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Il lavoro che non c'è
Enzo Verrengia, Conquiste del lavoro, 01.04.2006
Un anno di corsa, romanzo d'esordio di Giovanni Accardo, sulla precarietà
Non riguardano la narrativa le prime due considerazioni suggerite da Un anno di corsa, romanzo d'esordio di Giovanni Accardo, siciliano trapiantato a Bolzano presumibilmente per lavoro: insegna lettere alle superiori. Innanzitutto, essendo un libro sulla disoccupazione giovanile ambientato alla metà degli anni '90, si scopre che le modalità esistenziali dei neolaureati rimangono le stesse di quando si cominciò a intravederli sulle tavole di Andrea Pazienza, il più grande e insuperabile cantore degli under trenta. Nel limbo infinito che trascorre dalla fine degli studi alla prima paga, ci si ritrova appiccicata addosso una patina fatta di espedienti, insicurezza, disperazione e l'ironia obbligatoria come ricetta di sopravvivenza. Un fardello che moltissimi devono sobbarcarsi ancora oggi, alla metà del primo decennio di questo nuovo secolo. Dunque da almeno trent'anni la scuola pubblica non produce formazione e inserimento, ma precarietà. Guarda caso, da quando il monopolio di una classe politica fu messo in discussione prima dal voto e poi dalla magistratura.
La seconda considerazione è che l'Italia manda di coesione geografica, civile e produttiva da molto prima della Lega. Il solo codice di riferimento comune è la TV commerciale, che trasmette da un capo all'altro della penisola la stessa esibizione di merci e mercificazione del corpo femminile.
Ed è lungo questo secondo percorso analitico che si penetra a fondo in Un anno di corsa. Perché l'io narrante della vicenda trascina a Padova le sue giornate post-laurea. Somiglia a Pentothal e a Enrico Fiabeschi, due antieroi di Andrea Pazienza. Lo opprime il disagio del clima e dello spaesamento, malgrado gli anni già trascorsi sul posto da universitario. Siciliano e colto, costituisce un tassello fuori posto nel nord-est ricco e becero. Sotto i portici campeggiano scritte contro i meridionali. L'amico di appartamento, figlio di un ex-democristiano seguace di Rumor, va con il padre al raduno di Bossi sulle sorgenti del Po, per assistere al rito dell'ampolla.
Al protagonista, nemmeno i preti di un liceo privato vogliono dare una cattedra da insegnante. Così deve smistare le offerte d'impiego sui giornali e recarsi a colloqui che invariabilmente sfociano in test che hanno dell'esoterico. L'ansia di trovare occupazione gli distrugge il concetto stesso di tempo: ne ha troppo a disposizione, proprio perché non lavora. Nemmeno i forti e improvvisi concentrati di sesso con Antonella e la chietina Zita, studentesse di psicologia, risolvono per lui il problema rappresentato da se stesso e dalla propria collocazione in un ciclo sociale che lo rigetta.
Il personaggio di Accardo prova finanche a imboccare la via del ritorno. Ma la Sicilia non offre maggiori possibilità del Veneto. Anzi, gli comporta un attacco di ulcera perforata. E la malattia non fa che complicare e dilatare l'attesa di un inserimento che non avviene.
A questo punto, ci si accorge che lo stato forzoso di sospensione in cui vive un'intera gioventù con Un anno di corsa diviene letteratura. Accardo, infatti, non fa sociologia. Racconta pagina dopo pagina, senza fermarsi mai, come il protagonista che non smette di provare a trovare la propria casella di contributo attivo al farsi della società. Una corsa ineludibile e inesorabile dove qualcuno perde la vita. Succede a quella che sembrava la semplice comparsa di una scena superflua, che invece poi si dilata in una tragedia da ricostruire tutta per supposizioni, congetture.
Ovvio che si rivada a un precedente da manuale, La vita agra, di Luciano Bianciardi. Lì, però, il disadattamento del protagonista derivava soprattutto dalla determinazione antagonista di non aderire al boom economico. Qui, cioè adesso, le cose vanno molto peggio. Le nuove generazioni devono battersi per conquistarsi una fettina risicata di sostentamento, gli scarti dell'opulenza che la Tv sbandiera di continuo. La stessa che attira i migranti, i quali, proveracci, ignorano che, a nostra volta, siamo ancora sempre i migranti di noi stessi.
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