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Come sono sterili le lamentazioni dello scrittore precario
Sergio Pent, TTL La Stampa, 17.06.2006
«La cultura enciclopedica dell’autodidatta» di Davide Bregola: la disappartenenza che spinge tanti giovani a parlare solo di sé fingendo di parlare d’altro
Messi tutti in fila, i giovani narratori egocentrici in cerca di consensi rappresentano ormai un esercito di postulanti logorroici e agguerriti, colti, ma di una cultura tanto ramificata da risultare effimera, estemporanea. Le rabbie di una società che ha illuso i padri e disincentivato il futuro dei figli si proiettano in una piccola babele di furori esistenziali che sparano a caso su società, cultura e politica: la disorganizzazione a tempo indeterminato dell'ultimo decennio ha confuso gli indirizzi, annebbiato gli orizzonti, stemperato le velleità in tanti modesti vagiti di sopravvivenza primaria. Non esistendo una comunità culturale coagulante le vanagloriose carrellate sui siti più variegati rappresentano il placebo di troppi modesti aneliti autoreferenziali - i giovani scrittori provinciali di oggi si perdono a congetturare sul come e il quando delle loro legittime aspirazioni. Ma se un autodidatta come Vasco Pratolini poteva un tempo diventare un grande del Novecento, in questa famiglia allargata pseudo-libertaria i posti di successo sono sempre più sfacciatamente ereditati per meriti o prestigi di stirpe. Elio Vittorini, oggi, continuerebbe probabilmente a sfogare i suoi astratti furori alla catena di montaggio, e tornerebbe a conversare in Sicilia durante le ferie estive. La voglia frustrata di emergere non deve però far dimenticare che esiste un presente con cui confrontarsi, da cui far scoppiare i bubboni del disagio, le conflittualità di una classe politica - ormai a livello europeo - che sta cercando di prendere le misure del futuro lasciando al palo intere generazioni, dai forzati che vedono le pensioni come un miraggio ai trentenni senza indirizzo a cui mancano tutte le occasioni di vita essenziali per costruire qualcosa. La dimensione del precariato - lavorativo, etico, psicologico - è stata già ampiamente sviscerata da scrittori più o meno giovani, da Nove a Bajani, ma il tentativo di Davide Bregola nel suo esordio romanzesco si colloca - con efficace ironia - su un terreno particolare, quello della ricerca di una verità essenziale sul nostro tempo, che proceda di pari passo con la ricerca di qualche certezza spicciola in grado di non vanificare la propria presenza nel mondo. L'acqua calda scoperta da Bregola va in ebollizione quando l'autore-protagonista tenta per sommi capi un bilancio del suo tempo, attraverso una serie di appunti che mettono a nudo l'ambizione di concentrare in un trattatello morale la dimensione socio-culturale di questi anni: Bregola fa nomi e cognomi, si spende in citazioni che giustificano un'appartenenza epocale, cerca di tracciare un percorso che - se non lo avvicinerà al successo o quantomeno a un lavoro fisso - lo potrebbe forse accompagnare verso una definizione concreta di verità. Ma è piuttosto arduo trovare una verità essenziale in una società in cui si lavora a rate e per pochi spiccioli, e alla soglia dei trent'anni ci si ritrova, come il protagonista Giovanni Costa e la sua ragazza Maura, a fare i conti con alluvioni di richieste sociali che non consentono neanche di ottenere un modesto posto fisso. L'odissea di Costa - autore di un volumetto di racconti intravisti qua e là da qualche critico - è quella ormai risaputa dei tanti giovani del nostro tempo in cerca di sicurezze. Le sue conflittualità provinciali col padre pensionato e la madre rancorosa fanno parte di un déjàvu imbarazzante, non tanto per l'autore quanto per una classe generazionale di scrittori che dal loro disagio hanno costruito un repertorio di lamentazioni prive comunque di qualunque volontà sovversiva. Così è apprezzabile, in questo monologo altalenante, il tentativo di Bregola di elaborare un suo tracciato che sfida - con sincero candore - la società culturale sul suo stesso terreno, alla ricerca di una verità esistenziale che proceda alla pari con la letteratura, per definire le maiuscole incongruenze di questi anni, per trovare un senso alla disappartenenza che spinge tanti giovani scrittori a parlare solo di sé fingendo di parlare d'altro. In questa dimensione critica il lavoro di Bregola trova una sua ragione essenziale, là dove una volontà culturale unificante chiede aiuto dalla nebbia di una delle troppe province dimenticate da quanti il futuro lo hanno già in tasca, per sé e per la propria privilegiata figliolanza.
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