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Come un atomo sulla bilancia
G. Pignatari, La civiltà cattolica, 15.05.2006
C'è un versetto del Libro della Sapienza che per descrivere la precarietà del mondo usa la metafora di un atomo messo sulla bilancia; ne scaturisce un senso di manchevolezza che viene placato dall'attestazione dell'incommensurabile amore da parte di Dio. C'è la crisi interiore e la fede in una certezza. Sono queste le due idee guida che costituiscono l'architettura del romanzo di don Luisito Bianchi, sia nell'epigrafe, sia anche nel titolo. Ce lo ripropone ora l'editore Sironi (la prima edizione risale a 35 anni fa per la Morcelliana) con l'aggiunta di una presentazione e di una post-fazione. È il racconto di tre anni trascorsi dall'autore come prete operaio turnista, in una fabbrica chimica del Piemonte. È anch la storia di una convivenza irta di difficoltà tra l'essere prete e l'essere operaio.

Difficile è catalogare il romanzo. Inchiesta sociale? Diario interiore? Denuncia politica? Itinerario spirituale? Domande che si affollano mentre ci si imbatte nei vari temi che investono le pagine con la prepotenza spigolosa e irruente della riflessione interiore e dell'analisi politica oppure nella pacata llinearità della solitudine o dell'amicizia. L'ideologia, la politica, i temi religiosi e la cronaca sono i costanti segni di un romanzo che affascina e insieme fa nascere distinguo più o meno accentuati. La sua immediatezza narrativa sposta continuamente il giudizo dalla fluidità e compattezza dello stile ai contenuti, non tutti condivisibili. Mette violentemente in discussione le idee e le esperienze personali, dell'autore e del lettore: insomma ci troviamo davanti a uno dei libri che piacciono o non piacciono, tout court.

Don Luisito è nato nei pressi di Cremona e una volta diventato prete è vissuto per tre anni a Roma, dedicandosi ai problemi della pastorale del lavoro presso le Acli. Qui c'è l'origine della sua crisi di identità e la formulazione delle problematiche che avrebbero contrassegnato la sua vita di sacerdote e, per quello che ci riguarda più da vicino, la sua letteratura. Due, al riguardo sono le soglie critiche. La prima riguarda il lavoro, argomento oggetto delle riflessioni d natura pastorale, spirituale e teologica di questi anni. La professata ignoranza in merito al lavoro, che deriva dal non averne diretta esperienza, mina alle radici il senso stesso della sua pastorale, in quanto viene meno il dato concreto su cui esercitare il magistero. Da questa prima considerazione scaturisce la decisione di vivere a pieno titolo l'esperienza del lavoro in fabbrica.

Il secondo aspetto problematico mette invece a fuoco il senso stesso del suo essere radicato nel messaggio di Cristo, soprattutto come sacerdote. Il cristianesimo ha in sé il segno evangelico del dono che si è ricevuto e che di deve a propria volta dare, sempre in modo gratuito. La Chiesa dei ricchi, la Chiesa dei sacerdoti che prendono uno stipendio dallo Stato in base al Concordato, la Chiesa del clero come si legge nel romanzo, non dà una credibile visibilità al messaggio evangelico. Ci sono troppi privilegi che mettono in discussione l'autenticità della evangelizzazione. Da una seconda soglia problematica nasce l'esigenza di coniugare il suo essere prete con il lavoro in fabbrica. L'esperienza romana si conclude pertanto con due quesiti che conducono don Luisito a chiedere il permesso di andare a fare il prete-operaio. Le 1.500 pagine di un quotidiano diario scritto in modo talora convulso testimoniano i successivi tre anni. Sono la prima bozza che si traduce ben presto nella composizione di un romanzo.

La vita di fabbrica viene condivisa completamente con i compagni di squadra, di giorno e di notte, nelle giornate feriali e in quelle festive. Inevitabili le prime difficoltà e incomprensioni, ben presto risolte. Ma non è questo il punto: i segni della sconfitta del progetto di essere prete-operaio si presentano in maniera sempre più lacerante. Non posso sentirmi prete-operaio perché sono prete (p. 84). Glielo impedisce la Chiesa dei privilegi. Quindi può essere soltanto un prete che va a lavorare in fabbrica (p. 85). Ma in questo ruolo l'evangelizzazione diventa impossibile. Argomento che viene annotato nel romanzo e poi ripreso a due voci: una recensione di Maurilio Guasco e una letter-postilla dello stesso Bianchi. Così diventa inevitabile dare le dimissioni dalla fabbrica.

Il lettore che indaga sul «quando» tutto ciò è accaduto non può dimenticare che l'inizio dell'esperienza di fabbrica appartiene all'onda lunga della contestazione, che defluisce e muore negli anni Settanta. Non solo la discussione si è accesa nel contesto socio-politico, mma anche nella Chiesa. La dimensione di un cristianesimo orizzontale, vale a dire storico, operativo, solidale con i più deboli della società, dichiaratamente politicizzato ha in molti casi prevaricato, talora schiacciato, il valore della spiritualità interiore, della contemplazione, della meditazione frutto di scavo interiore.

Il Concilio Vaticano II ha rappresentato un riferimento non solo per coloro che avevano smarrito una precisa referenzialità culturale e religiosa, ma anche per la crisi che aveva investito la Chiesa nel suo aspetto più specificamente istituzionale. Molti intellettuali cristiani, numerosi religiosi e tra questi l'autore, hanno vissuto tale lacerazione come un profondo dramma: molti sono passati ad altri lidi, tanti sono rimasti abbarbicati, nonostante tutto alla Chiesa. È questo il caso di don Luisito: fedele a Cristo, all'interno della Chiesa. Metabolizzata, ma non risolta, tutta la problematica della contestazione di allora, si ripresenta anche oggi, in una cultura ingrigita. Il valore del romanzo sembra essere quello di ripresentare alcuni segni rimasti problematici, con grande onestà intellettuale.
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