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Lo zar non è morto, una presunta novità
Wu Ming 1, Il riformista, 26.11.2005
Dopo la riscoperta di Lo zar non è morto del Gruppo dei Dieci, qualcuno si sorprende del fatto che la scrittura collettiva non sia poi così "nuova" e "prometeica" come sembrava. Bizzarro: da anni noi Wu Ming ripetiamo che non vi è nulla di nuovo. La scrittura collettiva è sempre esistita, per non dire della narrazione, del raccontare, atto che è collettivo sempre, e sempre lo fu. Oggi, sia pure tra molte resistenze, se ne può finalmente parlare, è questa la differenza. Una realtà finora rimasta in ombra è oggi inondata di luce. L'irrompere della Rete ha reso esplicito l'implicito, costringendoci a riflettere, a interrogarci in modo nuovo sull'atto di scrivere/narrare e su cosa faccia vivere le storie.
Prendiamola prima alla larga e in senso lato: dimensione collettiva dell'elaborazione e trasmissione delle storie, anche quando a metterle su carta è una sola persona.
Non sono storie - e opere - collettive i grandi miti dell'umanità ("classici", celtici, indoeuropei, precolombiani etc.)? Non sono "collettivi" i libri alla base della nostra civiltà, a cominciare dalla Bibbia, che la si voglia dettata da Dio (autore "collettivo", uno e trino) o elaborata da uomini lungo l'arco di secoli? E il Popol Vuh, il Ramayana, l'epopea di Gilgamesh...?

I poemi epici dell'antichità sono "sintesi" di episodi e leggende plasmate e rifinite di generazione in generazione. Stessa cosa può dirsi di chansons de gestes e ballate medievali, la cui attribuzione autoriale è per definizione incerta e su cui misero le mani miriadi di trovatori e menestrelli (si dice "tradizionale" o «popolare», per intendere senza autore, scritto dal popolo).
Il mito dello Shakespeare-Autore, formatosi in età romantica, ci ha fatto scordare come nasceva e si allestiva un'opera del teatro elisabettiano: gli autori erano anche attori e ogni attore era anche un po' autore, tutti apportavano modifiche in diverse fasi, dalla stesura alle prove alla prima.

E il feuilleton ottocentesco, il romanzo seriale? Il culto forsennato dell'Autore ci ha portato a mettere in ombra gli aspetti creativi e "interattivi" del rapporto coi lettori. Lo scrivere a puntate espone al pubblico scrutinio, porta a dipendere dall'indice di gradimento (ante litteram), ad accettare suggerimenti - oggi diremmo feedback - su come debba proseguire la storia. Il personaggio X è antipatico e zavorra la storia, occorre toglierlo di mezzo, il lettore Y scrive alla gazzetta e propone d'ammazzarlo col veleno. E sia!

Il romanzo come lo conosciamo oggi è il "precipitato" di tutto questo, ha preso forma grazie a tutte queste reazioni, spinte, pressioni, erosioni. Senza la dimensione collettiva, che ne sarebbe del romanzo? Nulla. Non sarebbe nato.
In fin dei conti, in che consiste l'essere romanziere, scrittore, narratore? Consiste nel "ridurre la complessità" in modo non banale: selezionando dal marasma frastornante dei segni una o poche possibilità narrative, il bardo trasforma la realtà in qualcosa di raccontabile e cantabile. Ciascun autore è un "terminale", un'antenna, lo snodo di una rete che è tutto il genere umano. Anche quando si è soli in un gelido abbaino, si scrive in moltitudine.

Prendiamola più "stretta", ora. Esistono da sempre pratiche che, nella fase alta del culto dell'Autore, erano segrete e indicibili. Da anni il critico Tommaso De Lorenzis raccoglie, archivia, studia casi come il seguente: Dumas padre si avvaleva di decine di nègres (oggi si dice ghost writers). Forniva loro scalette, definiva i personaggi, dava indicazioni di massima, infine correggeva quel che avevano scritto. La squadra si gonfiò fino a comprendere novantacinque persone (!). In quel novero transitò pure Gerard de Nerval. Il nègre più importante fu però Auguste Maquet, vero e proprio co-autore del ciclo dei moschettieri. Ne racconta anche Perez-Reverte ne Il club Dumas.

E che dire del ruolo dell'editor, del quale il pubblico italiano, fino a pochi anni fa, ignorava financo l'esistenza? Fin dove può spingersi l'editor, prima di diventare co-autore? Cito il caso più celebre: molti tratti caratteristici dello stile di Raymond Carver non furono farina del suo sacco. I "finali tronchi" che oggi diciamo "carveriani" furono un'intuizione del suo editor Gordon Lish.
Spesso dietro un nome di persona si nasconde un collettivo ("Luther Blissett" fu nil novi sub sole). Il giallista "Ellery Queen" erano in realtà due cugini, Frederic Dannay e Manfred B. Lee. Il poeta "Ern Malley" era in realtà due militari australiani, il tenente James McAuley e il caporale Harold Stewart. Lo storico "J. Barton Bowyer" era in realtà un quintetto di studiosi e scienziati. E che dire della dimensione collettiva dichiarata, es. i libri scritti e firmati in coppia? Fruttero & Lucentini, Pohl & Kornbluth, Borges & Casares e tantissimi altri. E i quattordici scrittori irlandesi (Roddy Doyle et alii) che hanno scritto Yeats è morto?
C.V.D. Niente di nuovo.
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