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Intervista a Giacomo Sartori
Sergio Rotino, Ferndandel, 01.03.2006
Un libro duro, Anatomia della battaglia, assolutamente non pietistico. L’ ultimo lavoro in ordine cronologico di Giacomo Sartori offre al lettore pagine di estrema densità che, attraverso le figure contrapposte quanto inconciliabili di un figlio e di un padre, parlano della Storia, della nostra Storia, intrisa di ideologie mal digerite o mai lasciate veramente alle spalle. Sartori maneggia con forza questo dualismo, nel tentativo titanico di arrivare a una non conciliazione laica, con sullo sfondo tracce della lezione di Böll e la petrosità di una terra spigolosa qual è quella del Trentino. Stilos ha intervistato l’autore.

Lei vive già da molti anni in Francia, ma Anatomia della battaglia è fortemente legato al Trentino, sua terra d’origine.

Ho passato gran parte della mia vita da adulto all’estero, anche fuori dall’Europa, ma in effetti con miei romanzi è rispuntato il Trentino-Alto Adige. Ciò non corrisponde affatto a una decisione intenzionale. Però, tra i tanti progetti che uno scrittore ha in testa, alcuni vanno in porto, altri no, e in questo nulla è casuale. Evidentemente la mia terra di origine mi aveva marcato molto più di quanto ne fossi cosciente, quindi avevo in un certo senso “da dire la mia”, sentivo la necessità di descrivere questa parte d’Italia in cui sono cresciuto… e con la quale, a dire la verità, ho un rapporto tutt’altro che facile.

Il romanzo narra di un padre fascista e di un figlio inetto, che negli anni Settanta entra a far parte di un gruppo terroristico per un breve periodo. Perché ha insistito su questo dualismo e sulla vistosa debolezza psicologica del figlio, che è il personaggio principale e il narratore della storia?

Per scrivere i miei romanzi non parto da tesi preconcette. Anche quando ne preparo uno e perciò leggo e studio molto, nella scrittura il mio approccio resta intuitivo. Mi attira il poter arrivare a esprimermi con strumenti che sento profondamente miei, che condensano il mio modo di essere e le mie conoscenze. Qui sono partito dalla figura di un vecchio che era stato fascista – e che ha continuato anche dopo la fine del fascismo a definirsi tale – ispirata per molti versi a mio padre. Ma poi, nello scrivere il romanzo, è spuntato fuori un figlio schierato a sinistra e sono venuti fuori gli anni Settanta, e il terrorismo, e la fragilità della condizione attuale contrapposta alla sicumera del ventennio fascista, e la rete di legami tra tutti questi elementi. Nella redazione finale è effettivamente presente questa dualità dove il padre rappresenta la forza e il figlio la fragilità, contrapposizione tutt’altro che casuale. Ma è vero anche il contrario: per molti aspetti la debolezza del figlio è una grande forza e la forza del padre è una irredimibile fragilità. Il figlio, benché fallito, è sicuramente più maturo del padre. Comunque le varie contrapposizioni sono un punto di arrivo, con tutto il margine di incertezza legato a qualsiasi processo di ricerca di verità, per definizione vano, non un punto di partenza.

Il suo romanzo può essere letto come una critica bipartisan alle esperienze del fascismo e dell’estrema sinistra? Intese entrambe come etica e non come pura ideologia?

Assolutamente no. Credo che un romanzo, un buon romanzo, non possa e non deva dare delle risposte semplici. Sia il fascismo che il terrorismo degli anni 70-80 sono dei fenomeni estremamente complessi. Per quanto mi riguarda, ritengo che ogni semplificazione e ogni superficiale confronto siano da evitare. È compito degli storici cercare di semplificare e di trovare i minimi comuni denominatori. I romanzieri colgono invece l’estrema complessità e la contraddittorietà del reale, lavorano anche su quanto nella coscienza comune – o addirittura nella ricerca storica – è ancora rimosso. Certo, un testo letterario può suggerire delle piste, ma per l’appunto sono solo delle ipotesi, delle intuizioni. Nel mio testo non c’è una sola tesi, ma una maglia di tesi che si eludono e si contraddicono a vicenda. Tesi non solo storiche, ma psicologiche e psicanalitiche. Resta il fatto che i legami tra terrorismo degli anni 70 e gli anni della Resistenza, tra una riattivazione di una logica della violenza negli anni 70 e il modo in cui l’Italia è uscita dal fascismo, tra il non fare i conti con il passato e, in un certo senso, riviverlo, mi sembrano innegabili. Il vero problema credo sia la rimozione del fascismo e delle pesanti eredità che esso ha lasciato, e forse lascia ancora, operata ancora oggi dagli italiani. Nel romanzo questa rimozione non c’è, il che mi permette maggiore libertà di movimento. Ciò non vuol dire che fascismo e terrorismo di matrice comunista, anche se entrambi utilizzano la violenza, e almeno questo in comune lo hanno, vengano posti sullo stesso piano.

Siamo di fronte a una visione di assoluta irredimibilità nel rapporto con la Storia, da parte dell’Italia e di tutto l’Occidente?

Mi sembra che noi occidentali abbiamo un po’ la tendenza a considerarci al di sopra della Storia. Preferiamo rappresentarci un mondo asettico dove tutto è sotto controllo, e la Storia è in un certo senso evacuata. E mi sembra che noi italiani, anche grazie al sessantennio di pace di cui abbiamo goduto, facciamo ancor più questo errore. In realtà siamo profondamente calati nella Storia e, in un certo senso, ne siamo tutti delle vittime. Le nostre famiglie sono profondamente marcate dalla Storia del Novecento. Il Novecento per l’Europa è stato spaventoso, e i traumi storici non si riassorbono certo nello spazio di una o due generazioni.

In Anatomia della battaglia si inseguono varie metafore, tutte occlusive, che vietano l’avvicinamento, fra i due protagonisti. Se questo desiderio esiste, ci dicono quanto sia impraticabile, perché non si possono riconciliare idee e identità, epoche, caratteri?

Sì, certo, anche le metafore sono utilizzate per esprimere la distanza tra padre e figlio. In tutti i miei romanzi le metafore e i paragoni hanno moltissimo spazio. Proprio per l’approccio non cerebrale che esse implicano, per la loro carica multisemica, per la loro potenza evocativa e, nello stesso tempo, per il profondo lavoro sulla lingua che esse presuppongono e richiedono.

Mi sembra che la presenza ossessiva della morte cementi le varie parti del romanzo. Tutti i protagonisti, dal narratore risalendo fino al nonno, hanno a che fare con la morte, come se questa presenza sia il grado zero da cui guardare le cose, per quanto con grande difficoltà.

Le tre generazioni presenti in questo libro hanno in comune il fatto di avere vissuto la guerra, di essersi ritrovate in battaglia. Per ciascuna di esse la presenza della morte è quindi un dato di fatto, una esperienza naturale. Secondo me questa è la realtà di moltissime famiglie italiane, anche se la visione che abbiamo può essere molto diversa, molto più superficiale e rosea. La Prima guerra mondiale è stata un’ecatombe; anche la Seconda guerra è stata un evento molto traumatico, soprattutto è molto presente anche nelle generazioni degli anni 50 o addirittura dei 60. La guerra era rimossa, ma c’era. Se non altro nel modo di essere e di ragionare dei genitori. Gli anni 70, il periodo in cui la generazione di cui parlo è diventata adulta, non sono stati certo una guerra, ma pur sempre un periodo di estrema violenza, di morte. Anche lasciando stare il terrorismo, l’eroina – che per molti versi può essere vista come un seguito dell’ubriacatura politica – ha falcidiato la mia generazione.
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