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Quando il presente è precario e il futuro diventa un «non luogo»
Vincenzo Aiello, Il Mattino, 27.07.2006
Ci sono molti scrittori, anche giovani, che hanno paura del presente e di vivere la realtà: il risultato dei loro esperimenti narrativi figli di solito della fiction imperante partorisce testi che mischiano autobiografia ed invenzione, e il lettore capisce che, al di là dei temi importanti trattati, c’è qualcosa che non va. Non è così per Davide Bregola, mantovano, con il suo ultimo La cultura enciclopedica dell’autodidatta (Sironi editore, pagg. 236, euro 14.50). Il protagonista è un giovane che nuota in quell’indicativo presente che Giulio Mozzi ha messo come esergo alla sua collana di narrativa italiana. Bregola vive il presente non nascondendosi niente e usa la sua autobiografia - con il metodo che lui chiama autofiction e che dichiara in apertura - per raccontare la vita del ventottenne Giovanni Costa: una frequenza universitaria brillante alle spalle, interrotta con la media del trenta, una bella ragazza che si chiama Marzia e pochi amici che lo seguono nelle sue elucubrazioni. Il presente di Costa è un precariato nel terziario avanzato da giovin scrittore, con qualche pubblicazione e scarse recensioni. Il passato è il padre, pensionato Enel, morto da poco di asbestosi, cancro generato dall’amianto. Qual è il problema di Costa? Ne ha due, collegati: il presente, appunto, fatto di lavoro evanescente, e il futuro, «che è invece un non luogo». Qualcuno potrebbe riconoscersi in questo testo, realizzando ciò che dovrebbe essere una delle funzioni della letteratura. Javier Cercas parlerebbe di «trasformare in elementi universali il tuo vissuto personale». E mentre Costa cerca di capire, compilando schede enciclopediche, cos’è la verità, comprende anche che non c’è risposta a questa domanda. Esiste una sola verità, la propria. Che ha un altro nome: la scelta.
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