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Memorie nell'ombra dal cuore alla pagina
Stefano Ciavatta, E polis Roma, 24.01.2007
Riscoperte da poco, le memorie di un soldato italiano prigioniero dei tedeschi, vanno in libreria.
E diventano un caso.
«Dopo l’8 settembre Papà era nel nord d’Italia, si era rifiutato di firmare per la Repubblica Sociale Italiana, era ricercato e fu catturato a Cantù. Fu processato e condannato a morte ma ebbe la pena tramutata e fu deportato in Germania, prima a Dachau poi nel campo di Wietzendorf». Baracche, la testimonianza del sottotenente dei Bersaglieri Alessandro Dietrich (Sironi editore) non è un libro di ricordi scritti a posteriori, ma la trascrizione di taccuini di guerra, anzi di prigionia. Ricopiati nell’immediato dopoguerra e custoditi in silenzio, questi brevi testi raccolti adesso in un volume da Sironi, sono stati tenuti lontani dallo sguardo della famiglia. In vita Dietrich ha concesso solo vaghi accenni, ribadendo nei fatti di voler ricacciare indietro il ricordo, senza nessuna intenzione di divulgare quell’esperienza. Quella di Baracche è una scrittura frammentata, gli aneddoti sembrano sorgere alla fine di divagazioni, le parole disseminate tra mille derive si raccolgono a formare gli episodi. Ma questa eterogeneità di “sponde toccate” segna la necessità di recuperare ogni particolare per mantenere lo sguardo fisso sulla sostanza delle cose. Ed anche per consegnare a se stessi un’idea diversa di sé, e diversa dalla realtà che circonda Dietrich: quello che sembra un capriccio e un lusso più volte rinfacciato, è in realtà un mezzo per tenersi legato a un livello preciso di vita, dove la nostalgia per l’umano s’amplifica proprio dove l’umano si ritira, («Avvertì l’immenso squallore della dipartita, sconfinata malinconia di Gesù…»). Baracche non è un compendio di ricordi rivisitati in tempo di pace e benessere -, ma la lucida nostalgia per un mondo che esisteva ed è stato ricacciato nelle caverne.
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