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I prigionieri illustri di Farm Hall
Marco Cattaneo, Le scienze, 01.09.2005
“Deve essere stata una bomba atomica relativamente piccola… una bomba a mano.” In quella convulsa serata dell‘agosto 1945, uno dei primi ad azzardare ipotesi è Otto Hahn, scopritore sei anni prima della fissione nucleare, che gli è valsa il premio Nobel per la chimica del 1944 (assegnato nel 1946). “Sono disposto a credere che sia una bomba ad alta pressione e non penso che abbia niente a che vedere con l‘uranio, ma che sia un dispositivo chimico in cui hanno aumentato la velocità della reazione e l‘intera esplosione”, gli fa eco un attonito Werner Heisenberg, padre della meccanica quantistica, e fino a pochi mesi prima responsabile della ricerca atomica tedesca.
Sono i frammenti di una conversazione destinata a lasciare un segno nella storia e nei suoi protagonisti. Hahn e Heisenberg, con altri otto eminenti scienziati tedeschi impegnati nella ricerca sulla bomba atomica, sono ospiti da qualche settimana a Farm Hall, non lontano da Cambridge, sotto la stretta sorveglianza dell‘esercito britannico. La sera del 6 agosto, poco prima di cena, il maggiore T.H. Rittner informa i prigionieri che la BBC ha dato notizia del lancio della bomba atomica su Hiroshima: “Come era prevedibile – scrive laconico nel suo rapporto – la notizia è stata accolta con incredulità”.
Incredulità, caro maggiore, è un eufemismo bello e buono. La verità è che tra i detenuti si sparge il panico, misto a un inconsolabile amarezza e al senso ineluttabile del fallimento. Il club dell‘uranio di Hitler, come recita il titolo del volume curato da Jeremy Bernstein, era il team di scienziati selezionati dai vertici del Terzo Reich all‘inizio della seconda guerra mondiale per sfruttare l‘incredibile quantità di energia che si libera nella fissione nucleare per scopi bellici. I dieci di Farm Hall erano mostri sacri della fisica del Novecento (tra cui quattro premi Nobel), che per sei anni avevano provato, senza successo, a ottenere una reazione a catena autosostenuta usando uranio naturale e acqua pesante come moderatore. Ma mai, nemmeno nell‘estremo tentativo, quando ormai erano braccati nel sud della Germania dagli agenti della missione Alsos, erano riusciti neppure lontanamente ad avvicinare l‘obiettivo di realizzare l‘atomica.
Il club dell‘uranio di Hitler, in uscita il 22 settembre, è la trascrizione delle loro conversazioni durante la detenzione a Farm Hall con i commenti di uno dei più autorevoli storici dell‘atomica e una brillante introduzione di David Cassidy, autore della migliore biografia scritta su Werner Heisenberg. La prigionia culmina proprio nelle ansie e negli interrogativi della serata del 6 agosto. Forti di una scuola che nei decenni precedenti aveva prodotto due rivoluzioni scientifiche di immane portata – la relatività e i quanti – i fisici tedeschi ostentano l‘arroganza dei predestinati. (Heisenberg su tutti). Sanno, o credono di sapere, che se non ci sono riusciti loro ci vorranno anni prima che ci arrivi qualcun altro…
La lettura dei rapporti di Farm Hall ha un valore scientifico; storico e umano che ha pochi eguali. Se ne ricavano lezioni importanti, che fanno piazza pulita dei molti dubbi che hanno avvolto per decenni il programma nucleare nazista. Primo, i fisici tedeschi hanno genuinamente cercato di fare la bomba. Secondo, non ci sono riusciti perché non hanno trovato la strada giusta. Per fortuna.
Walter Gerlach, plenipotenziario del programma nucleare del 1944, si chiude nella sua stanza, dove i colleghi lo sentono singhiozzare. E‘ rattristato, confessa ad Hahn, perché gli americani sono arrivati prima di loro. Heisenberg fa conti su conti, continua a parlare di tonnellate di uranio 235. “Ma se hanno, diciamo, 30 kilogrammi di “235” puro, non ci potrebbero fare una bomba?”, lo incalza Hahn. “Non esploderebbe comunque”, replica il genio del principio di indeterminazione. Little Boy, la bomba atomica di Hiroshima, conteneva 62,3 kilogrammi di uranio 235. Il resto sono solo illazioni.
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Testo riprodotto unicamente a scopo informativo.

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