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Lo zar non è morto
Luigi Preziosi, Stilos, 10.04.2006
Una delle più interessanti presenze in libreria dell’ultimo periodo, “Lo zar non è morto”, è stata scritta più di settant’anni fa e si segnala nel panorama della narrativa italiana per alcuni meriti e parecchie peculiarità. Quanto ai meriti, innanzi tutto il libro mantiene pienamente ciò che promette nel sottotitolo, che recita “Grande romanzo di avventure”. La storia è, infatti, quanto di più avventuroso ci si possa augurare. Si immagina, infatti, che nel 1931, tredici anni dopo il massacro della famiglia imperiale ad Ekaterinenburg, venga segnalato in uno sperduto villaggio della Manciuria un uomo dalle fattezze identiche allo zar Nicola II, talmente provato da anni di stenti e di privazioni disumane da essere ridotto ad un’esistenza poco più che vegetale. Inizia allora una gara tra agenti segreti delle potenze interessate per motivi opposti al suo ritrovamento: l’Unione Sovietica, anzitutto, per eliminare un personaggio assai imbarazzante per il regime, l’Italia e la Francia, con lo scopo di utilizzarlo in funzione anticomunista, e la stessa Cina, il cui Presidente si ripromette di sfruttarne l’immenso valore politico in una sorta di asta, offendolo al migliore offerente tra i due schieramenti contrapposti. L’Italia è presente nella caccia al Vecchio della Manciuria con un ufficiale della marina regia, Paolo degli Orti, che ne segue le tracce affiancato da Oceania World, avventuriera di origini inglesi dalla bellezza misteriosa e fatale. Paolo viene ucciso a Pechino, sulla soglia dell’ambasciata americana, da sicari sovietici al comando di Zelenin, uno degli autori della strage del 1918, pervicacemente risoluto portare a compimento l’opera forse rimasta incompiuta allora. A Paolo subentra il fratello Piero, giovane diplomatico, che riesce a sottrarre il Vecchio ai cinesi nel corso di una festa a bordo della loro nave ammiraglia. Zelenin riesce tuttavia a strapparlo agli italiani e a rapire Oceania, alla quale è legato da un ambiguo rapporto fatto di accensioni e di ripulse. La scena si sposta a Costantinopoli, dove Pier e Oceania iniziano una tormentata storia d’amore, poi a Losanna, dove i due riescono a rientrare in possesso del prezioso ostaggio, a Parigi, dove lo riperderanno, e a Roma, quando il Vecchio della Manciuria riapparirà all’improvviso come zar agli occhi attoniti del mondo. Ma il Vecchio è davvero lo zar o è un impostore, è un eroe o un millantatore che vive una vita non sua? Le pagine finali chiariranno il mistero, che è il motivo principale del romanzo, nonché il destino dell’amore tra Oceania e Pier degli Orti.

Non si devono cercare in “Lo zar non è morto” vertiginosi scavi psicologici, realismo o verosimiglianza, attenzione alle storie e al destino dei singoli. Si possono invece godere con pienezza il turbinio di vicende avventurose, la ricchezza dei colpi di teatro, agnizioni e disconoscimenti da romanzo d’appendice (da cui alla lontana in fondo discende), pagine cesellate con forbita eleganza, perfezione nella scansione dei tempi narrativi, approfondendo contemporaneamente l’indagine sulle peculiarità del romanzo. La più appariscente risiede nella sua stessa natura di opera collettiva: si tratta, infatti, di un romanzo scritto nel 1929 da dieci autori, che si firmano appunto il Gruppo dei Dieci. Alcuni di essi sono nomi ancor oggi assai noti e ben presenti nelle storie letterarie, come Filippo Tommaso Marinetti, Massimo Bontempelli, o Fausto Maria Martini ed altri meno conosciuti o dimenticati, come i romanzieri Antonio Beltramelli, Guido Milanesi, Luciano Zuccoli e Cesare Giulio Viola (autore anche di commedie), Lucio d’Ambra, più noto come giornalista e regista, Alessandro De Stefani, commediografo, Alessandro Varaldo, uno dei primi scrittori di gialli italiani.

Contributi interessanti per un’analisi del testo sotto il profilo della scrittura collettiva provengono dalla testimonianza dello stesso Marinetti riportata nella postfazione, secondo cui i Dieci hanno scritto gran parte del testo insieme, mentre ognuno è autore singolarmente di un capitolo. La stessa costituzione di un gruppo di lavoro come questo è singolare: è composto di autori in generale nel pieno della propria maturità, e pertanto portatori di esclusivi e personalissimi valori letterari, con tutte le difficoltà che comporta la messa in comune di esperienze distanti tra loro per concezioni letterarie e per scelte formali. Eppure, il romanzo possiede una sorprendente coerenza stilistica, e solo in qualche pagina centrale è intuibile, anche senza analisi filologiche, la presenza di più mani, o meglio, il cambio di mano.

Ulteriore particolarità, soprattutto rispetto alla coeva narrativa italiana dell’epoca, è rappresentata dalla trama. “Lo zar non è morto” è, infatti, contiguo a quella forma di narrazione nota come ucronia, che descrive un mondo in cui lo sviluppo storico è stato diverso da quello reale, comunemente conosciuto ed accettato: nello specifico, il quadro politico nel quale s’inserisce il ritrovamento del Vecchio della Manciuria contempla, per esempio, una dittatura fascista in Francia, un presidente della repubblica cinese assai simile ad un imperatore e l’Unione Sovietica a rischio di una controrivoluzione. Il romanzo sotto questo profilo denota altri elementi di complessità, se si pensa che è stato scritto nel 1929, ma la vicenda si svolge nel 1931, ed il punto di svolta rispetto alla storia reale è fissato nel 1918. Ed è forse in questo insolito sperimentalismo della cornice narrativa che s’intravede la scia del futurismo, al quale, peraltro, a dispetto di una possibile funzione egemone di Marinetti sul Gruppo, il romanzo non può del tutto ascriversi. Lo stesso Marinetti ne è, infatti, consapevole, se, a proposito degli autori che hanno collaborato alla sua stesura, scrive nella “Prefazione” all’edizione originale: “Questi sono e rimarranno inconfondibili, dato che miliardi di chilometri dividono per esempio la sensibilità futurista di Marinetti dalla sensibilità nostalgica di F.M.Martini….Questa eterogenea collaborazione, una volta tanto, ad un romanzo di avventure non vuole dare nessuna direttiva artistica.”.

D’altra parte vari passi del romanzo ben s’attagliano allo spirito del Manifesto futurista del 1909: “il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia…noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa; canteremo le marce multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne;…I piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto che scalpitano sulle rotaie, …e il volo scivolante degli aeroplani…”. Ma più di una campionatura puntuale degli elementi di diretta derivazione futurista devono essere rimarcati i loro intermittenti affioramenti, che si evidenziano in via di contrasto con le venature dannunzianeggianti di cui per altro verso è impregnato il testo, soprattutto nelle immaginifiche descrizioni di certi interni, o nello stesso atteggiarsi fatale di Oceania World, personaggio che è “summa” di elementi tardo romantici e al contempo precorre un’epoca nuova.

La definizione critica del romanzo è attraversata così da impressioni diverse, complementari più che giustapposte. Da un lato, è lecito domandarsi se ciò che alla fine degli anni ‘20 poteva intendersi come segno di un futurismo ancora vitale, non si sia dopo 70 anni stemperato nella più generica dimensione di quel romanzo d’azione, a cui oggi siamo assuefatti dal consumo di tanta recente narrativa. D’altro lato, una visione della nostra storia letteraria essa stessa vagamente ucronica porta a ricordare con rammarico il prolungato oblio di cui ha sofferto il futurismo, che forse avrebbe potuto avere in sé la capacità di rinvigorire la nostra narrativa. Come scrive Caliceti su “Liberazione” del 27.11.2005: “Forse oggi leggeremmo libri meno lacrimevoli, intimisti di quelli che spesso vengono pubblicati e si leggono oggi per la maggiore. Libri migliori, insomma.”
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