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La “Parola e la resistenza”
Paolo Corsini, Bresciaoggi, 27.08.2005
Uno straordinario affresco di struggente intensità
Uno straordinario affresco di altissimo valore letterario e civile, un‘epopea appassionante, allo stesso tempo un avvincente romanzo sulla memoria quale intima esperienza personale e condivisa acquisizione comunitaria. E molto altro ancora: il volume di Luisito Bianchi – sacerdote cremonese, già conosciuto attraverso le sue pubblicazioni presso la nostra Morcelliana editrice, oggi cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone – non si lascia incasellare nemmeno nel suo, pur espressivo, sottotitolo, “un romanzo sulla Resistenza”.
Pagine, dunque, di struggente intensità, nel dipanarsi di un intreccio che narra della poetica della terra e della natura, della responsabilità dell‘uomo, della nostra libertà innanzi a alla Parola, scoperta, proclamata, rimossa od offesa, una Parola che non smette di interpellarci, “inesauribile, violenta come un terremoto o suadente come la brezza”.
Un testo insomma che iscrive la Parola – di Dio e degli uomini – entro gli scenari della pianura con i suoi paesaggi fatti di campi a perdita d‘occhio, di ruscelli, di filari di gelsi, di pioppi, di cascine e di aie, una pianura abitata da genti umili e semplici, brulicante di contadini, osti, viandanti, parroci e braccianti, e la innalza alla montagna dei partigiani, intessuta di fatica e sofferenza, intrisa di morte e di speranza. Una Parola che si manifesta nella mite grandiosità del paesaggio rurale e si irradia nella serenità che ne deriva, incarnandosi nel “grande avvenimento” – la Resistenza appunto – disegnando le vite di uomini che si riscattano e incontrano, spesso inconsapevoli, il mistero della Redenzione, il disegno di una Provvidenza imperscrutabile e sempre misericordiosa.
La lettura delle 860 pagine del romanzo è – come raramente capita oggi – del tutto folgorante. Circolata in edizione autoprodotta negli anni scorsi, poi pubblicata da un piccolo editore – Sironi di Milano -, quest‘opera senza dubbio rappresenta un caso letterario: impregnata degli umori che a partire dalla scrittura manzoniana hanno attraversato il Novecento, La messa dell‘uomo disarmato è innervata delle suggestioni padane di Bacchelli, della forza evocativa dai forti impatti emotivi di Fenoglio, dell‘ancestrale radicamento nella terra di Pavese, dell‘umanità riscattata di Nuto Revelli, della melanconica elegia di Giuseppe Tonna, ma esplicita una forza tutta sua, del tutto autonoma, di indubbia vitalità e convincente verità, all‘altezza pure di grandi maestri del cinema, da Olmi ai Taviani, a Diavoli. Franco, il protagonista, lasciando il monastero benedettino in cui è novizio, torna alla cascina paterna, “la Campanella”, proprio allo scoppio della guerra: è la voce narrante, che include l‘intera vita del paese della pianura e degli amici contadini, dei genitori, di Toni, di Cecina, dell‘enigmatico professore antifascista, del maresciallo, dell‘arciprete. La guerra pare lontana, ma il ritorno del fratello Piero coi piedi congelati dal fronte greco, la partenza senza ritorno di molti giovani per la campagna di Russia, sprofondano la comunità nella paura e nell‘angoscia. L‘8 settembre 1943 costituisce una cesura, rappresenta il giorno della svolta: l‘occupazione nazista impone delle scelte, per alcuni “la sclta”, la via della montagna, la conquista di una moralità esigente, l‘assunzione di nuove consapevolezze, la maturazione della coscienza. Qui il romanzo segue le vicende delle diverse bande e la storia di alcuni partigiani, dal Capitano al Balilla, da Marco al Lupo, da Stalino al Miriam, da Sbrinza Rondine, che trovano nell‘abate del monastero – che è stato e sarà di Franco -, nella comunità monastica sostegno pratico e conforto spirituale. In paese le donne aiutano come possono i resistenti, il parroco anima i fedeli con la lettura della Parola, Padre Luca, “abitato da dubbi laceranti”, segue disarmato le bande, col nome di Dom Benedetto, trovandovi, in un estremo sussulto di dono, di gratuità oblativa, la fine dei propri giorni, mentre Franco resta a consumarsi in cascina, fra i drammi delle morti che si ripetono e la brutale violenza nazista che si abbatte sull‘intera plaga. Scandito dalle stagioni della terra e dal rinnovato stupore per le mietiture di un “grano che stava dandosi le ultime pennellate d‘oro profonde”, per le vendemmie e le fienagioni, per “il posto dei nidi riempiti di nuovi gridi di vita”, il filo del racconto si dipana seguendo percorsi diversi, sino a quando l‘avvenimento resistenziale diviene non un confuso ricordo, ma il senso di un‘esperienza collettiva, capace, infine, di riconoscere la “signoria della Parola”.
Un romanzo tripartito: sui registri dell‘idillio, della mistica e dell‘epica si snoda, infatti, un itinerario che partendo da “il gemito della Parola”, giunge attraverso il suo “silenzio”, al suo sempre provvisorio”svelamento”, quando dopo essere stata emarginata dagli uomini e ritrattasi al cospetto della loro malvagità, essa torna a farsi intelleggibile; il gemito che si percepisce quando lo scoppio della guerra – in un maggio del 1940 in cui “le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza” – pare sostituire alla “Parola che aveva fatto cielo e terra” una parola che intende essere creatrice di nuovi ordini e che conosce solamente la brutalità del potere, l‘efferatezza della violenza.
La Parola, dunque, vera, principale protagonista del romanzo, confonde a tratti le coscienze, m allo stesso tempo plasma i comportamenti degli uomini, indirizzandone il destino, suscitando in chi si dispone ad accoglierla L‘inesausto desiderio della ricerca, la “beatitudine” dell‘appagamento. Emblematico il caso di Franco la cui abulia ed inazione sembrano suggerire lo smarrimento dello stesso significato della vita e causare scoramento, sino all‘ossessione, per il fatto di essere stato escluso, dal “grande avvenimento”. Come ha finemente osservato Luigi Preziosi, Franco non è un “uomo senza qualità”, non è “l’uomo del nichilismo, ma piuttosto quello dell‘impotenza ad esprimere la sovrabbondanza di doni che gli è stata offerta”. E pur tuttavia, lungo cammino sinuoso, che accompagna l‘arco del racconto nella sua interezza, e che si sviluppa in perfetta simmetria con quello di Dom Placido, il maestro dei novizi, anch‘egli un sopravvissuto, più che un salvato, rispetto ai tanti sommersi, Franco, dopo un inquieto vagabondaggio interiore, trova se stesso nel rinvenimento della Verità della Parola che più facilmente si rivela a quanti vi si accostano con immediatezza sapienzale, scevri di intellettualismi, animati da desiderio di conoscere attraverso un‘attitudine orante più che riflessiva. Sono le radici cristiane di Franco la sua salvezza, l‘occasione del suo riscatto; è la sua docilità alla grazia, quasi corrispettivo umano della fecondità della terra e della natura, che gli rende finalmente comprensibile il destino della propria esistenza, che gli consente di vincere l‘ansia per una chiamata cui per lungo tratto non ha saputo rispondere, di soffocare nel proprio animo l‘angoscia per ciò che avrebbe voluto essere e non è stato.
Qui la chiave di lettura più appropriata del testo di Bianchi: l‘eticità come fondamento della vita, come criterio dirimente di ogni scelta, bussola d‘ispirazione dei comportamenti e, nella partecipazione alla Resistenza, l‘assunzione della moralità più alta, il discernimento del bene e del male, quasi una sorta di trasposizione letteraria, di traduzione in chiave narrativa delle note tesi di Claudio Pavone sulla “guerra civile”. Ed insieme, dentro questa eticità, non predicatoria e astratta, ma impastata di carne e di sangue, la possibilità di trovare risposta agli interrogativi più radicali e inquietanti, quelli che concertino il senso della vita e della morte, dell‘uomo posto di fronte alla condizione della violenza, del ricorso alla violenza, del ricorso alle armi, dell‘annientamento del nemico: la disumanità della guerra e della lotta in cui operano uomini che vedono la Parola di Dio svelarsi nel sacrificio di sé e dei compagni, nella volontà di resistere e di combattere, la Parola presente “con la rapidità folgorante del lampo, nella tessitura dei gesti quotidiani”, recante “le stigmate di una verità riconoscibile e sperimentata nei luoghi più impensati”, perenne epifania nel quotidiano. “Fascisti e tedeschi fucilavano e impiccavano, i partigiani fucilavano chi era colto con le armi addosso. Non c‘era più pietà”. Qui il momento di più alta tensione, di contraddizione quasi irrisolvibile, nella quale si addentra l’eco della preghiera dei “ribelli per amore” di Teresio Olivelli, una preghiera che vale tanto per il cristiano padre Luca – Dom Benedetto nelle pagine del cui diario il rovello diventa ansia e tormento, quanto per il laico, non credente Piero che nell‘adesione alla banda partigiana invera le proprie pulsioni morali. Resistenza, dunque, fino alla morte, data o ricevuta, non tanto come sacrificio, ma come esperienza, condotta all‘incrocio fra passioni e fedeltà, di opposizione all‘iniquità – allo stesso mysterium iniquitatis -, al prevaricamento del male, al dilagare di un dolore insensato e tragico. E sarà allora, “la messa dell‘uomo disarmato”, la prefigurazione profetica di una umanità pacifica e riconciliata, il superamento, nell‘assunzione della croce più opprimente – l‘uso delle armi -, della contraddizione più in componibile. “Adesso afferro anch‘io un‘arma – confessa Padre Luca – perché la pace conquistata a prezzo non solo di sangue, ma anche di rinuncia alla messa, mi consenta di celebrare la riconciliazione”. Alla fine l‘acquisita consapevolezza di un cominciamento, quasi dell‘inizio di una storia liberata per l‘uomo finalmente disarmato, ma non imbelle, il quale sa, perché ha vissuto l‘”avvenimento”, e dunque può trasmettere alle generazioni che verranno il senso civile, cristiano e laico, del resistere come universalizzante dimensione dello spirito, nonché il valore religioso della Parola che comunque giunge, anche quando inaspettata e tardiva, come perdono e attesa redenzione
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