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Oncologia come romanzo
Emanuele Trevi, Alias - Il Manifesto, 18.02.2006
Proponiamo un recupero dalla scorsa stagione, un raro esempio italiano di «stile semplice». Nitida e ipnotica, e torinese, la scrittura di questo grande oncologgo (grande anche per le sue battaglie all'establishment) «spiega» come l'Autobiografia si faccia Romanzo specializzandosi.
Bisogna urgentemente allargare il nostro concetto di “novità letteraria” fino a comprendere almeno i libri usciti da un annetto, per combattere l’imperante usa-e-getta dellinformazione culturale, che coinvolge indifferentemente nel suo squallido tritacarne il bello ilbrutto e il medio. Non ha senso, per esempio, relegare già al dimenticatoio un libro originale e coinvolgente come Il fuoriuscito di Renzo tomatis, uscito la priumavera dell’anno scorso nella collana “indicativo presente” diretta da Giulio Mozzi per Sironi, una delle pochissime iniziative editoriali italiane seriamente interessate alla sperimentazione e alla ibridazione. Non si tratta però di una scoperta di Mozzi. Tomatis, come ben si può arguire dal cognome, viene da torino, e il suo primo padrino letterario fu Calvino, che fece pubblicare da Einaudi Il laboratorio nel 1965 (per chi fosse curioso, c’è in giro una ristampa Sellerio). Ma più che a Calvino, è a un altro grande campione torinese dello “stile semplice” (soggetto, predicato, complemento) cioè a Primo Levi, che la prosa di Tomatis fa subito pensare.
Oncologo di fama mondiale d’alto livello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tomatis guarda alla medicina con la stessa gratitudine, con la stessa appassionata fedeltà che Levi ha riservato alla chimica in libri stupendi come Il sistema periodico e La chiave a stella. Detto questo, bisogna segnalare però una differenza abissale. La chimica consente a Primo Levi di rappresentare un rapporto tra l'individuo e il suo lavoro totalmente euforico. Ci potranno essere delle piccole amarezze e delle delusioni anche cocenti (come l'incidente di laboratorio raccontato nella Chiave a stella), ma quello tra lo scrittore e la chimica ha tutto l'aspetto di un buon matrimonio. In Tomatis prevale invece la tipica ambivalenza del medico. Per proseguire il paragone, la medicina non gli si concede che in qualità di amante. Ciò si deve sia al temperamento personale dello scrittore, rigoroso fino alla crudeltà nell'indagare i suoi moventi e quelli dei colleghi, sia alla natura stessa della medicina, campo nel quale si scatenano i «fattori umani» più inconciliabili e a volte ingovernabili.
Nel Fuoriuscito questa materia così ricca di significati possibili ci si offre nella maniera più adeguata, che è quella del memoir, del resoconto biografico il più accurato e veritiero possibile. Ma quella di Tomatis è tutt'altro che un'autobiografia in senso «totale». A parte qualche dettaglio marginale, ciò che leggiamo è il resoconto del rapporto tra un individuo e il suo lavoro. È questa rigorosa selezione del materiale offerto dalla memoria a fornire al libro sia il suo interesse narrativo sia la sua forza poetica, se è possibile distinguere le due qualità. La narrazione del Fuoriuscito inizia infatti nel luogo e nel momento in cui il protagonista, un ragazzo di diciotto anni, decide di iscriversi alla facoltà di medicina. È un giorno torrido di luglio, siamo a Torino nell'enorme e deserta piazza Vittorio, e questo ragazzo compie il primo passo di un cammino che lo assorbirà senza riserve per tutta la vita. Tutto ciò che seguirà è contenuto in questo primo momento come il seme contiene la pianta (volevo in realtà scrivere «come l'embrione contiene l'organismo», ma i preti e i politici ipocriti ci hanno tolto anche il gusto di questa innocente comparazione). La scommessa estetica di Tomatis è quella di non contaminare mai con materiale d'altra provenienza questa coerenza tematica decisa una volta per tutte. Dal punto di vista psicologico dell'autobiografia «totale», questa scelta è poco meno che una follia, visto che nei primi diciotto anni d'età è contenuto tutto il destino di un uomo, e le esperienze più importanti, si può dire, sono state tutte compiute.
Eppure, è proprio nella totalità che si annida un limite estetico gravissimo, dal quale un libro come quello di Tomatis è invece del tutto al riparo. Non a caso, il grande inventore dell'autobiografia come opera d'arte, sant'Agostino, ha «specializzato» al massimo le Confessioni, facendone un racconto esclusivo del rapporto con Dio. A questo punto, diventa molto interessante ragionare sulla definizione «Romanzo» che campeggia sotto il titolo sulla copertina del Fuoriuscito. In che senso, romanzo? Raccontandoci la sua carriera di medico e ricercatore, Tomatis in effetti ha tutta l'aria di riferirci dei fatti veri così come sono accaduti. Certo, potrebbe mentire qua e là, modificare un fatto, tacerne un altro. Ma non avendo noi la possibilità di fare delle verifiche, questa semplice possibilità di mentire non è decisiva per farci parlare di romanzo. Così come non basta, ovviamente, il fatto che spesso Tomatis cita un nome senza cognome.
Eppure, d'istinto si è portati a non contestare la definizione di romanzo stabilita dall'editore (immagino con il consenso dell'autore) per quest'opera. Privo di soprassalti stilistici, ordinato nell'esposizione dei fatti, aderente ad un palese criterio di verità, Il fuoriuscito è un romanzo nella misura in cui ci mette di fronte a una visione estetica, e non referenziale, della realtà. Quanto più l'autore resta stretto al suo argomento, tanto più il lettore, che non è necessariamente medico o interessato alla medicina, ne riceve un'emozione intensa e non limitata al contenuto specifico. Perché Tomatis parla di cosa significa avere una vocazione, e della durezza del lavoro che necessariamente ne consegue. Il lavoro in fondo non è altro, in questo libro, che la vocazione sottoposta al tempo.L'aggettivo che più si adatta a questo tipo di lavoro, che impegna così a fondo l'individuo da assorbirne letteralmente la linfa vitale, è rognoso. Mentre la sua pretesa di sostituirsi alla totalità della vita rasenta quasi un carattere allucinatorio, ben evidenziato dal nitore e dalla precisione dello stile di Tomatis. Mi piacerebbe dare almeno un esempio di questo aspetto della sua scrittura, ma è la stessa tessitura del Fuoriuscito ad impedirmelo. Qui a valere e ad avere efficacia sono il flusso, la durata uniforme del discorso, e non il giro di frase e il concetto memorabili. Ed è un'arte difficilissima, perché il rischio di far cadere il discorso nell'opacità è sempre in agguato, e non a caso quando se ne parla si fanno sempre gli stessi nomi e inevitabilmente si casca su Primo Levi.
A mio parere, per come questo libro è suonato al mio orecchio, Tomatis non solo può inserirsi a pieno titolo tra i pochi maestri dello «stile semplice», che gli antichi chiamavano «attico», ma regge il confronto con Levi, e questo è davvero raro. Quello che è certo è che la prosa del Fuoriuscito ha una lieve ma persistente qualità ipnotica, ed è difficile mollare la lettura una volta catturati. Arrivati all'ultima pagina, ci rendiamo conto che il narratore, nel frattempo, non ha sciolto nessuna delle ambivalenze iniziali. Evidentemente, non erano nelle sue intenzioni né un elogio, né un'abiura della medicina e del lavoro. Ma questa, appunto, è la legge di ogni rappresentazione estetica, quando è genuina: non essere mai, o essere solo in subordine, un'opinione sul mondo, ma impegnarsi unicamente nel dargli una forma, scommettere sulla sua visibilità. E se attraverso questo esercizio di ascesi e concentrazione il medico è riuscito a curare se stesso, una volta tanto se lo è meritato.
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