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La fantapolitica? La inventò Marinetti
Antonio D'Orrico, Corriere della Sera Magazine, 24.11.2005
E se lo Zar fosse vivo, nascosto in Manciuria? 1929: il genio futurista scrive a venti mani con altri colleghi un capolavoro di suspense e ironia di cui nessuno sapeva nulla. Fino a novembre scorso, quando lo scrittore Giulio Mozzi…
È possibile che nel 1929 un gruppo di scrittori italiani capitanati da Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del futurismo, abbia scritto un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, ambientato tra Pechino, Costantinopoli, Parigi, Roma ecc., nel quale si immagina che Nicola II, l’ultimo zar, non sia morto nell’eccidio di Ekaterinenburg, ma scampato alla furia omicida bolscevica si sia rifugiato in Manciuria diventando quindi oggetto di una formidabile caccia all’uomo con la partecipazione di tutti i servizi segreti (russi, cinesi, italiani, inglesi ecc.)? Ed è possibile che questo «grande romanzo di avventure», come recita il sottotitolo, sia anche un libro di avvincente lettura, di deliziosa fattura e di insospettabile ironia? Ed è ancora possibile che di Lo Zar non è morto, questo il titolo del libro, nessuno sappia nulla, neppure gli specialisti del periodo, quasi non fosse mai esistito?
Queste domande rivolgeva a se stesso alle tre e cinquanta della notte tra il 17 e il 18 novembre 2004, nella sua casa di Padova, lo scrittore Giulio Mozzi. Aveva appena finito di leggere le 400 pagine e oltre del romanzo scritto a venti mani da Marinetti assieme al divino Massimo Bontempelli (il capofila del realismo magico), al mondanissimo Lucio D’Ambra, ad Alessandro Varaldo (l’inventore del giallo italiano), a Cesare G. Viola (da un suo romanzo De Sica avrebbe tratto I bambini ci guardano), al grande snob e profondo conoscitore dell’anima femminile Luciano Zuccoli, ad Antonio Beltramelli (fedelissimo amico del Duce), Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini e Guido Milanesi. Mozzi era rimasto estasiato dal romanzo del Gruppo dei Dieci (come si erano ribattezzati). Tutto era cominciato nel pomeriggio alla libreria Minerva di Padova dove Mozzi aveva scovato su un tavolo un libro tenuto assieme alla meno peggio con il nastro adesivo. Lo aveva sfogliato scoprendo che era pieno di luoghi esotici e di personaggi «che si chiamavano Orcoff, Zelenin, Karandik, Oceania World». E chi era Oceania World? Una specie di Indiana Jones dell’epoca? Sotto lo sgurado divertito del signor Vincenzo, il proprietario della libreria, Giulio Mozzi, convinto che niente lo avrebbe mai più meravigliato in vita sua da quando, molti anni prima, Federico Fellini in persona l’aveva chiamato a casa per dirgli quanto gli fossero piaciuti i suoi racconti (rispose la madre, lu era fuori con la fidanzata), continuava a guardare quella specie di arca perduta letteraria. «Avevo tra le mani un romanzo di fantapolitica. Un romanzo scritto nel 1929, nel quale si immagina che vengas scovato, in Manciuria, (in Manciuria!), un uomo che somiglia in tutto e per tutto allo Zar Nicola. E forse lo è. O forse non lo è. Lo Zar Nicola è stato ucciso, come tutta la famiglia, a Ekaterinenburg. O forse non è stato ucciso. Come Elvis Presley. Come Jim Morrison. Lo Zar è vivo e lotta insieme a noi. Un romanzo di fantapolitica».
Muovendosi come un automa Mozzi si era avvicinato con il libro in mano al signor Vincenzo per contrattare il prezzo. Un po’ più di cento euro («costava qualcosa di più, ma la bonarietà del signor Vincenzo nei miei confronti è proverbiale»). E sempre in quella specie di trance sonnambulica era tornato a casa a leggere quella meravigliosa avventura restando sveglio fino all’alba. E continuando in un certo senso a leggere anche quando si era assopito per qualche ora, inseguito dai personaggi e dalle immagini di Lo Zar non è morto: «Sognai inseguimenti con l’idrovolante, scaricatori di porto cinesi affumicati dal carbone, infidi diplomatici albiònici, una donna bellissima che prendeva in mano il mondo e, tàffete, lo rivoltava come una frittata».

Ora fate un passo avanti e dal novembre 2004 trasferitevi al luglio di quest’anno, quando Giulio Mozzi, uno (tanto per capire il tipo) che non ha né la patente né la televisione, è venuto in redazione. Nello zaino aveva le fotocopie dello Zar non è morto. «Lo pubblichiamo da Sironi alla fine dell’anno. Ho chiesto in giro, sono stato in biblioteca, ho cliccato su Google e Maremagnumm, ma di questo romanzo non si sa niente. Gli daresti un’occhiata?».
Naturalmente ho tirato anch’io l’alba, perché al di là degli aspetti storici, sociologici, politici e bibliofili, Lo Zar non è morto è proprio un bel romanzo, anzi un romanzone. Sin dall’inizio, sin dallo sbarco al porto di Ching-Wan-Tao di Alba Rosai, «ravvolta nella sua pelliccia di castoro», venuta in Cina a trovare il suo promesso sposo, Paolo degli Orti, comandante dell’esploratore Marco Polo. Ma, primo, colpo di scena, degli Orti ha abbandonato la nave per una missione segreta nel cuore della Cina in compagnia di una donna, l’interprete Oceania World. Alba Rosai si precipita a Pechino dove ritrova Paolo e un ricevimento dell’ambasciata britannica. Il comandante è naturalmente in compagnia di Oceania World. Ora Alba è considerata «la più bella ragazza di Firenze» («alta, sottile, un po’ maschia nei lineamenti botticelliani del viso»), ma Oceania è qualcosa di più. La sua superba bellezza ha qualcosa di global come si direbbe oggi: «La perfezione italica, l’ambiguità egiziana, l’ardore spagnolo, il languore polacco, l’intelligenza francese, la grazia americana, la mollezza orientale». Misteriosissime sono le sue origini: è stata trovata, neonata di una settimana, nella cabina, occupata da un vescovo scozzese, di un piroscafo proveniente dal Giappone e approdato a Southampton.
Alba è furiosamente gelosa di Oceania anche perché il suo Paolo deve partire immediatamente insieme alla vamp per una misteriosissima missione in Manciuria (avrete già capito di che si tratta). Ma la ragazza non ha il tempo di dare sfogo alla sua rabbia perché Paolo viene pugnalato a morte (alle spalle) e Oceania viene rapita. E qui, a pagina 34, Lo Zar non è morto dimostra subito di essere, oltre che di avventura e di fantapolitica, anche un romanzo fascista. Il cadavere ancora caldo del comandante degli Orti, avvolto nel tricolore e deposto nel giardino dell’ambasciata britannica, viene salutato romanamente dagli italiani presenti mentre uno di loro grida, «secondo il sacro rito fascista»: «Camerata Paolo degli Orti!». Poi l’orchestra che stava allietando il ricevimento «intonò alla meglio, come sapeva, un inno: nell’aria dell’Estremo Oriente squillava la voce italiana di Giovinezza». E a ribadire da che parte sta il Gruppo dei Dieci, le condoglianze del rappresentante sovietico Orcoff (un nome che è un programma) vengono respinte dal fratello del morto con queste parole: «Qui è caduto, signore, un fascista italiano. Il vostro posto non può essere qui».

Un romanzo di propaganda? Marinetti lo teorizza nella prefazione: «La grande Italia fascista deve non soltanto realizzarsi politicamente, militarmente, industrialmente, commercialmente e colonialmente, come sta facendo sotto l’occhio vigile del Duce, ma deve anche esprimersi. Perché l’Italia abbia la sua alta luminosa espressione nel mondo occidentale occorre mettere in primo piano la letteratura come il più abile e dinamico ambasciatore che l’Italia fascista possa avere all’estero». E questo programma fu esposto da Marinetti «a S. E. Mussolini, che lo salutò coi suoi più fervidi auguri».
Con Lo Zar non è morto Marinetti vuole anche riscattare i letterati italiani dall’eterno dilettantismo che sembra perseguitarli (pure oggi). Marinetti sogna uno status professionistico per gli scrittori italiani costretti da una «formidabile legge sociale economica» a darsi alla politica, all’esercito, all’industria, al commercio e agli impieghi per sbarcare il lunario. Marinetti accenna poi alle polemiche (le immaginiamo, somigliano a quelle di oggi) scoppiate per le «centomila lire pagate dal giornale “Il Lavoro d’Italia” per la pubblicazione in appendice de Lo Zar non è morto». Solito stracciaculismo nazionale che Marinetti intendeva battere inserendo tra i propositi del Gruppo dei Dieci «quello di elevare i prezzi del mercato letterario italiano».

Al modernissimo impianto sociologico, professionale e di marketing (al libro era abbinato un concorso a premi per i lettori) corrisponde uno stile narrativo addirittura postmoderno. Lo Zar non è morto è un supermercato del genere avventuroso-esotico in stile internazionalsnob (il contrario del nazionalpopolare). Eroi ed eroine del romanzo scendono a Istanbul al Pera Palace e a Parigi al Ritz. Vagheggiano raid in Manciuria a bordo di una Rolls Royce.
La qualità di romanzi del genere si giudica dalla qualità dei personaggi cattivi. Bene, i cattivi delloZar non è morto non sfigurerebbero a confronto dei cattivi del Fleming di James Bond (i migliori cattivi della nostra vita). Il sorriso del presidente cinese Fu-Ceng brilla «come un pugnale da salotto» sulle sue labbra sottili e il suo silenzio è «sprezzante, crudele, profondamente asiatico». La sua crudeltà non sfigurerebbe in un confronto con quella high-tech di Fleming. Guardate Fu-Ceng mentre somministra la famigerata tortura delle Tremila Gocce all’ammiraglio Pao-Ting, l’avventuriero reo di essersi fatto trafugare lo Zar dagli 007 fascisti: «Pao-Ting rabbrividì. L’aver assistito tante volte a quel terribile supplizio spesso ordinato da lui, gli dava modo di evocarne le fasi… Dall’uno al cento, nulla: l’apparenza di uno scherzo; dal centro al duecento una piccola irrequietezza, dal duecento al duecentocinquanta, una qualche cosa come un’agitazione, dal ducentocinquanta al trecento, una smania accompagnata dai primi lamenti, dal trecento in poi i primi urli, l’occhio intorbidito, le prime contrazioni, un po’ di bava alla bocca… E le contrazioni divenute poco a poco frenetiche convulsioni e lo sguardo iniettato di sangue… E intanto la piccola goccia senza colore, cade, cade, tranquilla e implacabile, innocente e assassina, fredda e rovente, leggerissima e aggravata dal peso di un maglio».

Il pericolo giallo, uno dei tormentoni della politica estera fascista, ispira un monologo imperialistico del presidente Fu-Ceng che quasi anticipa alcuni pensieri del presidente Mao e, addirittura, il sogno di primato mondiale della Cina di oggi: «La Russia vorrebbe farci servire da riserva umana, carne da macello. Ma i nostri destini sono di indipendenza e saranno più luminosi di tutti perché la razza eletta è la nostra. Si è addormentata un giorno perché ha veduto che sognare era più dolce che vivere; si risveglia ora. Il gong della risurrezione sta per squillare. Chi batterà sui sacri bronzi? Ombre di Ming, aiutate l’opera mia che ricondurrà la Cina sulle vette dei suoi destini». Dal punto di vista diplomatico, Lo Zar non è morto vede gli italiani alleati agli inglesi di lord Machiavel (così si chiama il capo della loro diplomazia) e schierati contro russi e cinesi. Gli italiani (fascisti naturalmente) hanno una doppia missione: salvare il mondo e «soffocare per sempre la follia bolscevica». La follia bolscevica si incarna nel personaggio di Ivan Zelerin, il super agente segreto sovietico, assassino e bombarolo. Ma anche il terribile Ivan ha un debole: è cotto di Oceania World. I due sono andati a letto insieme. Accadde in una camera del Ritz (per la cronaca: la numero 73, secondo piano). Poi lei lo mollò senza un vero perché. Lui, anni dopo, le chiede una spiegazione e Oceania gli risponde: «Mi è piaciuto un giorno quel vostro sdegno feroce. Ho voluto guardare dentro quella terribile cassaforte piena d’odio che è la vostra anima: ho voluto vedere che scintilla sarebbe nata mescolando a tanta ira brutale un poco di amore… Non avevo mai incontrato nessuno di tanto fieramente forte e che sapesse tenere nella sua mano chiusa i destini oscuri del mondo. Eravate il Messia della fine del mondo». (E che sia ancora questa la spiegazione del nero fascino che esercitano i terroristi?).
Al personaggio di Ivan Zelerin è affidato, in negativo, il messaggio politico più importante del romanzo. Ivan crede in una sua personale teoria del Caos: «Soltanto dal Caos può rinascere l’ordine universale, quello che permetterà la pace tra gli uomini, e la fratellanza di tutti gli individui, non più diviso da barriere di patria o da differenze di fortuna». La follia di Ivan, la sua religione come egli stesso la chiama, è ultrabolscevica, va oltre il comunismo russo («che ha troppe parentele con le architetture precedenti, che è troppo figlio dei decrepiti pregiudizi che purr voleva combattere»). Quando racconta la sua utopia a Oceania, lei gli risponde: «Credo che Torquemada quando prometteva la redenzione e il paradiso a quegli eretici che mandava ad arrostire sul rogo in branchi di migliaia e migliaia, avesse la vostra voce. Certo aveva la stessa vostra fede… Seminava lo sterminio, in nome di una superiore felicità lontana». Ottant’anni dopo le parole di Oceania World costituiscono un manifesto, tuttora validissimo, contro i fanatismi. Al collettivismo, alla serialità totalitaria Oceania World oppone il potere della bellezza e della femminilità (argomento decisivo, per esempio, contro il fanatismo maschilista islamico): «Ma ditemi, credete voi che non nasceranno più, in questo vostro paradisiaco futuro, donne belle? O credete che nasceranno tutte belle ad un modo, come fabbricate a macchina da qualche standardizzata industria americana? No, vero? Forse qualche Oceania World vedrà ancora la luce… E non credete voi che si accenderanno in rivalità gli appetiti degli uomini?». Ah, il libero mercato del desiderio!
Solo per l’invenzione di un personaggio come la bella, ardimentosa, altera e intelligente Oceania World, Lo Zar non è morto merita un posto di primissimo piano nella storia del romanzo italiano. E anche dell’erotismo nazionale: seguiamola in queste sequenze da antologia. Siamo a Parigi e Oceania va a fare shopping alla Maison Crevenne et Joséphine in rue de la Paix. Compra un semplice mantello bigio, «severo come un abito monacale», che però nasconde all’interno una pelliccia di cincillà dove «erano sapientemente disposte numerose testine di civetta, i cui occhi scintillavano di verde, di azzurro, di rosso, di giallo», che al buio producono uno spettacolare effetto fosforescente. Così abbigliata, Oceania World invita al Ritz Pier degli Orti, il fratello del valoroso comandante Paolo. Pier, per onorare e vendicare la memoria del fratello, si è trasformato in uno 007 impegnato a fianco di Oceania nella protezione del redivivo Nicola II, e, come già successo al fratello, si è silenziosamente innamorato della donna. Spente le luci della sua camera al Ritz, Oceania si esibisce in uno strip-tease a favore del giovane: «Oceania aveva stese le braccia leggermente all’indietro, mantenendo aperta la preziosa pelliccia. E intorno all’avorio stupendo del suo corpo completamente nudo, dove i seni eretti mettevano due sfumature pallidamente rosa, come in una figura di Fragonard, brulicava tutto un pallido fuoco che con cheti guizzi e repentini offuscamenti lasciava indovinare il tremito da cui la donna era invasa. Ed ella, con la testa leggermente inclinata di lato e gli occhi socchiusi, sorrideva, sorrideva, di quel sorriso che non somiglia più a nessun altro e che trova le sue sorgenti non più nello spirito ma nel ribollire del sangue all’ombra del desiderio».

Al romanzo dei Dieci non manca nulla. C’è lo Zar che piange e la commossa rievocazione di Ekaterinenburg, c’è il figlio di Rasputin e c’è il colpo di scena finale (grandioso) quasi all’ultima riga. Chiudiamo ridando la parola a Giulio Mozzi, lo scopritore del libro: «Lo Zar non è morto è un romanzo divertentissimo. È un palese tentativo di fare il super-ultra-stra-mega-romanzo d ’avventure;ed è un tentative riuscito. Ovviamente, è un romanzo parodistico. Un divertissement. Uno spasso. Non roba da letterati filologi, da studiosi degli anni Trenta, da nostalgici di quando c’era lui. No: è roba da lettore d’oggi, roba assolutamente d’oggi. È un romanzo antimanzoniano, antineorealista, antipsicologico, antioulipiano, anti – insomma – tutto ciò che in Italia è stato prodotto o accettato. È uno di quei romanzi-romanzi destinati al puro godimento della narrazione…».
Resta un’ultima cosa da chiarire. Come è possibile che un romanzo di propaganda politica (fascista nella fattispecie) sia bello? Anche qui Mozzi ha la risposta giusta: «Lo Zar non è morto è un perfetto romanzo fascista e – simultaneamente – la perfetta parodia del perfetto romanzo fascista.
E così ciò che non riuscì al realismo socialista (un romanzo-romanzo bello davvero) riuscì, grazie a Marinetti & Company, all’irrealismo fascista.
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