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Intervista a Tullio Avoledo
Federica Magro, Bol.com, 07.02.2003
Bol.com
Un esordio sorprendente, un romanzo magnetico che ti strattona in avanti sino alla fine delle oltre 500 pagine in un turbine di suspense (soste consigliate i calembour posti in epigrafe a ogni capitolo), in cui trovano posto fagocitanti multinazionali, mobbing, miserie umane e divinità egizie, la new economy, l'Arca dell'Alleanza, la memoria dell'Olocausto, biochip capaci di memorizzare l'intero vissuto di un'esistenza, assemblee condominiali, assessori del Nord Est adepti a mitologie celtiche.

Ma il protagonista di questo romanzo che sconfina nella fantascienza è un eroe normalissimo: Giulio Rovedo, che oltre a un'assonanza nel nome ha in comune con l'autore l'impiego come legale in banca, la provincia friulana, e la famiglia. "Ho voluto prendere un personaggio che conoscevo bene, un ambiente lavorativo noto. Ho sempre presente la massima di Hemingway che dice che non si può narrare qualcosa di cui non si abbia avuta esperienza diretta. E visto che non conosco Montecarlo..." Rido. Ride. E il pensiero corre a Giorgio Faletti, autore di un altro fortunatissimo esordio narrativo, ambientato nella città monegasca: Io uccido.
"Spesso nelle interviste mi hanno chiesto se vedo una specie di rivalità... Secondo me sono due libri diversi quanto a intenti e anche a scrittura. Mi sono divertito leggendo il libro di Faletti come mi diverto a leggere quelli di Jeffery Deaver, con il quale vedo delle consonanze. Mi sono piaciuti molto alcuni dialoghi e il modo in cui riesce a caratterizzare i personaggi con poche frasi ad effetto. Però non è il mio genere di scrittura, credo.
Ma sono diverso anche da Giulio Rovedo. Caratterialmente agli antipodi: lui è un personaggio che si butta a testa bassa nelle cose, non riflette. Io sono piuttosto flemmatico e poi tendo a ponderare le mie scelte, anche troppo."

Il dottor Giulio Rovedo riesce a conquistare le simpatie del lettore (francamente spesso a farlo crepare del ridere) nonostante o forse anche grazie ai suoi difetti, alle sue debolezze: è un po' razzista, mediamente egoista, trascura la famiglia, tradisce la moglie in fondo senza grande passione. E anche a noi pare piuttosto diverso dalla persona che intervistiamo in una pausa dopo una riunione della banca in cui lavora: un uomo gentile, schivo, curioso, che dopo una laurea in legge ha studiato la letteratura seguendo un suo originale percorso - "Ho imparato l'inglese da autodidatta perché volevo leggere Shakespeare in originale. Poi sono passato ai contemporanei" - aiutato e consigliato dai suoi scrittori preferiti, di cui colleziona le lettere - "Ho iniziato con Kurt Vonnegut, autore che considero quello che ha avuto il maggior impatto su di me, prima ancora come essere umano che come scrittore. Gli ho scritto nell'89 e lui mi ha risposto con una lettera piena di disegnini. Ho cominciato a ordinare su internet libri in lingua inglese che un tempo non avrei potuto trovare. Scrivevo a ogni autore che mi suscitasse delle curiosità o nei cui libri scovavo dei particolari sui quali avrei voluto ricevere dei chiarimenti . Temo che col tempo quella di raccogliere le loro risposte sia diventata un po' una mania da collezionista. È nata per avere uno scambio con gli autori: ho avuto consigli bibliografici, indicazioni di buoni manuali di scrittura. Anche indicazioni di stile: per esempio, sapere che per Ken Follet il suo romanzo più riuscito è Notte sull'acqua mi ha dato una preziosa chiave di lettura per capire cosa potevo prendere da quello scrittore."
E da chi ha preso?
"Ho divorato i classici: un autore che non mi stancherei mai di leggere è Joseph Conrad, ma anche Bulgakov, spesso dimenticato. Amerei vedere ristampato il suo libro "La guardia bianca". Poi diversi autori americani: Douglas Coupland, Chuck Palahniuk. Quelli che hanno avuto il maggior influsso su di me come lettore sono John Irving, che direi straordinario, e Kurt Vonnegut."

Altro che Il mondo secondo Garp... nella percezione del mondo "secondo Giulio Rovedo", già piuttosto complicata, interferiscono anche mondi paralleli e realtà virtuali...
"Giulio vive una dimensione reale ma su quella si sovrappongono tante tracce, tanti miti collettivi, cose che non sono reali in senso stretto: sono gli apporti dei vari personaggi che Giulio incontra. Ognuno di questi personaggi porta le sue manie e le sue mitologie personali, che contaminano la percezione di Giulio.
Mi interessava dare questa chiave di lettura. È un po' complesso ma è una metafora di quello che vedo accadere nella vita attuale. Viviamo in mezzo a quello che chiamo "un rumore bianco", un rumore di fondo che impedisce di avere una nostra autentica percezione del mondo, perché ci sono tanti cascami di chiamiamoli mondi paralleli: perché è un mondo parallelo anche quello della televisione, o quello della realtà come viene rappresentata nei telegiornali, tutte queste mitologie nuove dal milione di posti nuovi di lavoro all'aggressione degli extracomunitari. La nostra percezione è alterata da questi altri segnali, da tutte queste imposizioni di altri piani di realtà.
Per darle un'idea: pensi a quelle librerie un po' popolari, quelle grandi catene che vendono i libri a stock, in cui si trovano scaffali su cui convivono il mito di Atlantide, l'Arca, il Graal, volumi di psicologia, di self help, manuali di management. Il libro l'ho immaginato come un giro guidato tra gli scaffali di una di queste librerie."

Se questa è la sua visione del nostro mondo, la provincia del Nord Est che descrive (Pordenone che diventa Pistaprima nella finzione letteraria) per molti aspetti non rappresenta affatto un'enclave felice: è razzista, gretta, con poco spazio per ideali o speranze che non siano quelle del business. "Nella realtà è anche una provincia che ospita delle sacche di resistenza all'imbarbarimento. Ma ci sono manifestazioni di razzismo incredibili. Un caso: Gentilini, sindaco di Treviso, noto per avere un occhio di non riguardo nei confronti degli extracomunitari, ha ipotizzato lo sterminio dei cigni in quanto specie non autoctona della Serenissima. Ecco una cosa che se uno scrivesse in un romanzo verrebbe bollata di scarsa credibilità. Perché un personaggio del genere non sembra reale e invece esiste ed è persino il sindaco di una grossa città del Nord Est."

Come fa a conciliare famiglia, lavoro in banca e scrittura?
"Scrivo la sera e la notte, il che comincia a pesare in casa soprattutto a mio figlio più grande. Ho scritto una parte importante del romanzo durante un trasferimento a Milano. Stavo in un residence a piazzale Loreto. Non conoscevo nessuno in quella città, la sera avevo un sacco di tempo libero. A settembre del 2000 l'avevo finito: ho fatto quattro copie in copisteria e le ho inviate a quattro case editrici."
Risposte?
"Allora: un respinto al mittente. Un'altra copia so che è stata in lettura ma non mi hanno risposto. L'unico che mi ha dato una risposta mi ha inviato una lettera di rifiuto con formulario standard: 'Grazie per averci inviato il suo lavoro. Purtroppo non può al momento trovare collocazione nella nostra collana etc., etc.' Dalla quarta sto ancora aspettando."

E la scuola di scrittura con Mauro Covacich?
"Quella è stata all'inizio del 2000. Del romanzo avevo due tracce e il progetto in mente. E a febbraio ho iniziato la scuola. Poi il trasferimento a Milano, a giugno, che mi ha dato il tempo e la concentrazione per stenderlo. Quando stavo perdendo le speranze Mauro mi ha detto che Giulio Mozzi stava curando una nuova collana per la Sironi e di provare a parlargliene. Così ho spedito a Giulio Mozzi il libro: ma in realtà l'ho fatto per avere un parere tecnico, perché sapevo che la collana che curava (Indicativo Presente, N.d.R.) era molto diversa dal mio genere e poi perché avevo perso le speranze. Cioè credevo nella bontà del romanzo ma incominciavo a chiedermi se il problema fosse effettivamente che non necessariamente un romanzo in cui si crede può diventare un libro. Giulio lo ha letto e gli è piaciuto."

Nel turbine di notorietà che l'ha travolta ho raccolto alcune voci: mi dica in quale si ritrova. A proposito del suo romanzo Alberto Garlini e Giuseppe Genna parlano di "trasfigurazione dell'ordinario": "il logorante tran tran di tutti i giorni, trasfigurato dall'intelligenza della scrittura" e "uno straordinario ritratto della gente normale, che è pura maestria di Avoledo: ribadisce che la normalità è interessante, divertente e tragica, grottesca e commovente".
"Sì, Montecarlo Pordenone. Non so scrivere di personaggi del jet set: ho scelto personaggi normali. Forse trovano originale che il protagonista di un romanzo che sconfina nel fantastico sia un personaggio così normale."
Antonio D'Orrico su "Sette" dice di lei che scrive "all'americana" e l'accosta a Jeffrey Deaver.
"L'accostamento con Deaver, credo sia per una questione di plot, di velocità e di ritmo della trama. Poi forse anche di struttura della frase. Tendo a non scrive frasi che non si chiudano in una massimo due righe. Non amo la sintassi magmatica. Preferisco un andamento paratattico."
Su "La Repubblica" Loredana Lipperini l'ha paragonata agli autori della famigerata antologia Gioventù cannibale per il "miscuglio del simultaneo" e la "contaminazione tra mondi e linguaggi".
"Non ho mai letto i cannibali, lo confesso. Non sapevo di essere loro debitore. Ho un amico cannibale, Mauro Covacich, e a lui sono debitore di qualche caffè. Però mi sembra centrato il riferimento alla simultaneità dei linguaggi."

Come ha cambiato la sua vita il successo dell'Elenco telefonico. In banca ora la guardano in modo strano?
"No. tutti i miei colleghi lo hanno letto e hanno avuto delle parole molto buone. Cos'è cambiato? Che ora mi manca il tempo. Devo fare un giro di presentazioni a marzo e questo mi preoccupa. Da mio figlio l'idea del papà che passa la notte fuori casa non è ancora stata digerita. Ho avuto questo lancio fortunato ma non mi sono calato ancora appieno nei panni dell'autore. Ho solo scritto dei libri."
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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