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Quattro giorni per non morire
Stefano Tettamanti, la Repubblica, ed. Genova, 07.04.2006
L’ho amata tante volte sulle pagine dei libri quella Liguria lì che non so più se esista davvero o se l’abbiano inventata gli scrittori. Se sia quel pezzo di terra (estremo lembo del ponente ligure, di solito si dice così) ad aver prodotto una letteratura o la letteratura ad aver costruito una geografia cui abbiamo affidato il compito di descriverci. Muri a secco, terrazze, olivi, mimose, orti, vento, luce, mare. Sono i punti cardinali, e intermedi, della bussola che orienta ogni scrittore di Liguria, la scacchiera sulla quale muovono tutti i pezzi dei nostri romanzi-paesaggio, per definirli con Calvino. Aspri e scoscesi, va da sé. E ad aggiungerci la frontiera, ecco che si apre la via di fuga necessaria a sfondare gli orizzonti, a non confinarsi nella ripetizione o nella maniera. Marino Magliani (di cui ignoro tutto, tranne quel che leggo nelle poche righe del risvolto di copertina: quarantacinque anni di Dolcedo, in provincia di Imperia, “vive e lavora a IJmuiden, sulla costa olandese”: ho controllato, IJmuiden esiste, significa foce del fiume IJ ed è un importante porto di pesca marittima) apre e chiude il suo romanzo (Quattro giorni per non morire, Sironi, € 12,90, dal titolo sembra un thrillerino qualunque ma non lo è, si può stare tranquilli) con una frontiera: all’inizio quella fra Perù e Bolivia, alla fine quella di Ventimiglia, “dove non l’Italia ma la Liguria” se ne va. Nel mezzo, una storia che rispetta la rosa dei venti ortodossa e ci aggiunge tanto di suo e tanto di bello. La storia di Gregorio (non si chiamava Gregorio anche l’io narrante dell’Angelo di Avrigue?), della sua passione per l’archeologia, le grotte dell’uomo di Cro-Magnon, gli scheletri, i segni che uniscono universi separati da oceani; di una tenera amicizia fra maschi; di una malattia bastarda; di un carcere dove non si vuole tornare; di un paese eterno, “pigna di case, lampioni accesi e rami di palme”, dove alle pellacce da vino e alla gente cronicamente senza donne, si mischiano muratori turchi dalle mani spaccate dalla calce. Una storia di rassegnazione e di ricordo di felicità disumane. Impastata da Magliani con mano matura, in una lingua ruvida e famigliare che rimanda a tanta grande letteratura, non solo ligure: Boine, Sbarbaro e Montale, chiaro, per associare liberamente, ma anche Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, o Carlo Cassola e Manlio Cancogni. E costantemente illuminata dal riverbero della luce solenne che promana dalle pagine di Francesco Biamonti.
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