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Quattro giorni per non morire
Marilia Piccone, Caffè Letterario, 14.04.2006
http://www.cafeletterario.it
“Sono uscito presto, sì, aspettavo l’aurora ligure…Da anni la notte la sognavo. Lei avrà imparato i soprannomi, ma forse c’è una Liguria mitica, senza offesa, che non conosce, maresciallo…Ha mai sentito dire ad esempio che a Capo Noli intorno a certi scogli cresce un’erba che si chiama Convolvolus Sabatius?”
Gregorio Sanderi ha quattro giorni di permesso dal carcere di Regina Coeli per recarsi al funerale della madre, in Liguria. Quattro giorni per ricordare il passato, cercare di capirne i punti oscuri, costruire un possibile futuro. È tutta qui la trama di questo esile e denso, scabro e pudicamente poetico romanzo di Marino Magliani, scrittore insolito che fa il magazziniere in Olanda (dove vive), il manovale durante le vacanze nella natia Dolcedo, in provincia di Imperia, e che scrive della Liguria con le parole dell’esule che ha la sua terra nel cuore.

Quattro giorni per non morire è ancora una volta - come il precedente romanzo di Magliani, bellissimo anche se passato inosservato, L’estate dopo Marengo - la storia di un viaggio che non finisce mai, come la vita stessa d’altra parte. Ed è anche la storia di un’amicizia, quella tra Gregorio e Leo, cementata da giochi d’infanzia insieme, la complicità in un furto di motorino, la stessa ragazza di cui ci si innamora. E la storia di una passione, della scoperta di un’antica civiltà che lasciava le tracce sulle pietre: Gregorio e Leo avevano trovato nella Tana delle Rane un’incisione che rappresentava quattro bestie, ognuna preda dell’altra, e il sole. Per questo erano partiti verso il Sud America, alla ricerca di disegni simili, o forse di se stessi. Perché la gente è così in Liguria: o è come Gilberto, il fratello di Gregorio, che non si è mai allontanato e non desidera farlo (bellissima l’immagine con cui lo associamo, la macina del frantoio che gira in tondo e scava un solco sulla pietra), o è come Gregorio che guarda al di là delle colline, verso il mare, sognando di partire per poi tornare. Perché si torna sempre, in Liguria. Come gli uccelli migratori. Il soprannome che Leo ha dato a Gregorio è “colibrì”, il mitico uccello messaggero degli dei che vola tra cielo e terra, e questa è una delle immagini di animali che formano un ricco sottotesto nel libro- quelli preistorici dei disegni e poi il merlo in gabbia che, liberato, precipita nel burrone perché non sa più volare, il cinghiale selvaggio che viene ucciso. Gregorio, il colibrì, era tornato dal Sud America e lo avevano arrestato a Fiumicino per traffico di droga; di Leo non si era più saputo niente, forse era morto nelle carceri cilene come un volgare tombarolo.

In quei quattro giorni di libertà provvisoria Gregorio prepara la fuga, un viaggio della speranza questa volta, per farsi curare in Messico la rara forma di malaria contratta un decennio prima. E nello stesso tempo si riappropria del passato, incontra la donna che lui e Leo hanno amato (il primo amore non si scorda mai), osserva i cambiamenti avvenuti durante la sua assenza (sono gli immigrati turchi a fare i lavori pesanti adesso), legge il diario di Leo che era stato rispedito per posta, colma il buco dei giorni di cui non ricorda nulla tranne gli incubi febbricitanti, scopre che non erano partiti invano.
Ci piace la ligurità discreta di Marino Magliani, quella che lo accomuna a due grandi scrittori liguri, Biamonti a cui va il suo continuo riconoscimento, e Giuseppe Conte. Quella che si esprime nel linguaggio asciutto come la terra crepata della Liguria, nei dialoghi venati di dialetto della riviera ponentina, nell’attenzione ai colori cangianti delle foglie degli ulivi e soprattutto alla qualità della luce che dà una mano di smalto al blu del cielo e accende di riflessi il mare.
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