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INTERVISTA A DAVIDE BREGOLA
Saverio Fattori, blackmailmag.com, 01.09.2006
blackmailmag.com
avide Bregola vive a Sermide, in provincia di Mantova. Ha esordito nel 1996 con tre racconti inclusi nell’antologia Coda (Transeuropa), nel 1999 ha vinto il Premio Tondelli per la narrativa. Nel 2002 ha pubblicato Da qui verso casa (Edizioni Interculturali), un libro di interviste a scrittori stranieri che scrivono in italiano e nel 2005 Il catalogo delle voci (Iannone), analoga inchiesta sui poeti immigrati. Con l’editore Sironi ha pubblicato nel 2003 la raccolta Racconti felici e nel 2006 La cultura enciclopedica dell’autodidatta.
Che pretese dovrebbe avere oggi il giovine scrittore da se stesso, visto che è già stato vivisezionato ogni comparto della psicologia umana, esplorata ogni trama? Come potrebbe in qualche modo aggiungere "rispetto" all'esistente?

In generale non so se potrebbe esistere una "pretesa" oggettiva capace di riunire tutte le ambizioni e tutte le intenzioni. Da parte mia però sono sicuro che tutta la scommessa si gioca nel trasformare la "tecnica" narrativa in "anti-tecnica" senza però andare a riesplorare le avanguardie e gli sperimentalismi del '900 spesso interessanti solo per gli addetti ai lavori e a volte noiosi, ma cercando nell'"anti-tecnica" una nuova piacevolezza del testo, una originale trama che renda interessante e avvincente una storia, uno stile leggibile e in sé accattivante. Chi non riesce ad affrancarsi dalle regole scolastiche afferma: "Tutto è già stato scritto, tutto non sarà più originale", chi ricerca l'anti-tecnica invece troverà spazi inauditi, sconfinati luoghi di narrazione. Dove stanno questi luoghi di narrazione? A mio parere stanno fuori dalla scena, nella parte "oscena" della vita degli uomini. Tolti i lustrini, smontata la scenografia, via le luci di scena, rimane il pubblico e c'è lo scrittore. Quello è il luogo ideale per raccontare la storia, quando la sua rappresentazione è finita inizia il tentativo del reale. Non c'è più il realismo, inizia il tentativo di raccontare il reale. Mi rendo conto di una cosa fondamentale: l'opera che nasce per un grande successo e conquista un largo pubblico da subito è necessariamente sintonizzata su un gusto già diffuso, già radicato e che ha già vinto. È intimamente un'opera scaduta. Chi fa qualcosa di nuovo ed esprime qualcosa che prima non c'era, non era espresso, per forza di cose si trova in distonia col pubblico. Non c'è un pubblico che preesiste all'autore: ogni autore si crea un proprio pubblico. Quando uno scrittore esprime qualcosa di nuovo, rompe l'equilibrio su cui si fondano scuole, cultura, politica, e la quiete e la perpetuazione cui esse mirano. Crea così un pericolo, produce una crisi: e ne deve rispondere. La crisi può migliorare le cose ma può anche peggiorarle. Vale la pena di correre il rischio? Se si vuole percorrere la strada del pubblico e della critica che preesiste all'opera basta guardare la tradizione e ciò che va per la maggiore tra il grande pubblico, se si vuole percorrere la seconda si deve fare come dicevo prima, ossia costruire un'anti-tecnica. Altro aspetto da esplorare in un contesto come quello letterario in cui "vivisezionato ogni comparto della psicologia umana, esplorata ogni trama" sembra non esserci scampo, io mi affiderei alla de-progettazione dei progetti. Progettare e de-progettare. Progettare e de-progettare. Lasciare solo l'opera de-progettata e considerare il progetto un sottoprodotto, un aspetto transeunte dell'opera. Raccontare l'osceno, anti-tecnica, de-progettazione sono tre aspetti da sviluppare e portare a compimento sulla pagina. Così facendo io punto tutto sulla "potenza". La "forma" affascina quando non si ha la forza di capire cosa sia "la potenza" di un'opera e di estrapolarla da essa. Cosa sia la "potenza" non riesco a codificarlo, però con La cultura enciclopedica dell'autodidatta ho provato ad esprimerla.

Quando e come il minimalismo (ombelicalismo, nella sua accezione negativa) si redime da masturbazioni tediose e diventa opera importante o comunque "riuscita"? Qual'è il confine? I segni distintivi che ne determinano o meno la riuscita o il fallimento (l'"inutilità", mi piace definirla) del romanzo che si pone più o meno in questo territorio.
L'ombelicalismo si evita quando si hanno le idee chiare su cosa è "ombelicalismo". Se le intenzioni dell'autore sono di scrivere un romanzo dell' "IO" nell'accezione che ne davano Bataille e Lacan: "Chiunque racconti la propria vita, inevitabilmente, dandole forma di racconto, la trasforma in finzione. La verità ha struttura di finzione", diceva il secondo. Mi sembra che in questi ultimi anni il "minimalismo" sia stato abbandonato da tutti o almeno non è più presente nei romanzi che escono, con un certo valore, da almeno 10 anni. Il confine è esattamente nello spazio in cui il personale diventa invece qualcosa di più esteso che per pudore non chiamerò "universale" però tenderebbe a quello. Per evitare il fallimento, o l'inutilità di un libro che mira a raccontare "il reale" e non vuole essere ombelicale, oltre all'abilità narrativa, serve una sincera e sofferta intimità con il genere umano. Serve una necessità, una forza di illuminazione e di verità che i mediocri non riescono ad avere.

Hai raccolto una mare di testimonianze sulla letteratura contemporanea e ciò che dovrebbe rappresentare su Vibrisse una simile quantità di materiale non ti ha allontanato dalla verità? Ad esempio c'è una teoria abbastanza diffusa secondo cui tutto il materiale di controinformazione sui misteri di questo paese (caso Moro, un esempio) paradossalmente confonde verità di una evidenza sconcertante.
Il materiale di scrittori, critici, lettori, raccolto nell'inchiesta sul Romanzo italiano del XXI secolo è andata di pari passo con la stesura di CEDA (acronimo del titolo del romanzo) e mi è servito per stabilire anche la struttura del romanzo, ma non ha influito sull'idea di Verità che volevo trasparisse attraverso il protagonista Giovanni Costa. Il materiale scaricabile dal blog riguarda il progetto per iniziare a discutere seriamente sullo scrivere oggi. Sul senso della scrittura, sull'idea di rinnovamento o ripiegamento della scrittura narrativa in questi primi anni del 21 secolo. Volevo indagare sulla possibilità di didabbito inerente un'arte così vecchia, all'apparena, come la scrittura. CEDA è un atto di fiducia anche nei confronti della narrazione. Il protagonista Giovanni Costa cerca di scrivere un romanzo sulla verità e quindi, converrai, è un atto di ingenua volontà e immensa fiducia. Costa è candidamente ingenuo, e lo sa, anzi con questo candido atteggiamento, ci gioca pure.

In molti dei libri più importanti che ho letto recentemente l'io narrante si confronta con la figura paterna. Quasi che a un certo punto del percorso esistenziale (e letterario…) si renda necessaria questa operazione. Penso che sia un punto di forza del tuo libro.
Il padre, nei libri che si sono letti in questi ultimi anni, rappresenta la figura in cui si accentrano le ideologie, le sconfitte, le vittorie, le contraddizioni avvenute dal dopoguerra ad oggi. Mi spiego: i padri, per gli scrittori trenta quarantenni, sono coloro su cui i loro padri hanno riversato tutte le loro speranze. Prima di loro c'è stata una guerra devastante, dopo di loro il boom economico, il benessere, le utopie del '68, la scolarizzazione di massa. Una classe sociale si è affrancata dall'analfabetismo, ha abbandonato la campagna, l'agricoltura, per andare in fabbrica, trasferirsi nelle grandi città. Per cosa? Per dare un mondo migliore ai loro figli, che sono poi i nostri padri. Laureati, o al limite diplomati, impiego facile, carriera, qualche contestazione, le tutele sindacali, sociali, previdenziali. L'accaparramento di tutti i luoghi di potere, la famiglia, la casa di proprietà, l'appartamento al mare. Soldi investiti in bot e cct che fruttavano anche ilo 60% in 1 anno negli anni '80. Tutto sembrava facile, in ascesa continua. Invece? I loro figli si sono iperscolarizzati. Noi. Sono i figli protagonisti dei libri cui fai riferimento. Personaggi letterari molto prossimi alla realtà contemporanea. Gente che non si "sacrifica" in una cooperativa di pulizie con negre e albanesi, che non vuole lavorare al call center per 500 euro al mese, o se lo fa si lamenta costantemente senza muovere un dito. Si lamenta. E basta. I soldi che mancano li danno i nonni che ancora sentono odore di polvere da sparo degli anni '40. Oppure in mancanza d'altro paga casa papà. Divorziato, o con l'amante, con la paura di lasciarci le penne per un infarto o un tumore maligno. Ma intanto sta li. A 65 anni decide di non andare in pensione perché sta bene, si sente ancora giovane. Scopa l'amante grazie a Cialis. Abbarbicato nel suo posto di lavoro fisso. Stipendio buonissimo. I figli? Sono i trentenni che vengono dopo. Laureati in materie umanistiche in cerca di posti di lavoro privilegiati. Che non esistono più. Sotto l’attacco lento ma inesorabile dello sviluppo economico e della ratio, sono in via di dissolvimento, in Italia, i legami profondi che tenevano uniti gli individui ancora 60 anni fa. Inutile piangerci su, o tentare di tornare indietro: i valori non sono concetti, ma sentimenti, e una volta persi non c’è appello autorevole o politica culturale che li possa riesumare: ci vorrebbe appunto una generazione che li provasse ancora e li trasmettesse, ma è appunto ciò che manca, e questo rende assurdo ogni tentativo di revival morale. D’altro canto, se questi valori sono caduti, e non hanno retto allo sviluppo economico, occorre riconoscere che in qualche modo avevano torto, erano falsi, irrazionali, e meritavano di cadere. Essi originavano dalla credenza in una struttura immanente alla realtà, conoscibile per rivelazione o ragione, che impone per ogni caso della vita uno specifico tipo di comportamento. Dal dettato divino o metafisico (la verità) si deduceva una determinata concezione del destino umano. Da quando ciò non è più, la società regola sempre meno i suoi membri dal di dentro, con i valori morali, ma piuttosto dal di fuori, con il potere diretto e senza veli e le tecniche di persuasione dell’industria culturale.Di fronte a tutto questo si pone il trentenne Giovanni Costa, protagonista de La cultura enciclopedica dell'autodidatta, il quale, compresso nel plasma di particelle libere che è divenuta la società - particelle governate da un campo magnetico esterno che le avvolge in un vortice senza senso e senza fine - decide di mantenere per lo meno integro il suo spirito, e di continuare a pensare, nella convinzione che questo sia l’unico esercizio di autonomia e dignità umana possibile. Egli si mette dunque a cercare nientedimeno la verità, comprendendo bene che solo in rapporto a questa è possibile ridefinire il giusto comportamento di sé e degli altri. Ovviamente, tutti i valori in cui si incarna la vecchia verità, come religione, patria, famiglia, lavoro, autorità, fedeltà, serietà, sacrificio, non avendo più radici emotive in lui, gli rivelano il loro lato arbitrario, brutale e disumano; ma anche i nuovi modelli di comportamento, ispirati esclusivamente alla ragione strumentale, cioè all’esercizio indiscriminato del proprio egoismo in ogni campo della vita, gli sembrano non meno mostruosi e folli. Egli è dunque costretto a procedere come un autodidatta (da ciò il titolo), cioè a rifiutare en bloc tutti i modelli culturali proposti dalla società, e a ripartire, per così dire, da se stesso. A prima vista la sua scelta sembra un’ingenuità, ma non lo è affatto, se si pensa che ogni norma morale degna di questo nome deve innanzitutto rispettare l’intelligenza e la libera volontà del singolo, la sua dignità umana, e in merito a ciò ogni uomo è in grado di giudicare. I padri non sono nient affatto migliori dei figli. il padre di Giovanni è descritto con crudele pietà. Eppure sembra aver avuto vita facile. Il figlio tenta di "ammazzare"idealmente il padre raccontandolo senza rete. Se qualcuno pensa sia tutto riconducibile alla psicanalisi si sbaglia di grosso. È più riconducibile ad un piano sociologico, il rapporto dei padri coi figli, nei romanzi contemporanei. E non psicanalitico.

Grazie.
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