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Tra inutili film e l’educazione sentimentale che va come va
Giovanni Tesio, La Stampa - Tuttolibri, 15.10.2005
Non è una fiaba, nonostante il lieto fine. Non è una parabola, nonostante l’andamento esemplare. Non è un manifesto cattivista, nonostante il veleno del titolo. Non è nemmeno un tributo minimalista, nonostante che le situazioni possano farlo pensare.
Dopo I ragazzi del mucchio, apparso due anni fa, il quarantenne (e torinese) Silvio Bernelli replica ora - sempre da Sironi - con questo romanzo che dietro il titolo forte, Puro veleno, nasconde un grande bisogno di conciliazione e di stabilità. Un romanzo che potrebbe essere ascritto al genere «generazionale» se alla fin fine l’etichetta volesse dire davvero qualcosa (quale generazione? quale segmento di generazione? quale possibilità di definirne i contorni?). Certo un romanzo che narra una storia di bruciante contemporaneità, se non fosse che ogni storia - e non per debito crociano - è sempre contemporanea a chi la scrive. Di «generazionale», qui, c’è quello che i naturalisti chiamavano il «milieu», l’ambiente: il giornale, la radio, il mondo dei network e della comunicazione mediatica. E c’è anche l’educazione sentimentale di chi avverte - in controtendenza - un non fuggevole desiderio di continuità emotiva. In tanti balletti di coppie scollate, di clandestinità assortite, di fughe e di abbandoni, di segreti e di esperienze plurime, di storie effimere che vivono una vita stenta e stropicciata, ecco la figura dell’uomo che non si rassegna alla crisi di moda ed è capace di mettere in gioco un bel pezzo di sé per ritrovare la stabilità perduta.
La storia è semplice. C’è un giornalista che s’è inventato una rubrica al curaro contro i troppi film inutili che affliggono le nostre sale. C’è che la fortuna della rubrica fa scattare il meccanismo di una nuova proposta allettante presso una radio che fa grandi ascolti. C’è che per questa nuova proposta è in vista uno scoop eccezionale. C’è che il protagonista comincia a fare la spola tra Torino e Milano (ma a prevalere è una Torino delineata per tocchi essenziali). C’è che qualcosa di imprevisto va tessendo una tela maligna. E c’è che - come in quello che a fare i difficili si chiama «eterogenesi dei fini» - da un male può sempre nascere un bene.
Ma poi c’è che a questo filo della storia ne sta attaccato un altro che ne rappresenta un po’ il risvolto. C’è che il giornalista in cresta è stato lasciato inopinatamente dalla moglie. C’è che lui ha un amico soccorrevole e buffo, sempre in viaggio da una storia all’altra e forse finalmente avviato all’incontro della vita. C’è che questo amico cerca di alleviargli inutilmente l’abbandono patito, perché niente può di fatto guarire la nostalgia di un rapporto imprescindibile. E c’è che può pure partire un pugno ad un rivale tutto sommato insostenibile, ma che molto di più può fare una lunga e randagia attesa d’espiazione su un molo del Mar Ligure di Andora, cittadina capace di tenersi «sulla linea del brutto accettabile». Al di là di questo - ed è ciò che più conta - il romanzo di Bernelli ha un bel ritmo di scrittura, un sottofondo ironico che bilancia sottilmente il rischio dell’edificazione, una vivacità di sguardo che riesce a catturare i tic, le mitologie e le nevrosi di un mondo sempre sopra le righe (macchiette, silhouette, maschere, parodie), una vena da moralista capace di trarre dalle cose e dalle persone tutto il salino di uno sguardo coinvolto.
Giocando su un divertimento lieve, Puro veleno è un romanzo in cui vibrano, dissimulate, ben più profonde sonorità.
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