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Un "fumettone di lusso"
Renato Barilli, L'Immaginazione, 15.05.2006
Giulio Mozzi è uno dei più validi narratori emersi dall'ultima leva e nello stesso tempo sa esercitare molto bene il ruolo di "talent scout", su testi di giovani come lui. Ma qualche mese fa gli è stato possibile mettere a segno un colpo grosso, trovandosi tra le mani una "chicca" da bibliofilo, un'opera del lontano 1929 scritta addirittura a più mani, da dieci narratori nostrani uniti a costruire appunto il Gruppo dei Dieci, da cui è venuto fuori quello che, nel sottotitolo, viene presentato meritatamente come un "Grande romanzo d'avventure", mentre il titolo annuncia uno scoop eccezionale: Lo Zar non è morto. Tra i dieci co-firmatari ci sono nomi ormai caduti nell'oblio, o ricordati a stento: Antonio Beltramelli, Lucio d'Ambra, Alessandro De Stefani, Fausto M. Martini, Guido Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare G. Viola, Luciano Zuccoli. Ma ci sono anche due nomi di prima grandezza, Massimo Bontempelli e il gran patron del futurismo, Marinetti.

A uno spareggio finale, si deve pensare che il regista dell'operazione sia stato proprio Bontempelli, nei suoi panni di teorico dell' "avventura novecentista", quando predicava che bisogna scrivere una narrativa a "pareti lisce", con lingua scorrevole, capace di affrontare una problematica internazionale di alto bordo. Si sa che il regime fascista, allora, fu assai incerto tra la pista strapaesana, di un'Italietta legata ai valori della civiltà rurale, e una stracittadina, di ampia intonazione europea. Questa "avventura" si colloca in misura mirabile proprio in un simile orizzonte, degno delle cronache mondane che poi Malaparte avrebbe tratto dalla sua frequentazione della corte di Galeazzo Ciano. Insomma, avventura di lusso, su carta patinata, che corre avanti nei tempi, sfida le mirabolanti imprese odierne dei vari James Bond, Terminator, Superman. Con appena pochi ritocchi di dizione, un romanzo del genere, proposto oggi come nuovo, potrebbe mietere un largo successo di pubblico, facendo impallidire di gelosia gli industriosi centoni di Umberto Eco. C'è dunque da condividere pienamente la meraviglia con cui Mozzi si è inoltrato nella scoperta, affrettandosi a proporla in una nuova edizione.

La vicenda è degna di quel filone metastorico in cui al giorno d'oggi si impegna così ingegnosamente Roberto Pazzi: Nicola II non sarebbe morto, assieme ai suoi familiari, nel famigerato eccidio di Ecaterinenburg, in quanto un devoto generale, a lui molto rassomigliante, lo avrebbe sostituito nel ruolo sacrificale. Fatto sta che in una località sperduta della Manciuria si trova un anziano, accasciato dagli anni e dalle disgrazie, chiuso in un cocciuto mutismo, in cui si potrebbe riconoscere lo Zar sopravvissuto. Attorno a lui si scatena uno splendido "intrigo internazionale" che si consuma in tante sedi geografiche, Pechino, Losanna, Parigi, con approdo finale a Roma, ed è battaglia di corpi diplomatici, di servizi segreti, di loschi figuri, nel tentativo di accaparrarsi l'augusto personaggio. I fascisti o in genere le potenze occidentali ne vorrebbero fare un'arma per arrestare la marcia della Russia e dei bolscevichi, mentre questi ultimi intendono eliminare quella minaccia potenziale al loro regime. L'avventura si svolge con ampio dispiegamento dei mezzi più avanzati consentiti dalla tecnologia dei tempi: idrovolanti, incrociatori, telegrammi, armi speciali.

E gli attori sono del tutto degni di questo fumettone di lusso. Dominano la scena due nostri "comandanti", i fratelli Paolo e Pier degli Orti, belli, aitanti appunto come figurine d'epoca, uno dei quali scompare presto vittima di quella vicenda spionistica senza respiro, mentre l'altro ne prosegue l'eroica missione. Accanto a loro, una donna favolosa, che viene fuori dagli albi dell'Art Déco, basti dire che si chiama Oceania World, tanto che al suo confronto le creazioni di Alessandro Baricco possono andare a nascondersi. E compaiono innumerevoli diplomatici, gli stuti e perfidi cinesi, i biechi bolscevichi, gli ambasciatori delle potenze occidentali abili nel tessere manovre volpine. C'è perfino l'idea geniale di far concludere l'intricata vicenda a Roma, eleggendo come arbitro supremo il Papa, in chiave di incredibile attualità: solo a Sua Santità lo pseudo-Nicola confesserà il suo segreto, non diciamo quale per non svelare il finale a sorpresa.

Ma il miracolo maggiore dell'opera sta nell'unità stilistica che sa raggiungere: dieci gli autori, ma perfettamente capaci di continuarsi, di passarsi il testimone, nel nome di una fluenza estrema, e con l'intento di ricostruire un magico album di miti e figure d'epoca, perfettamente sospesi tra la tragedia e la comicità del pastiche. Un'opera, insomma, attorno a cui dovrebbe nascere legittimamente un bel polverone.
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