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Lo Zar non è morto
Guido Conti, Italia Oggi, 27.01.2006
Era sparito subito dopo essere nato. Quello che Giulio Mozzi si è stupito di trovare sulle bancarelle antiquarfie e che ha ristampato nelle edizioni di Sironi facendolo diventare un caso letterario, e qualche critico famoso ha abboccato come un salame, altro non è se non un romanzo ben noto agli studiosi e ai ricercatori degli anni 20 e 30, Lo Zar non è morto, scritto con dieci autori tra i più eterogenei, edito in Italia nel 1929 e per certi versi precursore di romanzi d'avventure di altrettanti personaggi che si raccolgono sotto il nome di Wu Ming o Luther Blisset. Allora i "dieci" autori de Lo Zar non è morto furono: Filippo Tommaso Marinetti, Massimo Bontempelli, Antonio Beltramelli, Lucio D'Ambra, Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini, Guido Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare Viola, Luciano Zuccoli. Presentato da Mozzi come uno dei libri più misteriosi della letteratura novecentesca, in verità, per chi conosce bene la letteratura di quegli anni, è un libro conosciutissimo per le reazioni che scatenò sulla stampa di allora. Tanto più che tra i dieci "incubatori" accanto "al cranio oceanico di Marinetti troviamo il ciuffo discretamente passatista di Lucio D'Ambra".

Lo Zar non è morto è un romanzo fascista, sostenuto allora dal partito come modello delle nostre patrie lettere che dovevano portare la nostra letteratura fuori dai confini nazionali. Un modello di modernità che allora suscitò polemiche e attacchi da parte di puristi e sostenitori e che subito dopo sparì dalla circolazione semplicemente perché c'era ben altro d'interessante nelle patrie lettere d'allora.

Scritto grazie all'invenzione futurista di Marinetti, il volume non risponde in verità a nessuna direzione artistica. E' un polpettone che porta dentro di sé di tutto e di più, dall'epica avventura al capitolo sentimentale, talvolta intriso di parole inglesi allora "moderne", che danno il sapore dell'epoca ma che oggi sono stucchevoli e infastidiscono la lettura.

E' interessante invece come documento, come anticipatore di fenomeni editoriali oggi bnen più vasti. Non è un caso che la modernità, il cinema, Chaplin comincino a influenzare la cultura italiana proprio alla fine del 1929. Siamo alle origini della vera modernità letterarie novecentesca, dell'industria editoriale che esploderà poi negli anni 30. Serve inoltre a capire che forse il '900 dovrebbe essere riscritto proprio nelle sue pagine essenziali, perché fenomeni come il futurismo hanno dato fioriture straordinarie proprio al loro apparire. Achille Campanile, nella sua lucida comicità, scrisse su un giornale d'allora storpiando il titolo "L'osar non è morto!". Zavattini, congedandosi dalla Gazzetta di Parma diventata fascista, scrisse solo "Lo Zar non è morto... continua!". A Mozzi indico un testo teatrale scritto a dieci mani che seguì il successo de Lo Zar non è morto. Chissà che non lo ritrovi e ne faccia un altro caso editoriale.
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