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Castaldi e la religione dell’eternità
Generoso Picone, Il Mattino, 27.10.2006
C’è un uomo che si ritrova con un bambino in casa, glielo ha lasciato la compagna volata in Chiapas e non è il loro figlio ma quello che lei ha avuto con un altro. Lui, Alfredo Venti, è un insegnante di disegno dall’impatto eufemisticamente non felice con gli studenti e la scuola, aspira a diventare un artista e intanto lo sorreggono dal naufragio dei suoi fallimenti gli psicofarmaci da cui è dipendente. Da tempo lavora a un’opera, l’ha titolata «L’eternità» ed è costituita da una stanza dove accumula ogni oggetto o frammento trovati in giro, in attesa che si realizzi il proposito segnato sulla lavagnetta, «Ordine». Ma il suo vero simulacro è nella camera accanto, l’armadietto delle medicine, la sede dell’unica cura possibile, il sollievo alla vita dura che gli è toccata, la garanzia chimica che nonostante tutto potrà continuare a vivere, a sfidare il tempo. È la storia che Marosia CASTALDI narra ne Il dio dei corpi, il suo nuovo romanzo (Sironi, pagg. 128, euro 13: da giovedì in libreria). Per chi conosce l’universo letterario in cui opera l’autrice napoletana trapiantata a Milano, si tratta della conferma di temi e ambientazioni già noti e che costituiscono ormai il topos consolidato oltre che gli elementi fondanti della sua scrittura, a cominciare dalla Pfeffingerstrasse, la strada affollata di personaggi e fantasmi che ricorre nei suoi testi e rappresenta una sorta di architrave del cosmo visionario messo in scena. Nelle pagine de Il dio dei corpi risalta fin dal titolo la materialità dell’esistenza, l’impossibilità costitutiva di trascinarla lungo un percorso coerente: tutti sembrano continuare a muoversi al buio di una tremenda notte, reduci smarriti dell’avvenuto caos che ha dissolto la realtà, o almeno una sua praticabile idea. Se un margine di innocenza è ancora rintracciabile, bisogna andare a cercarlo nel bimbo, nell’infanzia non ancora frantumata di Pietro, nella sua allegria senza cuore, dunque naturale: quando lui s’insedia nella vita di Alfredo l’effetto è quello di un detonatore che fa esplodere micce nascoste e invisibili nell’anima e fa scaturire un’aspirazione prima latente e poi sempre più espressa ai giorni perduti, in una sindrome di Peter Pan che rinvia a un’isolachenonc’è chiamata eternità. «Noi scrittori siamo sempre sul confine estremo tra la vita e la morte», scrive Marosia CASTALDI nel preludio a mo’ d’introduzione, un testo introduttivo scandito sulle suggestioni del Via Gemito di Domenico Starnone che rivela la malattia trascorsa, l’anoressia debordata in depressioni, le crisi da cui è uscita lasciandole un’indicazione per il prossimo passo. Anche ne Il dio dei corpi è vibrante la contrapposizione valoriale tra il caos dello stile e l’irrealtà del presente, tra l’allucinazione dello sguardo e l’incapacità di vedere, tra un sistema che rappresenti lo spaesamento degli esseri umani e il loro ammassarsi tra amori e odii verso l’impossibile felicità. Realtà e sogno, vita e morte, vivi e morti non sono distinguibili ma soltanto evocazioni graduali di un’unica mancanza, di una nostalgia ormai impellente. La parola è Dio. «E a me che scrivo non basta per rassicurarmi l’idea che l’opera durerà oltre la mia vita, che anche buttati e dimenticati sopra uno scaffale da qualche parte continueranno a vivere i miei libri. No, non mi basta», spiega lei. Ritrovarsi nella vita che si è sempre fatta come se non dovesse mai finire, «anche se è un inferno o un’agonia», è il progetto maturato, il comandamento laico da sviluppare. E il romanzo che per Feltrinelli verrà nella primavera ventura, Le mie mani dentro le tue, promette il suo sciogliersi nella scrittura di Marosia Castaldi
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