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Quando la storia diventa un romanzo
Marisa D‘Ursi, Conquiste del lavoro, 16.07.2005
Il tempo, la Storia. Leggendo il nuovo romanzo di Giacomo Sartori ( Anatomia della battaglia , Sironi editore, Milano 2005, pp.242, euro 14,00), la sensazione immediata che avverte il lettore è quello di un tuffo nel passato, in una singolare esperienza narrativa dove non sono i personaggi che si muovono con la loro vita e le sue vicende su di un palcoscenico storico definito, ma è la Storia stessa che prepotentemente si impadronisce di loro e li utilizza come meri pretesti per raccontarsi.
C‘è la Grande Storia, quella del fascismo in primis, che sceglie per palesarsi un padre rigido e severo (“Nel suo modo di pronunciare FASCISMO c‘era dignità e rispetto (…). Amava senza riserve il fascismo (…) ma non aveva mai amato incondizionatamente il Duce. Secondo lui parlava troppo (…). Il suo fascismo era un afflato ben più profondo e più insidioso di una astratta ideologia: era una disciplina e uno stile di vita, una religione”). E per contraltare paterno c‘è pure, all‘estremo politico opposto, la storia della lotta armata di stampo comunista che nel figlio trova un fervente militante. Passato remoto, dunque, ma anche passato prossimo, quello del disastro di Chernobyl, ad esempio, episodio tragico delle nostre esistenze, con la sua nube radiottiva e le sue drammatiche conseguenze.
E c‘è infine, un‘altra storia, quella con la “s” minuscola di chi ora sta scrivendo, e che, come molti della sua età, con un salto generazionale ha ereditato la convinzione di una netta spaccatura tra gli adulti e i bambini che l‘hanno immediatamente preceduta, divisi da quella drammatica scriminatura che è stata la guerra. Perché durante la guerra c‘erano i BOMBARDAMENTI, i RIFUGI ANTIAEREI, i TEDESCHI, le REAZIONI ALIMENTARI. Ogni parola che si riferiva alla guerra aveva la turgidità e il profumo di una mela matura. Le parole che avevano a che fare col presente erano molli come un pallone mezzo sgonfio”.
Siamo negli anni Settanta quando, dopo un lungo periodo di assenza il figlio torna a casa in Trentino dalla lontana Africa del Nord dove lavora, e ritrova l‘anziano padre che ha trascorso tutta la sua esistenza facendola fideisticamente aderire a quelli che sono stati gli unici grandi amori della sua vita, il fascismo, appunto, e la montagna (“per la montagna si poteva morire, come per il fascismo”). La malattia del padre – un cancro contratto forse nella folle ostinazione di continuare a mangiare i prodotti coltivati nel suo orto anche dopo il disastro di Chernobyl e i suoi divieti – e la sua lenta ma fiera agonia costringono il figlio a passare in rassegna le travagliate scelte della propria vita, in un confronto intimo e doloroso, sotto l‘ombra ingombrante e onnipresente della quercia genitoriale.
Due forti personalità che si stagliano in una prosa compassata, la cui lentezza non cede mai ad un andamento noioso perché ad arte s‘interrompe per subito ripartire da un altro punto, da un‘altra storia.
In questa che è la sua terza prova narrativa Sartori ha il grande merito di aver saputo ri-raccontare un ritratto familiare forse scontato nelle sue dinamiche affettive inserendolo tuttavia in un contesto originale e vario, spezzando la monotonia della cronaca con inserti, per così dire “giallistici” che incatenano la curiosità di chi legge, e di essere riuscito a fotografare certe sequenze narrative in un modo così puntuale e concitato da darci talvolta l‘illusione fantastica di assistere ad un film d‘azione
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