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Altro che Wu Ming, ecco il vero libro collettivo
Luigi Mascheroni, Il Giornale, 19.11.2005
Il ritorno dello "Zar", romanzo d'avventure fascista, ucronico e scritto a venti mani. Nel '29...
Altro che Luther Blissett e Wu Ming, altro che «Babette Factory» e la loro Italia del 2005 d.C., altro che Romanzo totale di Kai Zen o progetto Apparatchik, altro che collettivi narrativi e cooperazioni letterarie varie. Cari Raimo & Lagioia, carissimi Genna e indiani telematici, ci spiace: siete vecchi, vecchissimi. Pensavate di aver inventato il romanzo collettivo? Pensavate di aver (ri)scoperto la fantapolitica all’italiana? E invece siete stati superati, da destra, ottant’anni fa, nientemeno che da un gruppo di fascisti, anzi dal Gruppo: il Gruppo dei Dieci come si battezzarono gli scrittori - molto eterogenei, va da sé: futuristi, giallisti, intimisti... - che nel 1929 pubblicarono (così come da sottotitolo) il «Grande romanzo d’avventure» Lo zar non è morto che Giulio Mozzi, in qualità di editor sempre controcorrente di Sironi, ripropone oggi con un elegante - ma volutamente “scorretto” dal punto di vista filologico - répêchage.

Cos’è Lo zar non è morto? Ripetiamo, un romanzo d’avventure prima di tutto: divertentissimo, strampalato, a suo modo trascinante. Poi è uno dei primissimi esempi italiani di romanzo ucronico (o di «storia alternativa» se preferite), visto che si immagina che nel 1931, in Cina (meglio: in China, come da corretta grafia) appaia improvvisamente lo zar Nicola II che tutti credevano massacrato, insieme all’intera famiglia Romanov, a Ekaterinburg nel ’17; e soprattutto - salvo smentite di qualche specialista - è il primo romanzo collettivo nella storia delle patrie lettere (ma anche romanzo “di genere”, ossia del genere giallo-avventuroso complottistico-popolare tanto di moda ultimamente: leggi Genna, Avoledo, certo Pincio...). Un grande libro di fantapolitica, anche. Che celebra - e prende in giro - il potere, ma pensato sotto il Potere, quello mussoliniano. E per di più scritto a venti mani, ossia: la “mente” dell’intera operazione Filippo Tommaso Marinetti (che nel ’29, anno d’uscita del romanzo per le improvvisate «Edizioni dei Dieci», sta rientrando strategicamente nell’area del regime dopo le incomprensioni con il Duce, al quale appunto dedica idealmente l’opera); Massimo Bontempelli, che tre anni prima fondò con Malaparte la rivista 900; il fascistissimo Accademico d’Italia Antonio Beltramelli; lo scrittore e cineasta Lucio D’Ambra; il regista e giallista Alessandro De Stefani; il poeta, romanziere, critico e mutilato della Grande Guerra Fausto Maria Martini; il narratore “marinaro” Guido Milanesi; il «primo giallista italiano» Alessandro Varaldo; il commediografo Cesare Giulio Viola; e il “lussurioso” Luciano Zuccoli, alias Luciano von Ingenheim. Che fanno dieci, appunto.

Ora, sparare Lo zar non è morto come «il romanzo più misterioso del Novecento» (così recita la scheda editoriale) è eccessivo. Di sicuro però la sua storia è quanto meno singolare: uscì, come detto, nel ’29; fu gratificato - dicunt – da un istantaneo successo di pubblico (il volume conteneva, secondo una moda dell’epoca, la cedola di un concorso che premiava chi riuscisse ad attribuire ciascun capitolo al legittimo autore), poi il libro sparì dalle librerie, dalla memoria, dai repertori bibliografici ed è pochissimo conosciuto persino dagli antiquari (si dice però che esista un’edizione con sovracopertina firmata da Prampolini...). L’intuizione di Mozzi e di Sironi è quindi ottima. Tanto più che questo fantaromanzo, lontano da essere un semplice divertissement o pura «letteratura-svago» come indicato da qualche vecchio dizionario letterario,è in realtà modernissimo: nel programma di scrittura collettiva naturalmente, ma anche nell’idea-base (fantapolitica), nell’intreccio (un tourbillon di spie,diplomatici, femme fatale, doppiogiochisti tutti al centro di un gioco più grande di loro, tra raduni situazionisti, missioni segrete, sparatorie e party esclusivi tra Pechino e Istanbul passando per le segrete stanze del Vaticano), e persino nella scrittura (non sappiamo di chi sia il secondo capitolo, ma è splendido con quell’entrata in scena di Oceania World - già il nome dice tutto - «la più bella donna del mondo»...). Già, com’erano moderni quei dieci scrittori capaci di commuovere anche il lettore più impassibile descrivendo – ad esempio - la morte del diplomatico e camerata Paolo degli Orti. Peccato ch’eran fascisti...
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