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Accardo, vite di corsa e a contratto
Antonella Cilento, Il Mattino, 24.01.2006
ESORDIO NARRATIVO
Mentre, proprio in questi giorni, la politica italiana discute invano delle problematiche lavorative delle ultime generazioni, la letteratura, che ha sempre l’occhio più lungo, ha cominciato a esaminare l’argomento già da un po': «Indicativo Presente», la collana di Sironi diretta da Giulio Mozzi, che ha già prodotto i racconti di Giorgio Falco, Pausa caffè, dedicati al lavoro-non lavoro, a precari, interinali, lavoratori a contratto, porta ora in libreria, il giorno 26, Un anno di corsa (euro 14.50), esordio narrativo di Giovanni Accardo, siciliano trapiantato a Bolzano, che al tema della ricerca del lavoro dedica pagine tragicomiche e dolenti. In Un anno di corsa si corre con le gambe e con la testa, dietro a lavori sempre più improbabili e incerti, ostentando efficienza e competenze che quasi mai corrispondono a pagamenti rispettosi o sicuri. Cosa spinge, dunque, il giovane siciliano protagonista del romanzo di Accardo a trasferirsi a Padova e a cercare lavoro nel favoloso Nord Est? Un miraggio, forse: la speranza che a Padova le cose funzionino meglio che in Sicilia e che la vita possa essere ricondotta a significati certi. Ma sin dalle prime pagine Padova appare sotto molti aspetti un luogo le cui regole sfuggono del tutto al protagonista. Un anno di corsa è il ritratto spietato e fedele dell’innaturale condizione dei molti laureati - in lettere, nel caso del protagonista di questo libro - disposti a fare i camerieri, a rispondere agli annunci per la promozione finanziaria, per la vendita dei prodotti più improbabili, persino ad entrare in un pollaio per poi fuggirne a gambe levate. Sospeso fra un Veneto ancor oggi ipercattolico, dove per l’assunzione in una scuola è richiesta la parrocchia di appartenenza, e una Sicilia familiare e disperata, dove il linguaggio si è fatto inconoscibile e televisivo, il protagonista di questo primo romanzo di Giovanni Accardo combatte con un corpo che non gli risponde più e si ammala, o forse risponde con fin troppa precisione allo spaesamento profondo che prova. Ecco allora somatizzazioni e visioni, rilette dall’autore con particolare verve ironica, paradossali descrizioni dell’impazzimento del corpo, della follia dell’offerta lavorativa, del delirio dei corsi sulla comunicazione e la vendita, dove si plasmano menzogne e si proiettano falsi comportamenti. Che speranze restano - si chiedono, autore e protagonista - in un mondo dove tutti scrivono libri, anche i dentisti? Dove i leghisti sostengono di fare scampagnate e non marce? Dove ogni discorso è falso perché risponde a regole piazzistiche e dove nessuno - neanche la donna che il giovane siciliano desidera - vuole legami ma «da soli è difficile essere felici»? Un anno di corsa è un romanzo ragionativo, vittoriniano per tanti aspetti, un romanzo di de-formazione, scritto con lingua fluida e inarrestabile, con una voce politica e esortativa che passa veloce per le periferie dell’anima che sono del Nord come del Sud e sempre ci lasciano svuotati e pieni di stanze che vorremmo abitare senza riuscire. Questa, insomma, è la storia di una difficile emigrazione dei nostri giorni, la storia di un Sud che appare non più vivibile perso com’è nella sua immobile inutilità e di un Nord dove è impossibile ambientarsi. Scrive infatti Accardo: «non era di giorni nuovi che avevo bisogno, ma di giorni in cui finalmente ci sarebbe stata una corrispondenza certa tra i nomi e le cose...». Accardo, insegnante e docente di scrittura creativa a Bolzano, organizzatore e conduttore della scuola di scrittura «Le Scimmie» presso l’Upad (Università Popolare delle Alpi Dolomitiche), esordisce dunque nei temi oggi a noi più vicini e che riguardano più di una generazione: dalla scoperta delle trappole del lavoro e del mercato alla delusione per le false strategie che dovrebbero aiutarci a vivere. Un romanzo avvolto nella nebbia di Padova che è la nebbia della nostra stessa vita, in cui tutti cerchiamo di orientarci, a volte di corsa, a volte senza speranze.
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