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Quando la scienza sottovaluta i rischi
Folco Claudi, L'Eco di Bergamo, 03.03.2006
Non c'è nulla che evochi lo spauracchio di una scienza senza controllo come l'invenzione della bomba atomica, l'evento tecnologico forse più significativo del «secolo breve» appena concluso, quello che ha fatto perdere agli scienziati la loro innocenza, fino a quel momento solo presunta, verrebbe da dire. Giancarlo Sturloni nel suo saggio Le mele di Chernobyl sono buone cita due frasi significative per capire quale fosse lo stato d'animo di coloro che parteciparono a progettazione e realizzazione dei primi ordigni nucleari. Riferendosi al primo esperimento di Alamogordo, Robert Oppenheimer dirà, qualche anno più tardi, che in quella occasione «la fisica ha conosciuto il peccato». Frederick Soddy, uno dei primi a sottolineare i pericoli della trasformazione della Terra in un enorme arsenale di ordigni di distruzione, riferendosi al nucleare, scrisse che «una specie in grado di trasformare la materia potrebbe trasformare il mondo in un sorridente giardino dell'Eden».
Che gli stessi protagonisti della vicenda del nucleare civile e militare abbiano fatto ricorso a immagini bibliche, pur con significati così antitetici, pare significativo, perché riflette il conflitto interno alla scienza moderna, in cui sempre più sviluppi e successi portano con sé notevoli rischi per l'uomo e per l'ambiente. Il caso citato è solo il primo di una lunga serie. Gli altri sono episodi più o meno noti come Cernobil, Bopal, Seveso e la mucca pazza. Per ciascuno si impone una riflessione, che tenga conto delle condizioni particolari di ogni vicenda, delle responsabilità o delle semplici leggerezze a carico dei singoli. Ma al fondo vi sono alcuni denominatori comuni che, per citare Sturloni, riguardano «la sottovalutazione del rischio, gli interessi di parte, la carenza di informazione adeguata, l'iniqua distribuzione di rischi e benefici». Questioni fondamentali, a cui neppure le moderne democrazie hanno finora dato una risposta adeguata.
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