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Intervista a Davide Bregola
Sergio Rotino, Fernandel, 03.07.2006
Nuove generazioni di narratori crescono. È così anche per Davide Bregola che, alla sua prima prova sulla lunga distanza con La cultura enciclopedica dell’autodidatta, abbandona i suoi lavori precedenti senza tradirli. A partire dal concetto del “tecnovillano”, che tanto fece colpo su Renato Barilli durante il “Ricercare” del 1999. Ma anche dal grezzo vitalismo di molte pagine già conosciute e in parte confluite nel precedente Racconti felici. In La cultura enciclopedica dell’autodidatta Bregola offre una esperienza totale, coinvolgente, che spazia dall’“autofiction” alla riflessione sul mondo del lavoro, dall’etica al senso del nostro vivere quotidiano, nel pieno di questa precarietà di forze e di pensiero. E lo fa senza ripiegarsi su uno sterile autocompiacimento compositivo anzi, con un nitore quasi documentaristico che però non lo allontana dall’intento primario: quello di offrire una narrazione intensa e universalmente condivisibile. Questo il succo di un romanzo altrimenti difficilmente catalogabile (romanzo autobiografico? filosofico? sulla precarietà? impossibile rispondere), anche se offre come novello Don Chisciotte, capace di prendere per mano il lettore e accompagnarlo per la durata della narrazione, un personaggio molto sfaccettato come è Giovanni Costa, voce narrante della vicenda. Giovanni vive in un paesino del profondo nord, in una famiglia operaia composta da un padre pensionato Enel, una madre casalinga, un fratello camionista e un cane insofferente al guinzaglio. Lui invece è un sottoccupato, e fidanzato da una vita. Era una “mente” negli anni del liceo, ma ora lo troviamo intento a spedire curriculum a cui non seguiranno mai colloqui di lavoro e a cercare in modo quasi maniacale il significato della verità.

Nel tuo libro si sente l’eco dell’idea zavattiniana di “pedinamento del personaggio”, che tu hai utilizzato per descrivere l’io narrante, Giovanni Costa.

Sì, ma io ho voluto pedinare una certa tipologia di persone, gli idealisti del nuovo secolo. Quelli che se anche sanno di uscire sconfitti da un’impresa, tentano di compierla comunque, perché è sufficientemente ambiziosa e pazza per poterci scommettere tutto.

Però, anche marcando stretto Giovanni Costa, nel romanzo mi sembra che tu abbia preferito mantenere una certa distanza da quel che rappresenta.

In realtà, usando il personaggio di Giovanni Costa – il suo essere tanto vicino sia al mondo della disoccupazione sia a quello della riflessione alta, filosofica – avevo in mente di fare un romanzo “senza reti di protezione”. Ecco, i lettori a cui tengo sono quelli il cui pensiero cerca di affrancarsi dal Novecento, persone con la voglia di mettere in gioco tutto per arrivare a creare un’autonomia mentale e culturale per questo ventunesimo secolo. Lettori così esistono? mi sono chiesto. Andiamo a vedere se ce ne sono. Ma per risponderti sulla distanza, per me è come se Costa si vedesse “da satellite” con “Google Mappe”: infinitamente piccolo, infinitamente grande. C’è il soggetto (lui), la famiglia, la società, l’Italia, il mondo e infine la verità. Ma il romanzo non è costruito come se fosse una telecamera che zooma. No. È proprio costruito pensando ai satelliti e alla loro capacità di avvicinare e allontanare. Il mio libro è un Heimat che invece di essere stato filmato è stato scritto: una lunga narrazione sulla patria e sulle famiglie. Vorrei fare un’opera completa, senza fine, sul personaggio, le situazioni, e tutto quello che sta attorno a lui, alla sua famiglia, ai suoi pensieri.

A parte Zavattini in «La cultura enciclopedica dell’autodidatta» mi sembra compaia il consiglio di Tondelli a scrivere di quel che si conosce.

Non Tondelli. Più i dibattiti francesi sull’autofiction… Philippe Forest, quello di Tutti i bambini tranne uno (Alet), e i dipinti di David Hockney; e anche una serie di fotografie in bianco e nero di un fotografo inglese, viste una volta su un numero di “FlashArt”, in cui il fotografo immortalava i suoi genitori ubriachi e sfatti dal tempo. Questo sì. Il mio romanzo non è autobiografico, assolutamente.
Costa non è altro che un Sisifo dei nostri giorni. È al centro di tre infiniti: l’infinitamente piccolo, l’infinitamente grande, l’infinitamente complesso. Il libro contiene questo elemento cruciale: se si accetta l’incarnazione di Cristo e la resurrezione, allora i problemi del male e della morte – i più grandi problemi dell’uomo – si risolvono come li risolve la metafisica cristiana. Se invece non si accetta la divinità, i problemi del male e della morte incombono senza soluzioni, e all’uomo non restano che l’assurdo e la rivolta di cui parlano sia L’uomo in rivolta sia Il mito di Sisifo, entrambi di Camus.

Pensi che un simile impegno possa essere accettato dai tuoi lettori?

Francamente non so come verrà accolto questo mio romanzo. Pensa ai giornalisti. Chi aveva recensito bene Racconti felici si aspetta certamente un “racconti felici” fatto romanzo. Ma io non ho più vent’anni e le ambizioni sono mutate considerevolmente. (Sergio Rotino)
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