corso, lo scrittore Mauro Covacich, ha messo in moto qualcosa. Era come se lo scrittore fosse ibernato dentro di me. L'incoraggiamento di Mauro l'ha scongelato e riportato in vita, come in un film dell'orrore. Comunque non sono 600 pagine. Sono 527 compresi i ringraziamenti. Cioè, questo nel mio continuum spazio temporale. Nella sua dimensione magari il libro è davvero di 600 pagine. Mi interesserebbe molto sapere cosa c'è scritto in quelle 73 pagine in più."

Perché il romanzo di 600 pagine è, per larghi tratti, un romanzo di fantascienza? E anche: si riconosce in questa categoria?
"Quando il mondo era molto più giovane e i dinosauri infestavano la terra ho 1etto un sacco di fantascienza. Sto parlando gli anni '70-'80. È un genere interessante, che offre delle scoperte affascinanti. anche per lettori dai palati esigenti. Trovo difficile, per esempio, contenere un autore dalla prosa affascinante e dalla fantasia geniale come Gene Wolfe nella gabbia della 'fantascienza'. E' un grande scrittore e basta. Per citare solo un altro esempio, in alcuni romanzi di uno dei miei scrittori preferiti, Kurt Vonnegut, ci sono indiscutibilimente parecchi elementi fantascientifici: tanto che due suoi libri vennero pubblicati per la prima volta in Italia dalla gloriosa Editrice. Nord. Ma non credo che come scrittore possa essere catalogato nel genere fantascientifico. Fatte queste premesse devo dire che autori come John Brunner, Roger Zelazny, Conie Willis e, beh, si, Philip K Dick, hanno giocato un ruolo importante nella mia formazione letteraria. Con un contributo di idee e di originalità di approccio, più che di stile. Dick, ad esempio, scrive malissimo, ma ha una ricchezza e una freschezza di idee che mi lasciano ancora a bocca aperta alla quarta o quinta rilettura di certi suoi libri."

Le parti non fantascientifiche danno l'impressione di una forte componente autobiografica. È vero?
"Nel romanzo c'è una compresenza e una simultaneità di fonti: cinema, musica, storia, per esempio. Miti. E il mito dei miti, un concetto che varrebbe la pena di approfondire. C'è anche una componente biografica, ma filtrata attraverso questa simultaneità perde concretezza. Dico sempre che nel mio libro non c'è un singolo fatto che sia realmente accaduto, e nondimeno è tutto vero. O verosimile, faccia lei. Dalla realtà prendo invece a prestito molti dialoghi, questo sì, anche se a volte anche quelli sono tolti dal loro contesto reale e inseriti in uno immaginario. Diciamo che il romanzo è fatto al 100% di ingredienti reali, ma il prodotto finale è totalmente di fantasia. Pesante questa, vero?"

Bancalleanza, che incorpora il piccolo istituto di credito regionale del protagonista, ha un nome molto simile a quello dei principali gruppi del credito italiano. Casualità? A parte il fatto che Rovedo (il protagonista, appunto) rima con Avoledo.
"Rovedo e Avoledo sono due fitotoponimi. Nomi che derivano da alberi, cioè. Avoledo deriva da opuletum, vale a dire 'bosco di aceri'. Era il nome di un paese, sulle carte del Friuli fino al '600. Poi è sparito. Se guardate una carta moderna, nel punto dove un tempo c'era il paese di Avoledo ora c'è una zona bianca, disabitata: in quel punto le strade si interrompono e riprendono dopo qualche chilometro. Ora c'è il greto del fiume Cellina, lì. Un letto di ghiaia bianca. Penso che un'alluvione abbia spazzato via il paese, quattrocento anni fa. E' una cosa che mi ha sempre colpito, il mio avere origine in un posto sparito dalle mappe. Giulio Rovedo e Tullio Avoledo sono nomi dal suono abbastanza simile; Rovedo richiama la parola 'rovo': ispido; pungente. Potrei dire che Giulio è il mio gemello cattivo, un po' come ne La metà oscura di Stephen King. Un po' anche Jeckyll e Hide. Rovedo fa cose che io non farei mai; per esempio. Il che non vuol dire che io non abbia mai desiderato di farle. Diciamo che nel mio libro ho dato a Rovedo più libertà d'azione di quanta io non me ne conceda nella vita reale. Bancalleanza invece è Bancalleanza e basta. L'incubo di un gruppo bancario. Una banca mannara. Faccia lei. Niente di reale. Ho preso spunto da una banca perché lavoro in una banca, tutto qui. Se avessi lavorato in una compagnia di assicurazioni Rovedo, sarebbe stato un assicuratore".

Quale visione del mondo presuppone l'intreccio del romanzo, che mescola questioni di mobbing, tresche erotiche, drammi storici ed esegesi biblica? O anche: il mondo è rappresentabile in un libro? 0 infine: che cosa è rappresentabile, del mondo?
"Mamma mia, che domande difficili. Io credo di poter rappresentare con le parole una percezione del mondo. La mia. Un quattromiliardesimo della percezione totale, diciamo. Un ben misero campione, no? In realtà nessuno sa più cos'è, il mondo. Usiamo macchine di cui ignoriamo il funzionamento, non conosciamo nulla della realtà che ci circonda. Intendo dire, cose come la distanza fra la terra e la luna, o la velocità della luce. Questo a livello di massa, intendo dire. Certo gli scienziati conoscono tutto della loro specializzazione scientifica, ma spesso nulla dei campi contigui. Ciò, per inciso, fa sì che non vi sia vero progresso: nessuna invenzione originale: miniaturizzazione, riduzione dei costi, velocizzazione delle prestazioni, questo sì; ma nessuna novità, nessun salto di qualità. Per tornare alla sua domanda, credo che il mio libro sia un frattale del mondo: cioè, della mia percezione del mondo. Nel mio libro è descritta una parte del mondo, più piccola ma per il resto identica al mondo come io lo vedo".

La banca e il condominio, cioè i due spazi chiusi principali dell'Elenco, sono descritti come le istituzioni totali di Foucault e Basaglia: carceri, manicomi giudiziari, campi di concentramento. È corretta questa sensazione?
"Marguerite Yourcenar, in un suo libro, ha definito la vita 'il giro della prigione'. Spesso pensando alle vite che facciamo, che la gran parte di noi fa, mi viene piuttosto in mente un criceto in gabbia, che corre senza sosta facendo girare una ruota. Rovedo è così che lo immagino, ad esempio. Io credo che l'orrore del mondo contemporaneo, raffigurato benissimo da Kafka, sia quello dell'uomo-ingranaggio, che con la sua vita (col suo lavoro, coi suoi consumi) manda avanti un meccanismo più grande, in una direzione sulla quale magari non è d'accordo, che magari è dannosa per lui e per la sua specie, ma sulla quale non ha controllo. Il mondo è diventato uno spazio chiuso anche per la progressiva globalizzazione del pianeta. Un secolo fa c'erano ancora sulla mappa del mondo spazi inesplorati, luoghi in cui fuggire dalla civiltà, ad esempio. Civiltà esotiche. Oggi l'unica fuga possibile è nel virtuale. Ma è una fuga solo apparente, ovvio. Criceti sulla ruota".

Quali sono i suoi maggiori riferimenti letterari? Mi interessano piuttosto quelli italiani - quelli americani sono disseminati a sufficienza in testo, mi pare.
"Autori italiani? Ne elenco alcuni a caso. Magari mi dimentico qualche nome fondamentale, che mi verrà in mente domani, o fra un'ora. Comunque direi Goffredo Parise. Giovanni Comisso. Gli scritti politici di Pasolini. Qualcosa di Calvino. Un delizioso romanzo dimenticato di Umberto Simonetta, Tirar rnattina... Elio Bartolini, un autore friulano che associo a John Banville per ricchezza e profondità di scrittura. I primi libri di Stefano Benni e di Gianni Celati. Fruttero e Lucentini. Basta, direi."

L'immaginario del libro sembra a tratti, un'interpretazione di quelli di Jean Giraud ed Enki Bilal, mentre il tono di fondo può ricordare quello di Gerard Lauzier. I fumetti hanno a che fare con l'Elenco?
"Molto. E ancor di più hanno a che fare con Mare di Bering, che sta a Doonesbury (una striscia americana che adoro) come Atlantide sta a Lauzier. Bravo ad essersene accorto. Mi piacciono molto anche Enki Bilal, e Moebius, ma non mi sembra che abbiano avuti influssi sul mio modo di scrivere. Beh, forse un po' Moebius".
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