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Divertimento e sorprese a ogni pagina
Alberto Garlini, Messaggero Veneto, 18.01.2003
La storia di Giulio, bancario e detective dell'impossibile
Cosa dire di L'elenco telefonico di Atlantide, romanzo d'esordio di Tullio Avoledo? Cosa dire di un testo che sgrana storie su storie, una dietro l'altra, che lascia il lettore stupefatto a ogni pagina, sempre colma di nuove sorprese? Cosa dire di un'opera dove una fantasia scatenata è sorretta da una scrittura ironica, capace di rendere credibile anche il fatto più incredibile, senza far perdere nulla del pathos della verità, pur mantenendo tutta la narrazione su un piano di giocosa complicità col lettore?
La vicenda si può solo accennare: in una piccola città del nord-est, facilmente identificabile (soprattutto per chi ci vive) in Pordenone, avviene una fusione tra banche. Uno degli impiegati di questa banca, Giulio, che lavora all'ufficio legale, abita in un palazzo dove avvengono strane cose: la più strana è che nessuno muore. E mentre gli capitano, a seguito della fusione, le più preoccupanti disavventure: deve essere trasferito, la moglie lo lascia, il figlio si ammala, un amico ha l'Aids; personaggi inquietanti gli si accostano: i suoi nuovi dirigenti coi loro modi spicci, un sedicente archeologo che fa allucinanti rivelazioni, sgranando la trama di un complotto segreto che dà l'avvio a un altro complotto; e in più pare davvero che il condominio dove vive sia un tempio egizio e che l'acqua delle sue cantine sia la fonte dell'eterna giovinezza. Ma niente è mai quello che sembra, gli alleati si rivelano nemici, i nemici alleati.
E tutto questo è ancora una piccolissima parte di quello che succede nel romanzo di Avoledo: perché ci sono descrizioni comicissime di riunioni condominiali, leggende egizie, mondi paralleli, campi di concentramento, donne faine, un hacker d'accatto, architetti geniali, geometri con ricchezze insospettabili, vicini di casa con il pallino degli affari sacri. Insomma, è impossibile addentrarsi troppo in una storia che dell'intreccio, della sorpresa, e dell'intelligenza fa il suo modo di essere. E forse – a parte il puro divertimento di leggere una storia così ben confezionata, così capace di districarsi con naturalezza in grovigli narrativi dai quali è veramente difficile uscire – c'è ancora qualcosa che andrebbe detto per lodare questo romanzo. Ed è la capacità di scrittura di Avoledo, che soprattutto nella prima parte del libro – una lunga attesa, intricata da misteriose tracce di quello che accadrà fulmineamente nelle pagine successive – riesce a descrivere con precisione, umorismo e finezza, la vita di un bancario in una città del nord-est, rilevandone l'assurdo con un'amara comicità. Non sappiamo se questo libro sarà un best seller, certo ne ha tutti i requisiti: scorrevolezza, fantasia, ottimo impianto narrativo, colpi di scena; di certo però basterebbero alcune delle pagine iniziali per ribaltarne l'aspetto editoriale e per farci scoprire qualcosa cui non avevamo pensato: il logorante tran tran di tutti i giorni, trasfigurato dall'intelligenza della scrittura. Crediamo che sia questa trasfigurazione, che parte dall'ordinario, la prima molla dell'ispirazione romanzesca di Avoledo.
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