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Ma non chiamatelo prete-operaio
Paolo Pegoraro, Vita Pastorale, 01.01.2006
«Noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte»: sembrano parole di un prete-operaio e invece sono quelle che Paolo VI, nel Natale del 1968, rivolgeva all’Italsidec di Taranto. E ancora: «Ci sembra che tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune. Voi siete immersi in un mondo, che è estraneo al mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo». Don Luisito Bianchi, già insegnante di sociologia e assistente provinciale delle Acli, avvertiva questa spaccatura in modo così intimo che fin dal 5 febbraio di quell’anno, previo consenso del vescovo, si era fatto assumere come operaio specializzato alla Montecatini di Spinetta Marengo. Passando di colpo dalla talare nera alla tuta blu, e dalla teologia del lavoro alle tine di acido. Come un atomo sulla bilancia. Storia di tre anni di fabbrica (Sironi, 2005, pp. 282, € 14,50), edito una prima volta nel 1972, è il sofferto diario di un triennio durante il quale don Luisito faceva i conti non con l’estraneità tra religione e lavoro, ma tra mondo del clero e mondo del lavoro.

Come un atomo non conosce l’intransigenza dell’intellettuale che vuole confrontarsi con lo “sporco mestiere”, come in Wittgenstein, né stila una fenomenologia della condizione operaia come Simone Weil. Come un atomo è la cronaca di uno stillicidio d’impotenza e del proprio conseguente, apparente fallimento. Perché, constaterà il nostro sacerdote, agli operai non importa «che uno venisse a provare la loro vita, perché loro vivevano e non provavano, loro erano operai perché non potevano fare a meno di esserlo, e basta». Dovrà arrendersi al fatto che non si può essere preti e operai, binomio impossibile per un’evangelizzazione impossibile. Diventa così «profeta senza voce, perché soffocato dai paludamenti del potere che nemmeno una tuta sa – né può né deve – ricoprire». Trepidazione ed entusiasmo si smontano di colpo. Proprio quando il rovello del dubbio sprofonda nella carne, don Luisito ritrova una speranza: se non può evangelizzare nemmeno con i fatti – se la sua presenza è accolta come testimonianza personale ma non ecclesiale – non gli resta che lasciarsi evangelizzare dagli operai. «Un’evangelizzazione strana», ammette, «che può far risalire il suo primo rudimentale abbozzatore al gallo che cantò nella notte di tradimento». La voce degli uomini diventa un richiamo alla conversione di questa «mia chiesa clericale» cui don Luisito si avvinghia con amore – dove “mia” e “clericale” diventano contrappesi inseparabili e necessari.

L’assunzione dell’impotenza individuale sviluppa nel libro un’altra peculiarità: il ciclo lavorativo è descritto al minimo, i sindacati compaiono giusto il tempo di fare una pessima figura, la denuncia sociale è praticamente nulla, non fosse per quelle scariche di malizia blanda e sbarazzina che s’infilano in ogni rigo. Vera protagonista dell’avventura in fabbrica diventa la relazionalità, gli incontri, le discussioni con gli amici Giovanni, Andrea, Taddeo, Filippo… Don Luisito spiega di aver nascosto i suoi compagni dietro nomi neotestamentari perché «vuol dire che Cristo li può sempre invitare, da un momento all’altro, a seguirlo». Bucoliche canonizzazioni della vita operaia? C’è spazio anche per la furia senza remissione del comunista Amos, quasi una versione laica del profeta che reclama la giustizia sociale attraverso una «beatitudine delle calunnie» e impietose staffilate. E ci sono gli anonimi «quadri» dirigenziali, a evidenziare l’impersonalità di ogni geometria del potere. Insomma, quello che don Luisito rilevava senza pudori durante questa evangelizzazione rovesciata era l’insofferenza a una Chiesa “società perfetta” e l’impellente bisogno di una Chiesa “maestra di umanità”. C’è «una sola vocazione ed è quella di fare l’uomo e volere che tutti siano uomini», ma come difenderla dalle macine della produzione, visto che «i soldi fanno cancellare la parola uomo, tanto per chi vende quanto per chi compra»? Proprio lasciandosi spremere senza misericordia da queste domande don Luisito scopre che la gratuità cristiana ha ancora qualcosa da dire al mondo del lavoro. Fedele all’uomo e fedele a Dio, come gli insegnava il Concilio, don Luisito uscirà dalla fabbrica maturando una scelta che renda visibile la gratuità dell’annuncio cristiano: essere sacerdote, certo, ma sostenendosi con il lavoro delle proprie mani, senza nulla accettare per il fatto di essere prete. Il volume è arricchito da un saggio conclusivo di Maurilio Guasco.
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